Coronavirus, la lunga giornata di una soccorritrice in prima linea: "Piango quando sono sola"

Una soccorritrice della Croce Rossa racconta come si svolgono le giornate durante l'emergenza coronavirus. E' Marta Migliardi a raccogliere per MilanoToday la lunga e commovente testimonianza. Giulia, 40 anni, lavora presso la Croce Rossa di Cinisello

"Piango solo quando sono sola, sotto la doccia": una soccorritrice della Croce Rossa racconta come si svolgono le giornate durante l'emergenza coronavirus. E' Marta Migliardi a raccogliere per MilanoToday la lunga e commovente testimonianza. Giulia, 40 anni, lavora presso la Croce Rossa di Cinisello Balsamo: "Per favore, dammi voce, la gente deve capire" ha detto alla giornalista.

Ecco le sue parole:

"I pensieri scorrono veloci, chiama la centrale e comunica che il paziente è un sospetto Covid e che bisogna procedere come da protocollo. Sali in ambulanza e cerchi con una battuta di smorzare la tensione, per non far trasparire i pensieri, compili la parte burocratica, la sirena è accesa. Le strade quasi deserte, gli sguardi dei pochi in giro che ci vedono passare sono eloquenti, puoi quasi leggerli: "Eccone un altro!".

Coronavirus,la testimonianza di una soccorritrice della Croce Rossa

"Arriviamo sul posto, inizia la vestizione, capisci in quel momento quanto la tua squadra tema per te. La tuta, i calzari, la mascherina, gli occhiali, i guanti. Mi controllano, controllano che non resti esposta neanche una parte minuscola del mio corpo. I pensieri in quegli istanti si affollano: fino ad un mese fa, sui pazienti arrivavamo insieme, in tre, e ci davamo forza a vicenda ed era tutto più facile, ora ci sono io da sola a fare quella strada, la stessa. Mi accompagnano fino al portone, come per rassicurarmi."Noi ci siamo". Respiro piano, per evitare che gli occhiali si riempiano d’aria tanto da non farmi vedere più nulla. In ascensore la parte più difficile forse, evito sempre di guardarmi allo specchio, continuo a cercare di gestire il respiro. Sento tutto di me, i battiti del cuore che aumentano con il respiro"

"Alla porta c’è sempre qualcuno che mi aspetta, con lo sguardo spaventato. Prima potevano guardarci in faccia tra colleghi e trovare un minimo di sollievo nei nostri occhi, e abbiamo sempre scherzato: "Quando ci vedono stanno già meglio", ci chiamano "gli angeli". Ora no, ora facciamo paura nascosti in quelle tute e con la faccia coperta. Il paziente ha la febbre da settimane, comincia a respirare a fatica. Il sospetto diventa quasi certezza. Cerco di tranquillizzarlo come posso, sente a fatica la mia voce, con la mascherina le parole fanno fatica ad uscire. Lo porto giù con me, sotto braccio come sempre, perché a distanza non sono capace". 

"Siamo soli, nessun parente può seguirci, sono io la sua persona adesso, cresce la paura. Comunico al resto dell’equipaggio di sedersi davanti e di chiudersi, trovo il portellone aperto, ora li sento più vicini. Salgo con il paziente, cerco di non farlo sentire un appestato, cerco di parlarci come faccio sempre, ma entrambi facciamo fatica. Io comincio ad accusare la mascherina e gli occhiali in faccia, devo controllare il mio respiro, rischio di esplodere e strapparmi tutto di dosso. E arriva, inesorabile, il momento in cui penso: "Ho fatto tutto correttamente?", "Ho protetto il mio equipaggio?", "Mi sono protetta abbastanza?".

Poi il racconto dell'arrivo in ospedale. E poi di nuovo, un altro soccorso. Fino alla fine del turno.

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"Arrivo a casa, stanca provata e mentre scorre l’acqua della doccia, sento un’ambulanza che passa e il pensiero è: "Eccone un altro" e le lacrime si mischiano all’acqua, chiudo gli occhi. Finirà... Andrà tutto bene. Finirà".

Fonte: MilanoToday →

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