Coronavirus e test sierologici, l'immunologo: ''Non danno la patente di immunità''

Secondo Alberto Mantovani, intervistato dal Corriere della Sera, i test sierologici non danno certezza sulla durata della protezione

Foto di repertorio

In vista della possibile riaperture delle Regioni dal prossimo 3 giugno, il dibattito politico si è spostato sulla cosiddetta patente di immunità, una sorta di documento che dovrebbe accertare la negatività al nuovo coronavirus dei cittadini per poter varcare i confini regionali. Un'ipotesi ancora in fase di studio, che però sembra difficile da percorrere, come confermato in un'intervista al Corriere della Sera da Alberto Mantovani, immunologo e direttore scientifico Humanitas: "Questi test per la ricerca di anticorpi per Sars-CoV-2 sono uno strumento prezioso per valutare la prevalenza e la diffusione del virus e in alcune condizioni cliniche, ma non danno una patente di immunità. Sul singolo a oggi ancora non sappiamo se la presenza di una certa quantità di anticorpi è la spia di una risposta immunitaria che assicura protezione contro l'infezione". 

Coronavirus, perché i test sierologici non assicurano l'immunità

I test sierologici, prosegue, "sono utili alle indagini epidemiologiche come ad esempio quella che abbiamo concluso in Humanitas e resa disponibile alla comunità scientifica, la prima su vasta scala in Italia, guidata dalla professoressa Maria Rescigno. Abbiamo testato 3.985 persone tra medici, infermieri, staff amministrativo anche in smart working, ricercatori, nelle varie strutture Humanitas sul territorio lombardo. E' emerso che l'11-13% del personale è venuto in contatto con il coronavirus, senza sostanziali differenze tra le categorie: il personale sanitario, potenzialmente più esposto rispetto al resto della popolazione, non si è ammalato di più. Ne emerge che l'ospedale, se ben protetto, può essere un luogo sicuro peri pazienti e per chi ci lavora. Per questo invito i 10 milioni di italiani che hanno malattie diverse, come un tumore, a tornare in ospedale per farsi curare".

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Coronavirus e test sierologici, i dubbi sulla durata dell'immunità

"I dati evidenziano inoltre come la prevalenza di positivi per anticorpi tra il personale delle diverse strutture sia in linea con la situazione del territorio di appartenenza: dal 3% di Humanitas Medical Care di Varese al 35-43% di Humanitas a Bergamo, la zona più colpita in Italia", evidenzia Mantovani. "Per chi ha davvero sviluppato la malattia - spiega ancora l'immunologo - possiamo ragionevolmente pensare che per un certo periodo resterà protetto da Sars-CoV-2. La Sars dava ai guariti un'immunità di 2-3 anni e questo virus gli è parente. Il problema è che la stragrande maggioranza delle persone che incontra Covid-19 o non si ammala o lo fa in modo blando: in questo caso non sappiamo se la risposta immunitaria indotta, di cui la presenza di anticorpi è una spia, sia davvero protettiva o se queste persone rischiano una nuova infezione".

Fonte: Corriere della Sera →

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