Lele Mora: "Olindo e Rosa sono innocenti, glielo leggo negli occhi"

L'ex agente dei vip: "Il loro amore è così forte che si sono presi delle colpe che non hanno". E rivela: "In carcere Olindo era sempre triste. Lo chiamavo Yoghi"

Olindo Romano e Rosa Bazzi

"Quando passavo davanti alla sua cella, in carcere, Olindo Romano mi guardava in modo strano. Secondo me Olindo e sua moglie non sono colpevoli. Da come tu guardi le persone negli occhi, te ne accorgi. Spero che gli vada bene il ricorso che hanno fatto".

Dopo le rivelazioni rilasciate qualche giorno fa al settimanale Giallo, Lele Mora torna a dire la sua sulla strage di Erba. La sua è una testimonianza per così dire "diretta" dal momento che ha scontato la sua pena nella stessa struttura penitenziaria dove sono rinchiusi Olindo Romano e Rosa Bazzi. E lì, nel carcere di Opera, ha avuto modo di farsi le sue idee sul massacro avvenuto nel 2006 in provincia di Como.

"Sono innocenti a mio avviso, glielo leggo negli occhi", spiega l'ex agente dei vip microfoni di Radio Cusano Campus. "Non voglio dar colpe alla magistratura, qui può darsi che ci siano state delle situazioni strane e che non se ne siano accorte".

Quindi azzarda una sua teoria.

"Secondo me l'amore che hanno tra loro due è talmente forte che si sono presi tutte le colpe che magari non hanno". 

Non manca qualche aneddoto sul periodo passato insieme in carcere:

"Io e Olindo eravamo entrambi in isolamento, ci incrociavamo quando andavo al colloquio o dall’avvocato. Quando passavo lo vedevo, ogni 15 giorni aveva il colloquio con la sua Rosa, si faceva sempre bello, si preparava, viveva solo per incontrare la moglie. Mi faceva molta tenerezza. Era molto triste.

Una volta gli hanno dato da fare le pulizie, lo vedevi che era un uomo che aveva voglia di mangiare, io non prendevo mai quello che passava il carcere, dicevo di darlo a lui. Io mangiavo pochissimo e mangiavo cose che mi compravo. Ero diventato magro magro, molto piccolo. Lui invece era diventato molto più grasso. E quando passava, che faceva lo scopino, col permesso della guardia gli dicevo yoghi, lo chiamavo così, vieni qui che ti do una merendina. Anche il cappellano del carcere era convinto che fosse innocente".

Fonte: Radio Cusano Campus →

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