Incubo nucleare a due passi dalle case degli italiani: ecco le zone "a rischio"

A Statte, in provincia di Taranto, c'è un hangar che fa paura. Al suo interno sono stipati 16.724 fusti, 3.344 dei quali contengono rifiuti radioattivi. E non è l'unica situazione a rischio...

Un articolo del Tempo riporta notizie inquietanti su depositi radioattivi incustoditi a poche decine di metri dalle case degli italiani. A Statte, in provincia di Taranto, non lontano dalle ciminiere dell'Ilva, c'è un hangar che fa paura. Al suo interno sono stipati 16.724 fusti, 3.344 dei quali contengono rifiuti radioattivi, mentre nei restanti sono conservati rifiuti decaduti. Si tratta, in teoria, di un deposito temporaneo di un'azienda che operava, appunto, nel campo dei rifiuti radioattivi, eppure ormai il deposito è aperto da 10 anni.

Nessuna misura di sicurezza, incredibilmente. L'hangar, infatti, è circondato da un muro che si può facilmente scavalcare e da un cancello protetto soltanto da un lucchetto. Nessuna guardia né vigilanza. In attesa della creazione del deposito unico nazionale, dunque, nessuno si occupa della messa in sicurezza del sito, anche perché la società di riferimento, la Cemerad, è fallita nel 2005. Da dieci anni, dunque, il deposito è sotto sequestro preventivo con affidamento in custodia giudiziaria dall'assessore all'Ecologia del Comune di Statte.

Forse non si tratta di un caso isolato, scrive il quotidiano romano. In Italia ci sono 23 depositi temporanei di rifiuti a bassa emissione. Sono di tutti i tipi. "Si parte dalle vecchie quattro centrali non più operative da anni e dei quattro impianti di ricerca in fase di smantellamento da parte della Sogin, la società pubblica incaricata del cosiddetto decommissioning. Per questi la sicurezza è maggiormente garantita dalla presenza di maestranze e vigilanza legata alle attività operative, ma negli altri casi il dubbio sulla sussistenza dei requisiti minimi richiesti dalle normative attuali è legittimo". 

Timori circondano anche la zona di Saluggia, nel Vercellese, che ospita il complesso Avogadro, a pochi chilometri dalla centrale di Trino.

Le ragioni per dubitare del rischio sono legate alla posizione geografica. L’area è infatti a ridosso della Dora Baltea, affluente del Po, delimitata da canali e attraversata dalla falda acquifera che alimenta l’acquedotto del Monferrato. Qui a partire dal 1958, sono sorti un centro di ricerca nucleare, un reattore sperimentale e l’impianto di riprocessamento Eurex in cui sono state sviluppate tecniche per recuperare uranio e plutonio dagli elementi di combustibile irraggiati. Il fatto che durante l’alluvione del 2000 i siti si allagarono sfiorando una catastrofe ecologica pone ancora oggi qualche interrogativo. 
 

Fonte: Il Tempo →
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