Salute, cosa c'è davvero nel succo d'arancia

Molti lo bevono per colazione, su consiglio dei medici. Ma si fa spesso confusione tra succo di arancia, nettare di frutta e altro. Un paio di consigli utili per capire che cosa ci stiamo bevendo

Si consiglia spesso di bere succhi d'arancia. Ma di che cosa parliamo veramente? Si fa spesso confusione, infatti, sul tipo di bevanda all'arancia che realmente si assume. Una differenza notevole, perché cambia fortemente il contenuto (fonte e dettagli su Coltura&Cultura).

Innanzitutto un succo di frutta generico è per definizione un “prodotto fermentescibile ma non fermentato, ottenuto con procedimento meccanico, che presenti colore, aroma, e gusto caratteristici del succo dei frutti da cui deriva e che sia composto da frutta al 100% con eventuale aggiunta di zuccheri”. Quali tipi esistono? succhi non da concentrato (NFC - Not From Concentrate), succhi ottenuti da succo concentrato (FC, From Concentrate), nettari e bevande analcoliche. Vediamoli in ordine.

I succhi NFC (Not From Concentrate) sono quelli comunemente venduti sugli scaffali dei supermercati e si ottengono dalla trasformazione di gruppi eterogenei di arance, limoni, mandarini o pompelmi. Nonostante sia difficile risalire alle varietà utilizzate, il prodotto è di qualità elevata.

I succhi FC (From Concentrate) rappresentano la maggioranza del succo d'arancia consumato. Si ottengono per "ricostituzione" del prodotto, tramite diluizione con acqua e aggiunta di aromi. Per prodotti ben ricostruiti, il livello di qualità  è buono e anche le proprietà nutritive sono simili al succo fresco.

I nettari sono invece prodotti di qualità nettamente inferiore perché la percentuale di frutta varia tra il 25 e il 50%. Generalmente, viene anche chiamato “succo e polpa” e la materia di partenza può essere un succo concentrato o non concentrato.

Le bevande analcoliche alla frutta, come l'aranciata, sono una categoria un po' a parte. Il contenuto minimo di succo (quando si fa riferimento a un frutto) è stato recentemente alzato dal 12 al 20%. Se però nel prodotto non si fa riferimento esplicito a un frutto si potrà produrre bevande con percentuali inferiori.

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