Quanto spende l'Italia per la scuola, dalla primaria fino all'università

Il rapporto Education at Glance fotografa la situazione dell’istruzione nel nostro Paese. In dieci anni ci saranno un milione di studenti in meno e la metà dei docenti andrà sostituita

Nel suo discorso alla Camera, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte aveva parlato anche di scuola, indicando obiettivi chiari come la lotta alla dispersione scolastica, il miglioramento della didattica, una maggiore valorizzazione della professionalità dei docenti, più in linea con quanto accade in altri paesi europei.

L’Italia però è uno dei paesi dell’Ocse che spende meno per quanto riguarda l’istruzione, dalla scuola primaria all’università, come rivela il rapporto Education at Glance sullo stato dell’istruzione nel mondo presentato oggi a Parigi.

Quanto spende l’Italia per l’istruzione

Il nostro Paese spende per l’istruzione circa il 3,6% del suo Pil rispetto alla media Ocse del 5% e tra il 2010 e il 2016 la spesa è diminuita del 9% sia per la scuola sia per l’università, più rapidamente rispetto al calo del numero degli studenti, diminuiti dell’8% nell’istruzione terziaria (ossia l’istruzione superiore offerta dalle università, dalle istituzioni di Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica e gli istituti tecnici superiori) e dell’1 nelle istituzioni dall’istruzione primaria fino all’istruzione post-secondaria non terziaria. Nei prossimi dieci anni, la scuola italiana si ritroverà con un milione di studenti in meno.

Dal rapporto emerge poi come le famiglie contribuiscano al 5% del finanziamento totale dell'istruzione dalla scuola primaria alla scuola post-secondaria non terziaria e al 30% al livello d'istruzione terziaria. Altre fonti private di finanziamento contribuiscono solo all'istruzione terziaria per un ammontare pari al 6% della spesa. La quota del finanziamento privato nell'istruzione terziaria è lievemente superiore in Italia (36%) rispetto alla media dei Paesi dell'Ocse (32%).

Tra le fonti pubbliche, le amministrazioni regionali e locali contribuiscono a una piccola quota del finanziamento dell'istruzione non terziaria (5% dall'amministrazione regionale e 8% dalle amministrazioni locali dopo i trasferimenti tra i diversi livelli di amministrazione pubblica), sebbene le amministrazioni regionali contribuiscano al 18% del finanziamento pubblico per l'istruzione terziaria (dopo i trasferimenti tra i diversi livelli di amministrazione pubblica).

Siamo tra i paesi con più Neet

L’Italia poi è il terzo tra i paesi dell’Ocse con più Neet, ossia i giovani che non lavorano, non studiano e non frequentano un corso di formazione: questa condizione riguarda il 26% dei giovani in età compresa tra i 18 e i 24 anni, rispetto a una media Ocse del 14%. L’Italia è l’unico Paese insieme alla Grecia in cui più della metà dei 18-24enni è rimasta senza lavoro almeno per un anno.

Secondo il rapporto, in Italia l'istruzione e la formazione tecnica professionale (Tvet) rappresenta una vera alternativa ai programmi secondari superiori di indirizzo generale, poiché a differenza di molti Paesi, l'età media di conseguimento del diploma è relativamente simile tra la scuola secondaria superiore di indirizzo generale e i programmi di indirizzo tecnico-professionale.

In Italia poi il 19% dei 25-64enni ha un'istruzione terziaria (ossia si sono laureati) rispetto a media Ocse del 37%: una quota in aumento per le generazioni più giovani. La quota di giovani adulti (ossia quelli in età compresa tra i 25 e i 34 anni) che hanno una laurea è però più alta e ha raggiunto il 28% nel 2018 (34% per le giovani donne), nonostante il tasso di occupazione dei 25-34enni laureati sia del 67%, rispetto all'81% dei 25-64enni.

Gli adulti con un titolo di studio dell'istruzione terziaria in alcuni degli ambiti delle discipline Stem (Scienze, tecnologia, ingegneria e matematica) mostrano tassi di occupazione prossimi alla media Ocse mentre la quota di adulti con un'istruzione terziaria in ingegneria, industria manifatturiera ed edilizia è comparativamente bassa (15%), sebbene sia leggermente più alta tra i neo-laureati, dove tocca il 17%. Il tasso d'impiego degli adulti laureati in discipline artistiche e umanistiche, nelle scienze sociali, nel settore dell'informazione è invece relativamente basso (77%), seppur queste risultino ancora tra le discipline più popolari.

In Italia i docenti più anziani

Ma il nostro Paese si prende un singolare primato: l’Italia ha la quota maggiore di docenti ultra cinquantenni (ossia il 59% del totale). Sebbene questo rapporto sia notevolmente diminuito nella scuola primaria e secondaria, dal 64% nel 2015 al 59% nel 2017 a seguito delle recenti campagne di assunzioni, l'Italia dovrà sostituire circa la metà degli attuali docenti entro i prossimi dieci anni. Tuttavia, l'Italia ha il tasso più basso di insegnanti della scuola primaria e secondaria nella coorte dei 25-34enni (0,5%), rispetto al 3% tra i 50-59enni. Il rapporto tra salario più alto e salario iniziale è di 1,5 nelle scuole al livello da pre-primario (scuola dell'infanzia) a secondario inferiore, rispetto a una media Ocse di 1,7 (1,6 a livello pre-primario) e i salari statutari di inizio carriera sono leggermente inferiori alla media Ocse (dal 91% nella scuola secondaria superiore di indirizzo generale al 97% nella scuola dell'infanzia). In Italia, il 68% degli insegnanti ha dichiarato che migliorare i salari degli insegnanti dovrebbe essere un'alta priorità di spesa, rispetto alla media Ocse del 66%.

La quota dei nuovi laureati in Scienze della formazione, per insegnare nella scuola dell'infanzia e primaria, è del 4%, con un'elevata maggioranza di donne (93%). Anche se Scienze della formazione non è l'unico percorso che conduce alla professione di docente, le donne la maggioranza nel corpo docente: il 78% dei docenti è di genere femminile in tutti i livelli di insegnamento. L'indagine Teaching and Learning International Survey (Talis), che si concentra sulle scuole secondarie inferiori, ha rilevato che in Italia la percentuale di donne tra i dirigenti scolastici nelle scuole medie (69%) è inferiore rispetto alla percentuale delle donne tra gli insegnanti a questo stesso livello.

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