Migrazioni e cambiamenti climatici

Entro il 2050 saranno circa 200 milioni le persone costrette ad abbandonare le proprie terre a causa di eventi climatici estremi. A soffrirne principalmente le fasce più vulnerabili della popolazione

Se fino a qualche anno fa erano le guerre la causa principale delle migrazioni su larga scala, oggi gli eventi meteorologici estremi causati dal surriscaldamento del globo sono il fattore in assoluto dominante.
Il degrado ambientale e le catastrofi naturali costringono ad abbandonare il proprio Paese un numero di persone superiore rispetto ai conflitti armati e alle persecuzioni politiche e religiose.


Nasce così una nuova tipologia di migranti: i rifugiati ambientali
Se è vero che le migrazioni per cause climatiche esistono da sempre e che i profughi ambientali ci sono sempre stati in prossimità di inondazioni, terremoti ed eruzioni vulcaniche, è ugualmente vero che in passato si trattava di episodi circoscritti con effetti confinati e territoriali mentre oggi si moltiplicano i tipi e le quantità delle migrazioni forzate e i loro effetti sono globali. 
Il fenomeno, dunque, è nuovo sia perché riguarda un numero sempre maggiore di persone, sia per le dimensioni, la rapidità e l’irreversibilità con cui i cambiamenti climatici si verificano.

Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, dai venti milioni del 2008 e i 32 del 2012 si arriverà, entro il 2050, a 200/250 milioni di rifugiati ambientali, con una media di 6 milioni di uomini e donne costretti ogni anno a lasciare i propri territori. 


E a pagare il prezzo più alto, nonostante siano quelli che meno hanno contribuito alle emissioni di gas serra nell’atmosfera, saranno i popoli dei Paesi in via di sviluppo, più vulnerabili anche a causa delle loro ridotte capacità di adattamento. 

Tra le principali cause che costringono le persone a spostarsi troviamo l’innalzamento del livello del mare che rischia di rendere inaccessibili terre costiere abitate, come ad esempio il Bangladesh o tante piccole isole dell’Oceano Pacifico;
L’Africa affronterà invece i problemi della siccità e della desertificazione che costringeranno intere popolazioni ad abbandonare le aree improduttive e caratterizzate da una scarsa disponibilità di acqua.
Ci sono poi i disastri naturali come uragani, alluvioni e terremoti che riguardano la maggior parte del pianeta.


Nonostante la portata del problema, ancora oggi non esiste a livello internazionale un corpus legislativo a tutela dei diritti dei migranti ambientali. 
La Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici e il Protocollo di Kyoto, così come l’Accordo di Copenaghen del 2009 e la Conferenza Rio+20 del 2012, non hanno affrontato la questione degli sfollati per cause ambientali. Né questi ultimi possono ricevere un’adeguata tutela sulla base della Convenzione di Ginevra sullo Status di Rifugiato del 1951. 
Non essendo riconosciute come rifugiati dalla Convenzione né dal suo Protocollo addizionale del 1967, da un punto di vista giuridico queste persone di fatto non esistono.


La categoria è dunque, ad oggi, senza tutela e viene disconosciuta dalla legislazione internazionale. 
Eppure i numeri parlano chiaro: oltre 200 milioni entro il 2050. Dietro questo numero si nascondono volti, persone, donne e bambini costretti ad abbandonare i luoghi di origine e ad affrontare il dolore della perdita della terra natia; meriterebbero almeno il riconoscimento della loro esistenza. 

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