martedì, 21 maggio

Università: Italia ed Europa a confronto

Il BelPaese ha le immatricolazioni più basse. Le tasse sono le terze più care d'Europa e gli abbandoni sono tanti. I docenti universitari sono i più pagati. Scarsa la qualità degli istituti nelle classifiche mondiali

Maria Carola Catalano27 giugno 2012
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Le università italiane continuano a perdere terreno rispetto agli altri paesi europei. A dirlo è lo stesso ministero dell'Istruzione. “Le classifiche internazionali presentano anno dopo anno un quadro per noi sconfortante: l’Italia conquista risultati di rilievo grazie a singoli dipartimenti di grande livello e ad istituzioni quali la Scuola Normale Superiore di Pisa e la SISSA di Trieste, ma quasi nessuna delle nostre università generaliste si colloca in posizioni nel complesso accettabili”, si legge in un documento pubblicato sul sito ufficiale. Gli studi e le ricerche dicono inoltre che Il BelPaese ha le immatricolazioni più basse d'Europa; le tasse sono le terze più care e gli abbandoni sono tanti. I docenti universitari sono i più pagati. Scarsa la qualità degli istituti nelle classifiche mondiali.

LE MIGLIORI UNIVERSITA' AL MONDO. Bisogna scorrere fino alla posizione 226 della classifica sulle migliori università del mondo stilata, come ogni anno, dal Times per trovare quella di Bologna, la prima delle italiane. Scorrendo ancora verso il basso al numero 238 si trova l'università di Milano Bicocca. Nei piani alti solo università americane e inglesi. A conquistare la vetta il California Istitute of Techonology.

DATI SULLE IMMATRICOLAZIONI, SUI LAUREATI E SUGLI ABBANDONI. Secondo la più recente ricerca sull'argomento, condotta dall'Eurostat, l'Italia è all'ultimo posto in Europa per numero di laureati. Nella fascia d'età tra i 30 e i 34 sarebbero, nel 2011, soltanto il 20, 3 %.  Molto più alta la media europea: 34,6%. I dati italiani non migliorano se messi a paragone con quelli dei paesi economicamente più avanzati:  in Germania i trentenni laureati sono il 30,7% del totale, in Spagna il 40,6%, in Francia il 43,4%, in Gran Bretagna il 45,8%. L'obiettivo per il 2020 è il 40% a livello Ue. Ma l'Italia data la posizione di partenza non riuscirà a raggiungere l'obiettivo.

Molto alta la percentuale di abbandoni che, tra le altre cose, cresce con il passare degli anni. Dai dati disponibili nel rapporto OECD Education at a Glance (2010) in Italia soltanto il 32,8% degli studenti porta a termine un corso di laurea a fronte di una media OECD pari al 38%.

In diminuizione, invece, il numero di immatricolazioni. Nell’anno accademico 2011/2012, secondo l’ultimo rapporto del comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario, organo del Miur, il numero di nuovi iscritti nelle università italiane è leggermente inferiore al 60% di tutti i giovani diplomati delle scuole superiori. Si tratta del valore più basso degli ultimi 30 anni. Dopo la riforma didattica del 1999, la percentuale di diciannovenni che si immatricola accedendo al sistema universitario era aumentata (fino al 56,5% nell’a.a. 2003/04), ma negli ultimi anni è in continua diminuzione.

Causa del fenomeno sicuramente le amareggianti prospettive economiche dei laureati. Secondo l'Udu (il sindacato degli studenti universitari) influiscono molto anche i tagli realizzati negli ultimi anni ai fondi per il diritto allo studio, che sono scesi a soli 12 milioni di euro rispetto ai 2 miliardi assegnati da Francia e Germania. Il dato viene confermato dalle ricerche. 

Secondo l'XI rapporto del Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario con riferimento alla quota percentuale di spesa pubblica destinata all’istruzione universitaria, i valori percentuali più elevati si registrano per la Norvegia (5,3%), la Nuova Zelanda (5,2%), il Canada (4,5%) e la Danimarca (4,5%). Nelle ultime posizioni, subito prima dell’Italia, si collocano il Giappone (1,7%) ed il Regno Unito (2,0%).

La decisione del nostro governo di investire meno soldi pubblici nell'Istruzione comporta che sono sempre più numerosi gli studenti meritevoli di borsa (almeno 45.000) rimasti senza che hanno enormi problemi a continuare gli studi. In pratica l'università diventa sempre di più un privilegio che non tutti si possono permettere. Anche perchè le tasse d'iscrizione delle nostre facoltà sono tra le più care d'europa. Siamo il terzo Paese europeo con le tasse universitarie più care.

UNIVERSITA' QUANTO MI COSTI.  Con una media che supera i 1100 € (come si può vedere dal grafico realizzato dall'Udu) le tasse italiane sono tra le più care d'Europa. A pagare più di noi solo Regno Unito e Paesi Bassi. "Se guardiamo ai principali Paesi europei - spiega il coordinantore nazionale dell'Udi Orezzi - vediamo subito che Germania, Spagna e Francia hanno una tassazione decisamente inferiore a quella media italiana – ad esempio per la Francia la tassazione è di meno di 200 € annui per una laurea triennale.”

Dal grafico si evince anche che molti Paesi non facciano pagare le tasse universitarie agli studenti, perché completamente gratuite. Tra questi la Danimarca, la Norvegia, la Svezia, la Finlandia e persino l’Austria che nel 2008 ha abolito una tassazione universitaria di poco inferiore ai 750 € a studente. Se poi guardiamo alla spesa per il diritto allo studio, la situazione è completamente opposta.

L'Udu ha inoltre dimostrato che molte delle università hanno unatassazione fuorilegge poichè violano il Dpr numero 306 del 1997 secondo il quale ciascuna università non può chiedere ai propri studenti più del 20% dei soldi che riceve dallo Stato per gestire il proprio ateneo.

I SALARI DEI DOCENTI UNIVERSITARI ITALIANI. Con uno stipendio mensile medio lordo di 13.677 franchi svizzeri i docenti universitari italiani conquistano la vetta della classifica europea. Sono loro i più pagati secondo un'inchiesta condotta dal quotidiano svizzero Neue Zürcher Zeitung che ha condotto un'inchiesta che interessa 28 paesi. A seguire troviamo i britannici, che guadagnano 12.554 franchi dunque circa mille franchi in meno e poi gli olandesi con uno stipendio di 10.685 franchi.

Lo studio riprende in parte la ricerca condotta da Altbach e pubblicata nel libro Paying the Professoriate, Routledge 2012. Secondo alcuni non sarebbe attendibile perchè non è molto chiaro il modo in cui i dati dei diversi Paesi siano stati messi a paragone.

Per mettere a tacere i dubbi prendiamo in considerazione le stime ufficiali italiane, ovvero quelle del Miur. Nell'anno 2011 un professore ordinario a tempo pieno è costato 90.970 euro. Dividendo la somma per 13 mensilità si ottiene la retribuzione mensile che equivale a quasi 7 mila euro lorde e a circa 4.021 € nette.

Lo studio di Altabach conferma questi numeri. Dice infatti che lo stipendio lordo annuo di un professore ordinario è di 89.076 € che se diviso per 13 mensilità equivale a poco più di 6.800 euro al mese. Mica male, no? Ancora di più se si considera il momento di crisi che stiamo vivendo. Momento in cui sono tante le famiglie che sono costrette a vivere con mille auro al mese. Possono quindi esserci dei dubbi sul modo in cui la classica è stata stilata ma almeno quelli sui conti che riguardano il nostro paese sono stati messi a tacere.

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2 Commenti

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  • Avatar anonimo di Tony69

    Tony69 I numeri sugli stipendi dei professori sono numeri del lotto. I professori italiani sono tra quelli meno pagati in europa. I professori ordinari che prendono 90Keuro lordi (cifra che si raggiunge solo a fine carriera ovvero 70 anni e non 65 come il resto dei dipendenti pubblici) sono quelli prima delle varie riforme, ormai quasi tutti in pensione. Lo stipendio netto di un ricercatore universitario è oggi di 1500 euro al mese, quello di un professore associato di 2300 euro al mese, quello di un professore ordinario di 2600 subito dopo la promozione (se va bene intorno ai 50-60 anni) e a fine carriera intorno ai 3500.
    Molti dei miei ex dottorandi trovano lavoro nelle università all'estero e guadagnano appena entrati più del loro professore (ordinario) in Italia.
    Se vogliamo far credere all'opinione pubblica che i professori sono pagati troppo e far abbassare ulteriormente gli stipendi (già abbassati nel disinteresse dei più due volte da Tremonti e la Gelmini), l'effetto che otterremo è che sempre più giovani ricercatori di valore scapperanno all'estero per trovare lavoro e stipendi dignitosi, e a fare i professori in Italia rimarranno solo quelli scarsi senza altre possibilità.

    venerdì, 3 maggio
  • Avatar anonimo di Baba

    Baba A dire il vero non mi risulta che un docente italiano prenda più di un docente danese. Poi, onestamente, quanti sono i professori associati o ordinari a tempo pieno in italia? Nell'articolo poi non si fa menzione ai DOTTORATI DI RICERCA. All'estero ci sono stipendi dai 2000 ai 3000 €/mese (NETTI!!!) qua siamo sui 1000 € quando va bene, altrimenti BISOGNA PAGARE LE TASSE anche per fare un dottorato. Cioè pago per lavorare. Certo, le tasse per i normali corsi di laurea sono alte, ma non credo sia questo il problema, è più indicativo il discorso dei dottorati, perchè il dottorando rappresenta il "vivaio" di un'università, e se dall'estero fanno a botte per accaparrarsi dottorandi laureati in italia, in alcune discipline, da noi si fa l'opposto. Ricordo che poi, quando si tratta di rinvigorire il personale, dai gruppi di ricerca al corpo docenti, raramente si prende gente da fuori (questo dicono le statistiche), compresi i "cervelli in fuga". E questo, a scanso di ogni equivoco, non è per volere degli "esiliati" quanto più per volere delle stesse università!

    venerdì, 22 febbraio