I 25 peggiori giocatori stranieri del calcio italiano

Con qualche eccezione: qui non troverete nomi illustri, come quelli di Bergkamp, Pancev o Stoichkov, giocatori veri che da noi non hanno

Se la chiusura delle frontiere nel 1966 ci privò della possibilità di assistere dal vivo alle prodezze di tanti campioni, da quando nel 1980 si riaprì la corsa allo straniero, il calcio italiano non è stato più lo stesso. Ecco la top 25 dei peggiori lavoratori esteri sbarcati nel nostro calcio. Con qualche eccezione: qui non troverete nomi illustri, come quelli di Bergkamp, Pancev o Stoichkov, giocatori veri che da noi non hanno sfondato. E neppure i nomi di chi non è più con noi, da Ludo Coeck a Eneas fino a Milenko Kovacic, periti in incidenti stradali. Pace all’anima loro. E spazio a chi può essere ancora inseguito in giro per il mondo. 

25. Hans-Dieter Mirnegg

Cognome che sembra uno yogurt, o una confettura, e qualità che nessuno è riuscito ad individuare. Il suo ricordo è sbiadito, al pari delle tracce che il terzino austriaco ha lasciato anche fuori da Como.  Arrivato in Italia nel 1981, a 26 anni, dopo un buon biennio al Duisburg, le sue doti in marcatura sono state spazzate via dalla pessima stagione disputata dai lombardi, retrocessi a piombo, e quasi senza lottare. 

Hans giocò 11 partite, non poche sulle 30 complessive, ma gli attaccanti avversari si fecero beffe della sua prestanza fisica. Insomma, un vero mistero, al pari di quello che lo spinse a scegliere la carriera di calciatore per chi è nato sulle Alpi, ed era amico fraterno di Franz Klammer.

24. Josè Luis Calderon

Vicente Calderon dà il nome allo stadio dell’Atletico Madrid, e fu un grande presidente della storia dei Colchoneros. Ramon Calderon è stato il presidente del Real Madrid, passato alla storia come il creatore della squadra dei Galacticos, che vinse poco o nulla.  In Serie A invece ci siamo dovuti accontentare di José Luis Calderon, super-flop nel peggior campionato di sempre nella storia del Napoli. Stagione 1997-’98: dodici anni dopo aver portato in Italia Diego Maradona il presidente Ferlaino scommette sul centravanti dell’Independiente. 

Il suo soprannome era El Caldera, un triste presagio, perché solitamente in Argentina si trova un nomignolo per ogni cosa, qui invece ci si accontentò di storpiare il cognome. Logico, visto che le qualità tecniche non erano il suo forte. Sei spezzoni, poi torna in Argentina. Dove ricomincia a segnare, ma rimane El Caldera.

23. Luvanor

In Italia è rimasto ben tre anni, anche se gli ultimi due in Serie B. Insomma, se avessero voluto rincorrerlo i tifosi del Catania avrebbero potuto farlo, pertanto se questo non è successo viene spontaneo credere alle attenuanti che il brasiliano, uno dei rinforzi del Catania neopromosso in Serie A nel 1983, avanza per giustificare il proprio rendimento non esaltante. 

Quello di essere stato condizionato dalla tattica troppo difensiva attuata dal club, che penalizzò un trequartista come lui, ma pure quello di aver fatto parte di una delle peggiori squadre della storia. Appunti inattaccabili, anche se la realtà presentò un giocatore che faticò anche a pensare calcio pure in Serie B. Di brasiliano aveva nome e passaporto. E saudade.

22. Hugo Maradona
 
Dice il saggio: se hai avuto un fratello calciatore famoso, intraprendi lo stesso mestiere solo se sei sicuro delle tue possibilità. Perché Simone Inzaghi non è stato Pippo, ma se l’è cavata più che bene. Quello di Hugo Hernan Maradona non fu invece un esperimento riuscito, visto che il ragazzo volle cimentarsi proprio in Italia, a soli 19 anni, ed a partire dalla stagione successiva (1987) a quella del primo scudetto di cotanto fratellone. 

La leggenda vuole che a sponsorizzare il suo acquisto da parte dell’Ascoli sia stato proprio Diego Armando, e che i bianconeri abbiano detto sì solo dopo il rifiuto del Pisa. Ma tant’è, il gioco non fu bello, e durò pure poco. Titolare nelle prime tre partite, poi la pazienza finì. Hugo, che si credeva il più forte della famiglia, ci rimase male, ma poi seppe riciclarsi in Giappone. Suo figlio però non fa il calciatore.

21. Viorel Nastase
 
Arrivò in Italia accolto da una squadra, il Catanzaro, simbolo della provincia ruspante del calcio anni ’80, e sull’onda dei tanti gol realizzati in patria alla Steaua Bucarest, e poi al Monaco 1860. Ma nella seconda squadra della capitale cominciò ad accusare non pochi problemi fisici, destinati poi a creare un mix devastante con il suo gusto per la bella vita. Fatto sta che passò dall’essere un bomber implacabile a non vedere la porta neppure per sbaglio, così il suo nome è ricordato tutt’oggi dai tifosi del club calabrese come quello che diede il là al crollo di un’era. Tra il 1981 e l’84 giocò 30 partite, ma riuscì a retrocedere due volte. Solo dopo la caduta in Serie C, dove non potevano essere schierati stranieri, fece le valigie in direzione Salisburgo.

20. Andreas Andersson

Dieci anni prima gli diedero Gullit, Van Basten, e poi Rijkaard, e Arrigo Sacchi sollevò il calcio mondiale. Sul finire degli anni ’90 dall’Olanda si passò alla Svezia. Il profilo individuato fu quello di questo centravanti reduce da valanghe di gol al Goteborg, ma che in rossonero fu accompagnato solo da un paio di leggende. Quella che a spingere per il suo acquisto siano state le componenti femminili del tifo, visto il viso da attore, e quella che volle l’azione del suo unico gol (ottobre ’97) favorita da un gentile omaggio di Angelo Pagotto, portiere dell’Empoli in prestito proprio dal Milan. Una rete facile facile, cui seguì il nulla. A gennaio il triste addio all’Italia, e a soli 31 anni quello al calcio. Poi proverà a fare l’allenatore, ma pure il telecronista di hockey. Bastava dirlo prima che era quello il suo vero sport.

19. Ugochukwu Enyinnaya

Il 18 dicembre '99, nella serata che rivelò al calcio italiano il talento di Antonio Cassano, Eugenio Fascetti lanciò un altro talento. 18 anni, "Hugo" segnò all'Inter un gol non meno bello di quello del compagno, una prodezza da 40 metri. A distanza di pochi metri, invece, ecco le due facce del calcio. In Italia Hugo ci provò ancora con Livorno e Foggia, ma non riuscì a segnare neppure in Serie C, e a porta vuota. A Bari gli fanno firmare un contratto che dice di non capire. È la rescissione. Polvere di stelle in Polonia, dove segna qualche gol, ma viene bersagliato di insulti razzisti. L'epilogo è triste. Torna in Italia in Serie D, vagando dalla Brianza (Meda) alla Prenestina (Zagarolo). La prima squadra fallisce, nella seconda non trova spazio (!).

18. Sebastian Rambert

Avioncito, ’Aeroplanino’, soprannome dovuto all’esultanza dopo i gol, non ha trovato la pista di decollo giusta dalle nostre parti, e comunque nel genere volatili del gol c’è chi ha fatto molto meglio: Vincenzo Montella, l’unico aeroplanino doc, ma anche l’airone Caracciolo e pure il condor Agostini. Scherzi a parte, Rambert viene ricordato per il compagno di viaggio che lo scortò all’Inter nell’estate ‘95, Javier Zanetti. 

Il trova l’intruso fu fin troppo facile per mister Hodgson, al punto che Sebastian non debuttò neppure in Serie A, dopo gli orrori visti nella sfida di Coppa Uefa contro il Lugano. Ma l’Inter è nel suo destino, perché tornato in patria è stato chiamato da Ramon Diaz al River Plate, dove è tornato a segnare. Quindi si è messo ad allenare: come vice di Diaz, ovvio.

17. Davor Cop
 

Si scrive quasi come un supermercato, si legge come un personaggio Disney. Le premesse che accompagnarono l’arrivo in Italia del mitico Davor, già 29enne, nel luglio 1987 non erano incoraggianti. Ma la realtà seppe essere peggiore. Rinforzo dell’Empoli reduce da una miracolosa salvezza al primo anno di Serie A, la sua figurina è ancor oggi un cimelio prezioso (ma ve l'abbiamo risparmiata). 

Le sembianze non erano quelle del centravanti, al punto che dopo averlo visto in campo per una decina di volte in Serie A (ovviamente zero gol) si fece fatica a credere che nella natìa Croazia avesse potuto segnare tanti gol. Realtà o leggenda? Al Castellani dicono di non aver mai visto nulla di peggio. Oggi ha 56 anni e fa l’allenatore in patria (foto). Ma Tavano e Maccarone non si capacitano di aver avuto un simile predecessore.

16. Sergio Zarate
 
Alla fine di gol in carriera ne ha segnati di più il fratellone maggiore piuttosto che Mauro, il cadetto che infiammò per poco tempo i tifosi della Lazio, e che poi ha finito per infiammare solo il fegato di Lotito. Il ricordo lasciato da El Raton è comunque indelebile. Per quella chioma che ai primi anni ’90 era di gran moda, o perché quell’Ancona era una squadra così disastrata che oggi sarebbe possibile snocciolare a memoria l’intera formazione. 

I tifosi dorici lo accolsero con entusiasmo nell’estate 1992, e non lo contestarono neppure troppo dopo nonostante sei mesi da incubo, in cui il ragazzo mostrò poca mobilità e piedi ruvidi. A gennaio se ne andò in Germania, dopo una manciata di presenze e due gol, segnati al Foggia di Zeman. Quelli erano proprio impossibili da sbagliare.

15. Diego Latorre
 
Come pensare di sfondare a Firenze, con quel cognome vagamente pisano? Come Rambert con Zanetti, doveva essere un gioco tutto argentino. Ne prendi due, e devi capire qual è quello buono. Diego però fu generoso con i dirigenti della Fiorentina, perché si fece accompagnare da Gabriel Batistuta. Cecchi Gori li porta a casa tutti e due, che in coppia avevano fatto sfracelli nell’Argentina Campione d’America del 1991. 

Bati è Bati, mentre Latorre fu un trequartista dal piede raffinato, ma che ballò solo un’estate. Bloccato nella prima stagione dal limite di stranieri, in Italia sbarcò nel ’92. E fu pure sfigato perché beccò l’annata peggiore di sempre del club: due spezzoni alla moviola bastarono per il taglio e la cessione immediata al Tenerife. Il declino passa dal Boca Juniors, poi finisce in Guatemala.

14. Fabio Junior

Il problema del Brasile calcistico è che sulle spiagge o per le strade tutti giocano al pallone. Ma proprio tutti tutti, così capita che indovinare un paio di dribbling basti per convincere una società a farsi fare un provino. Poi, si sa, da cosa nasce cosa, ed il resto lo fa il mercato globale. Grosso modo questo è stato il percorso che ha portato in Italia Fabio Junior, pagato 31 miliardi, a Roma tra il gennaio 1999 ed il marzo 2000. Doveva essere l’erede di Romario, finì solo per far rimpiangere Renato Portaluppi. Lui almeno movimentava le notti romane. Fabio Capello ci provò in tutti i modi, ma pure lui dovette arrendersi. Lento e tecnicamente mediocre, rimane uno dei misteri del mercato italiano di tutti i tempi.

13. Michel Van de Korput
 
Abbiamo scelto lui come simbolo di una serie di giocatori non baciati dal talento, ma neppure dalla fortuna del cognome. Altri esempi? Fig, Hatz e Diè possono bastare, ma nessuno seppe raggiungere i picchi toccati da questo difensore olandese in forza (si fa per dire) al Torino nel 1980.

Arrivato con l’etichetta dell’erede di Krol, i granata si trovarono per le mani un terzino legnoso, e tutt’altro che convincente in marcatura. I suoi baffoni ed un carattere non proprio di ferro (dopo l’ennesima contestazione si mise a piangere), lo hanno consegnato alla storia, ma la fortuna non gli mancò: perché quel retropassaggio sciagurato che liberò Rossi nel derby del 27 marzo '83 è stato spazzato via dalla storica rimonta granata. Era la terza stagione in Italia, e pure la pazienza dei miti piemontesi arrivò al termine. tornò in Olanda. Col peso del suo cognome.

12. Caio
 

Trovatelo se siete capaci un centravanti capace di giocare nel Santos, nel Flamengo, nell’Inter e nel Napoli, e che viene ricordato come un incubo da tutte e quattro le tifoserie. Nel 1995, due anni prima di portare a casa Ronaldo, Massimo Moratti provò il colpo ad effetto strappando Caio Ribeiro Decoussau al San Paolo per 8 milioni di dollari. L’Inter aveva il centravanti del futuro, nel primo anno della nuova gestione societaria. 

Il ragazzo mostrò di non avere nulla del brasiliano: tecnica, doppi passi, e senso del gol. Tra Inter e Napoli ci proverà in 30 partite. Neppure una rete su rimpallo, evidentemente pure la fortuna si rifiutò di aiutarlo. Smette presto, e fa il commentatore televisivo. Con qualche comparsata come modello.

11. Francis Zahoui
 
Primo africano della Serie A, il mitico Zigulì, così ribattezzato dagli impagabili tifosi dell’Ascoli nell’estate del 1981, non può certo essere considerato il progenitore di Drogba o Eto’o, ma pagò anche colpe non proprie. Perché all’epoca il pregiudizio nei confronti del calcio del continente nero era alto, considerando che erano passati solo sette anni da quando lo zairese al Mondiale ’74 uscì dalla barriera di una punizione contraria e diede un calcio al pallone. 

Sembra preistoria, eppure anche questi pregiudizi dovette superare l’ivoriano, a vent’anni, nella sua brevissima avventura italiana, durata due anni, ma solo undici partite. Era una punta, ma fu usato da trequartista, il ruolo che ha ricoperto in Francia nel resto della carriera speso al Nancy, con qualche gol. Ma almeno in Italia qualcosa di buono l'ha fatto: la foto con Zico campeggia ancora nel salotto di causa Zahoui.

10. Waldemar Victorino

Se passi alla storia per una partita giocata in un trofeo che vivrà di una sola edizione, e non sei un campione, l’unica decisione che si può prendere è quella di giocare cinque numeri a caso al Superenalotto e vedere che succede. 

Perché nessuno sa dire con certezza se il mitico Victorino sia stato davvero un giocatore di calcio, ma l’ottima prova offerta in Italia-Uruguay del Mundialito del 1981, competizione-meteora tra le Nazionali che avevano vinto almeno un Mondiale, creata per promuovere il calcio sulle emittenti private italiane, bastò per convincere i dirigenti del Cagliari a scommettere su questo attaccante di 29 anni. Peccato che non solo non vedrà mai la porta, ma neppure il pallone, travolto da un calcio che evidentemente non gli apparteneva. Il Cagliari crolla in B, lui crolla e basta.

9. Luther Blissett
 
Si può essere ricordati con simpatia anche se sei stato il peggior centravanti nella storia di un club che ha vinto sette Coppe dei Campioni? Sì, se il numero e le modalità dei gol che hai sbagliato rasentano l’incredibile. Eppure è successo realmente che appena quattro anni prima di Marco Van Basten la maglia numero nove del Milan è stata indossata da quello che più che un centravanti è un coacervo di soprannomi. 

Callonissett, ma anche Missitt, a conferma che la fama di mangia-gol il simpatico Luther non l’ha mantenuta solo nella sua stagione in rossonero, nel 1983-’84, ma pure dopo essere tornato in patria. E pensare che nel 1982 era stato capocannoniere in Inghilterra con il Watford. La vera impresa è stata segnare cinque gol in Serie A, addirittura tre dei quali decisivi.

8. Herbert Neumann
 
Nome e cognome fortemente tedeschi, ma più che l’uomo nuovo, traduzione del cognome, il centravanti spilungone è ricordato per la moglie, che ancor’oggi popola i sogni di più di un adolescente dell’epoca che ha incrociato la signora Neumann per le strade di Udine e Bologna. 

Perché il giocatore in questione è l’unico della nostra rassegna, insieme a Caio, ad aver giocato in due squadre di Serie A. Della serie, recidivi, non si sa se dare più colpa all’Udinese, che lo imbarcò nel 1980, alla riapertura delle frontiere, mostrando però di aver bisogno di qualche tempo per pescare gli stranieri giusti (Edinho, Zico) oppure il Bologna, che lo acquistò nella stagione successiva dopo il vuoto pneumatico dell’anno in bianconero. Ed ecco la punizione: Herbert litiga con tutti, gioca malissimo e retrocede pure. Mai successo nella storia del club emiliano. 

7. Luis Silvio
 
Il fatto che abbia venduto gelati sulle tribune del Comunale di Pistoia è solo una delle tante leggende che girano attorno al suo nome da quella maledetta estate del 1980 quando la Pistoiese, al primo ed unico campionato di Serie A della sua storia, approfittò subito della riapertura delle frontiere dopo 16 anni. 

Non andò bene, ma Luis un calciatore lo è stato. Scarso, ok, ma che male c’è? Dopo averlo schierato nelle prime sei partite, l’allenatore Lido Vieri capì che non era il caso di insistere. La spiegazione ufficiale è che il giocatore, ala di ruolo, fu impiegato da centravanti, perché al momento dell'acquisto gli chiesero il ruolo, lui rispose "ponta", che vuol dire ala, e a Pistoia capirono "punta". Luis in area si sentiva a disagio. Non seppero capirlo. E pazienza se in Brasile nessuno conoscesse un Luis Silvio calciatore.

6. Mika Aaltonen

Sedicesimi di finale di Coppa Uefa ’87-88, Inter-Turun Palloseura. Avete presente quelle partite che una decina di anni fa la Rai mandava alle 4 di notte? Fu quella la gara della vita del 23enne Mika, che si prese il lusso di segnare un gol da 40 metri a Walter Zenga. In pochi giorni Aaltonen divenne un calciatore dell’Inter, costretta però a girarlo in prestito al Bellinzona causa limite di stranieri tesserabili. Nella stagione seguente la grande occasione si chiama Bologna, in prestito. 

Ma Mika in testa ha i libri, mica il calcio: gioca (si fa per dire) tre spezzoni di partita, poi sparisce. Tirerà calci al pallone per altri cinque anni, prima di diventare un’eminenza grigia. Laurea in Economia e Commercio, oggi è docente di scienze tecnologiche a Helsinki. E collabora pure con alcune università americane. Magari un giorno tornerà a Bologna come professore.

5. Ma Ming-Yu
 
C’è un giapponese, un coreano, un libico, ed alla fine pure in cinese. Non è una barzelletta, ma il gran bazaar che fu il Perugia di Luciano Gaucci, che oltre a scoprire talenti come Grosso o Materazzi, non seppe resistere alla tentazione di attirare l’attenzione con acquisti estrosi. Quello del primo calciatore cinese del calcio italiano fu il più significativo. L’unico segnale di vita calcistica di questo centrocampista è stato l’aver partecipato al Mondiale 2002, l’unico disputato dalla sua Nazionale. 

In Italia sbarcò nell’estate 2000, dichiarando 28 anni, ma dimostrandone obiettivamente qualcuno in più. Serse Cosmi non lo prese mai in considerazione in gare ufficiali. L’addio a gennaio, dopo appena due amichevoli. Con nessun giornalista cinese al seguito. Fu questa l'umiliazione più grande.

4. Andrade

Alla storia è passato come il giocatore più lento di tutti i tempi. Il contesto non lo aiutò, certo, perché se arrivi a Roma solo tre anni dopo l’addio di Falcao, hai lo stesso ruolo e giochi da metronomo in una squadra che fa del possesso palla il suo pezzo forte, non puoi che finire per essere soprannominato in un modo: “Er Moviola”. 

Stagione 1988-’89: lui ci mise del proprio, perché al grido “non sono io che devo correre, ma la palla”, in appena nove partite avrà percorso non più di 30 metri, escluso lo spazio che separa il campo dagli spogliatoi. Nella foto, il cesenate Piraccini interpreta la volontà di molti tifosi. A fine carriera si è messo ad allenare, e pure bene, vincendo un titolo brasiliano. Seduto in panchina: cosa chiedere di meglio?

3. Jorge Caraballo

Possibile che chi portò in Italia tra gli altri Carlos Dunga e Diego Pablo Simeone abbia potuto prendere un abbaglio così colossale da scegliere il mitico Caraballo, colui che giocava bene solo all’intervallo? Ovviamente no. A portare in Italia il centrocampista uruguaiano nell’estate 1982 non fu infatti Romeo Anconetani, storico presidente del Pisa, bensì il figlio Adolfo. 

In città non fu accettata l’idea che una società di calcio abbia potuto pagare anche un solo centesimo per acquistare colui che a stento può essere considerato un calciatore. Sei presenze, stop a tre metri, passaggi sistematici agli avversari, e la chicca del rigore in Coppa Italia contro il Bologna calciato alle stelle. Si narra che oggi faccia il tassista. Dal pallone, alla frizione.

2. Gustavo Bartelt
 

A Roma è ricordato per la storiaccia del passaporto falso, che gli costò una pesante squalifica. Ma è anche pienamente in lizza per il titolo di centravanti che ha segnato meno gol nella storia. Pagato 13 miliardi dal Lanus, El Facha arrivò a Roma nell’estate ’98 carico di speranze. Perché giocava nella squadra della città di Maradona, ed assomigliava a Caniggia, centravanti di buon livello di fine anni ’80. 

E invece riuscirà a fallire anche nel tridente di Zeman, che ha dato soddisfazioni a tutti, compreso Fabio Vignaroli. Una partita da titolare, poi tanti spezzoni: zero gol. Capita di non ambientarsi in Italia, Gustavo ci prova in Inghilterra, Spagna e poi col ritorno in Argentina. Nulla da fare: un gol al Rayo Vallecano in dieci anni. Magari era un difensore, e non l’ha mai confessato.

1. Winston Bogarde
 

Venuto a completare dopo Davids e Kluivert il tris di olandesi chiamati a rinverdire a Milanello i noti fasti del passato, solo il fatto che arrivò a parametro zero permette di non considerarlo il peggior affare dell’era-Galliani, bensì una valida plusvalenza. Tre partite in Serie A, una in Coppa Italia, e a dicembre è già addio. Va al Barcellona, chiamato dal maestro Van Gaal. Si apre il caso umano, che lo porterà a giocare 20 partite in sette anni, compresi gli ultimi quattro al Chelsea. 

Infortuni? Neppure uno, semplicemente nessun allenatore lo prese mai in considerazione. Lui faceva spallucce, pago dell’ingaggio milionario. A fine carriera (si fa per dire) prova a fare l’allenatore: bocciato all’esame. Chiamiamolo Loseton Bogarde.

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