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Martedì, 18 Gennaio 2022
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Perché l'albero di Natale non andrebbe comprato né vero né finto

Da qualunque punto di vista la si veda, non c’è ragione per cui dovremmo rappresentare il Natale con un albero se non con la lente d’ingrandimento della ragione commerciale

Se vogliamo ricorrere alla matematica, non c’è gara tra l’albero di Natale vero e quello finto. In termini di anidride carbonica equivalente, per la coltivazione e il trasporto del primo emettiamo 0,522 chilogrammi. Per uno artificiale invece, a parità di altezza e densità della chioma, ne produciamo 19,4. Sono i dati raccolti da uno studio dell’Università di Firenze che scioglierebbero il dilemma invernale degli italiani, decretando come vincitore del premio “sostenibilità natalizia” uno dei 3,6 milioni di abeti rossi coltivati per l’occasione dalle aziende del Belpaese. “Anche ipotizzando di cambiare ogni anno l'albero naturale - spiega Giacomo Goli, professore associato di Scienze e Tecnologie Agrarie, Alimentari, Ambientali e Forestali dell’Ateneo fiorentino - quello artificiale andrebbe riutilizzato almeno 37 volte (37 anni) per poter pareggiare gli impatti con il suo omologo in natura”. E con questo, calerebbe una pietra tombale sulla questione. Se non fosse per il fatto che entra in gioco una variabile meno aritmetica e più sostanziale.

“Lei celebrerebbe la festa della Nascita per eccellenza, sotto un essere vivente già morto o che ha scarsissime possibilità di sopravvivenza?”. La domanda retorica arriva da Antimo Palumbo, storico degli alberi, che cerca di guardare la faccenda da una prospettiva più tradizionale. “La realtà dei fatti è che si tratta di un rituale nordeuropeo, importato in Italia per via americana, che infatti da noi ha avuto il suo exploit dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ma è una torta avvelenata dal consumismo. Perché da una parte l’abete rosso naturale ha scarsissime possibilità di sopravvivere dopo essere stato addobbato di luci e palline per un mese intero dentro un’abitazione; dall’altra un albero in plastica può rappresentare solo una metafora, che paghiamo però con un prezzo altissimo in termini di inquinamento”. Accantonate le imitazioni in plastica dunque, acquistare ed addobbare un abete rosso con l’idea di ripiantarlo non risulterebbe un’idea vincente. “Si tratta di una specie vegetale che trova il suo habitat naturale sulle Alpi Orientali. Difficile che prenda altrove e anche lo facesse, si troverebbe in un ecosistema sbagliato”.

Da qualunque punto di vista la si veda dunque, non c’è ragione per cui dovremmo rappresentare il Natale con un albero se non con la lente d’ingrandimento della ragione commerciale. Che comunque, oggi lascia respirare il florovivaismo italiano con un fatturato annuo di oltre 2,5 miliardi di euro. “Nei nostri giardini e nelle piazze delle nostre città ci sono alberi meravigliosi di cui molto spesso nessuno si cura. Si potrebbero addobbare quelli, che sono e rimangono vivi. A piazza Venezia, palcoscenico di centinaia di migliaia di euro all’anno che vengono spesi in altissimi abeti morti, c’è uno splendido agrifoglio di 70 anni. Ha dei frutti rossi bellissimi ma ha il difetto di non essere al centro della piazza. E quindi di essere ignorato dalle grandi multinazionali che sotto i suoi rami, non troverebbero alcuna occasione di visibilità. Come Netflix, che sponsorizzò lo Spelacchio del 2019”. Oppure, conclude Palumbo, la soluzione sta nei materiali di riciclo, che potrebbero abbellire la casa e salvare la vita a migliaia di esseri viventi. “Tutto, ma non celebrare la festa della Luce, la più importante del nostro Mondo, sotto un albero morto in nome del consumismo”. 

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