In Amazzonia la situazione è grave e il primo passo da compiere è (anche) nostro

L'Amazzonia non è (più) il polmone del mondo: a causa della deforestazione in atto in Brasile e Bolivia consuma ossigeno e emette anidride carbonica. Ma il problema non è Bolsonaro (o Morales), il problema siamo noi

Vigili del fuoco impegnato contro gli incendi della foresta amazzonica in Rio Branco nel Nord del Brasile (Foto Ansa)

La notizia degli incendi in Amazzonia ha conquistato l'agenda di tutti in network di informazione e - questo è un bene - si è accesa l'attenzione sulla situazione non certo eccelsa in cui versa la più grande foresta pluviale del mondo. Eppure molte notizie sono arrivate un poco distorte. Vediamo dunque che cosa sta succedendo in Brasile e cosa possiamo fare grazie al contributo offerto da Jonathan Watts, corrispondente per l'America Latina del Guardian su cui è apparso un articolo decisamente esaustivo.

Prima di tutto partiamo dall'inizio, ovvero gli incendi in Brasile. Ogni anno nella stagione secca (luglio-ottobre) i satelliti rilevano molti incendi nel bacino amazzonico. Secondo l'Instituto Nacional de Pesquisas da Amazôna, il 99% sono accesi dall'uomo, sia su terreni già senza alberi (fuochi agricoli legali) che per aprire all'uso agricolo aree ancora boscate ( spesso illegalmente). Questi fuochi non riguardano tanto la giungla tropicale come la immaginiamo, ma più le aree di margine più rade e aride. L'Amazzonia è fatta anche di questi ecosistemi (come il "cerrado"), ugualmente preziosi e delicati.

Eppure, un problema c'è. L'Amazzonia è grande quanto l'Unione Europea e da gennaio a luglio 2019 ne sono bruciati 18600 km quadrati, cioè lo 0.3%. Al'inizio di agosto questa superficie era il doppio rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, ma siamo lontani dal record e in media con il periodo 2000-2018. Il fenomeno deve preoccuparci, anche se ne parliamo solo quest'anno.

Questo perché vari satelliti hanno individuato nel 2019 oltre 80000 "punti fuoco" (quasi 140 000 secondo i dati del satellite MODIS della Nasa), cioè quasi il doppio rispetto all'anno scorso e il 40% in più rispetto alla media dal 2013.

L'Amazzonia non è (più) il polmone del mondo

L'Amazzonia non è il polmone del mondo. Tra il 50 e il 70% dell'ossigeno sulla Terra è prodotto dalla fotosintesi delle alghe negli oceani. Il resto dalle praterie, dai campi coltivati (sì, anche loro) e dalle foreste che crescono velocemente, accumulando carbonio e rilasciando ossigeno. L'amazzonia non produce il 20% del'ossigeno nel mondo: al massimo il 6%, ma più probabilmente zero, perché la foresta tropicale non ha una crescita netta positiva (tanti alberi crescono quanti ne muoiono e si decompongono per cause naturali).

Anzi, a causa della deforestazione e della siccità l'Amazzonia consuma ossigeno e emette anidride carbonica. Ed è proprio la anidride carbonica a essere pericolosa per l'effetto serra. Secondo il servizio europeo Copernicus, gli incendi di quest'anno in Amazzonia hanno prodotto più anidride carbonica di quelli siberiani.

Aumentare la CO2 significa aggravare il riscaldamento climatico, che rende probabili altri incendi, e così via in un circolo vizioso.

Il problema dell'Amazzonia: la deforestazione

L'Amazzonia è così grande che produce tramite l'evaporazione dagli alberi la "proprie" nuvole e la "propria" pioggia. Se incendi e deforestazione arriveranno a riguardare il 25%-40% della foresta (per ora siamo intorno al 15%), l'ecosistema non sarà più in grado di regolare il proprio clima e potrebbe tornare ad essere una savana come era già 55 milioni di anni fa. Ciò porterebbe al rilascio di enormi quantità di CO2 nell'atmosfera e mettendo a rischio milioni di specie animali e vegetali, tra cui il 25% delle piante medicinali che l'umanità utilizza per la fabbricazione di farmaci di ogni tipo.

A causare gli incendi non è stata la siccità, o almeno non è stata il fattore scatenate. Gli incendi sono legati alla deforestazione causata soprattutto dalla conversione in terreni per la coltura della soia e per pascolo estensivo.

Il presidente Bolsonaro durante il suo mandato ha incoraggiato nelle parole e con i fatti l'eliminazione della foresta a scopi produttivi, tolto fondi al monitoraggio e alla protezione ambientale e allentato i controlli sulle illegalità.

Tuttavia, la deforestazione e gli incendi procedono rapidi anche nell'amazzonia Boliviana dove il presidente Evo Morales non può certo essere definito un capitalista di destra ma sfrutta il suolo ricco di minerali pregiati.

Il problema dell'Amazzonia siamo noi

Il problema dell'Amazzonia nasce dal sistema di mercato internazionale legato alle esportazioni di soia, carne, e minerali verso Europa e USA.

La carne è uno dei principali prodotti di esportazione dal Brasile, e l'Italia è uno dei principali importatori (30 000 tonnellate/anno - soprattutto per carni lavorate di bassa qualità). L'accordo commerciale UE-Mercosur facilita l'importazione di altre 100 000 tonnellate di carne bovina all'anno dal sudamerica all'Europa ed è oggetto di una interrogazione al Parlamento Europeo di Coldiretti, che teme la concorrenza sleale nei confronti delle carni italiane.

Gli animali in Italia non sono allevati su terreni sottratti alle foreste primarie, tuttavia spesso sono alimentati con la soia proveniente dal sudamerica, responsabile di deforestazione (soprattutto pollo, maiale e carni trasformate).

Cosa fare dunque? Il primo passo (necessario non sufficiente) è a livello personale - accettare la sfida della complessità e cercare di capire da dove proviene e che conseguenze ha ciò che consumiamo.

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