Mercoledì, 28 Luglio 2021
Ambiente Potenza

Basilicata, un viaggio inquinato

Dal petrolio all'amianto, passando per le scorie radioattive fino alla contaminazione delle acque: una terra che vive un isolamento di fatto. Molinaro (Pd): “Qui si tira a campare"

Il centro oli di Viggiano

Basilicata terra di conquista, da secoli cuore pulsante nell'eterna questione meridionale così come la descriveva Carlo Levi nelle prime pagine di  'Cristo si è fermato ad Eboli'. Parole che ritornano come un'eco, ritratto della realtà dei Lucani. Un monito per i 'non cristiani' (inteso come uomini, come scriveva Levi) costretti, oggi come allora all'isolamento: trascurati, rapinati e ammalati con la scusa del progresso. È un isolamento di fatto, manifesto anche nelle parole del segretario provinciale del Pd potentino Molinari sulla guerra interna al partito: “Qui si tira a campare, di Basilicata si parla solo nelle stanze chiuse di Roma, a Potenza non esiste dialogo”; parole d'accusa per la classe politica. Un allarme che parte non dal solo petrolio, sangue nero che dall'appenino lucano scende per la Val d'Agri e la Valle del Sauro, squarciando come una balestra affilata l'inerte Lucania. 

Ogni territorio ha il suo guaio ambientale. Senza scomodare Viggiano e suoi scarti petroliferi (qui l'intervista esclusiva al sindaco), l'elenco è corposo: si va dalle scorie radioattive di Rotondella al tentativo di far diventare Scansano Ionico un centro di stoccaggio per rifiuti radioattivi. C'è poi lo scandalo Fenice nel Vulture, un intero territorio malato che fatica a tirarsi fuori dalla melma dell'inquinamento. Ed eccoci alla vera bomba ecologica pronta ad esplodere nella Val Basento, che tra Tecnoparco e questione amianto ha fatto di Pisticci una vera e propria 'terra dei fuochi' per incidenza tumorale.

Tanti i focolai di degrado ambientale. Poche le soluzioni. I lucani si sentono inquinati nelle coscienze, costretti a cedere la propria vocazione contadina a un progresso incapace però di dare sviluppo economico. Nelle parole di Levi restava la forza dell'orgoglio lucano: quell'isolamento raccontato lasciava all'animo “eternamente paziente” dei lucani una sensazione di inviolabilità che, nella terra “senza conforto e dolcezza”, diventava una vita di resistenza alla miseria che ritrovava la sua ragion d'essere nell'idea che almeno la natura fosse votata alla lenta realtà contadina. 

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