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Martedì, 30 Novembre 2021
Tempo quasi scaduto

Clima in allarme rosso: la Cop26 può cambiare qualcosa?

Chi partecipa e chi sarà assente, i nodi sul tavolo e gli 'stati canaglia': a Glasgow, l'ultima chance per fermare la catastrofe climatica

Un "codice rosso per l'umanità": la definizione l'ha data Antonio Guterres e questa volta il Covid non c'entra nulla. Il segretario generale Onu si riferiva all'ultimo rapporto del Palazzo di Vetro sul clima, che ha messo nero su bianco la più fosca delle previsioni: se non riduciamo le emissioni di Co2, per il Pianeta sarà la catastrofe. Ecco dunque l'importanza della Cop26, il vertice sui cambiamenti climatici che riunirà - a Glasgow, in Scozia, dal 31 ottobre al 12 novembre - i rappresentanti di 197 paesi. Obiettivo: azzerare le emissioni nette a livello globale entro il 2050 e puntare a limitare l’aumento delle temperature a 1,5°C. Un risultato tutt'altro che scontato visto che, in fatto di clima, accordi e promesse sono stati costantemente disattesi. Ecco tutto quello che bisogna sapere sulla Cop26.

Cosa significa Cop26 e chi parteciperà

Era il 1992 quando le delegazioni di 154 Paesi si riunirono a Rio de Janeiro, in Brasile, per redigere la Convezione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Da allora i firmatari della convenzione – formalmente denominati "parti" – si sono incontrati ogni anno per discutere progressi e sfide (nel 2020 il vertice non ha avuto luogo a causa della pandemia). Cop significa - appunto- conferenza delle parti ("conference of the parties"). La prima si svolse a Berlino nel 1995 e gettò le basi dello storico protocollo di Kyoto, firmato due anni dopo (ma entrato in vigore solo nel 2005). Per la prima volta, impegnava le nazioni industrializzate al taglio delle emissioni. I problemi nacquero subito: l'allora presidente americano George Bush, ad esempio, ritirò l'iniziale adesione data dal predecessore Bill Clinton, di fatto azzoppando l'accordo.

La Cop26 - 26esima riunione annuale - sarà ospitata dal Regno Unito in partenariato con l'Italia (dove diversi eventi, come il Youth4Climate e la PreCOP26, si sono tenuti all’inizio di ottobre). Le previsioni parlano di circa 25mila persone presenti all'evento tra leader, esperti, negoziatori e giornalisti, anche se si prevedono defezioni eccellenti. Vladmir Putin, ad esempio, ha già dato forfait. Incerta anche la partecipazione di Xi Jinping: considerando che Russia e Cina sono tra i sorvegliati speciale in fatto di clima, la loro assenza peserebbe come un macigno. Si attendono ancora le conferme del brasiliano Jair Bolsonaro e dell'indiano Narendra Modi. 

Incertezze che hanno fatto arrabbiare la sovrana britannica. "Ho sentito parlare di Cop26, ancora non so chi arriverà. Nessuna idea. Sappiamo solo di persone che non vengono. È davvero irritante quando parlano, ma non fanno", ha sbottato Elisabetta II. I Windsor sono tradizionalmente molto sensibili alle questioni ambientalistiche e sarà proprio la regina ad inaugurare il summit. Chi ha tutto da guadagnare (o da perdere) dal vertice è senz'altro Boris Johnson: dopo la Brexit, tutti gli occhi sono puntati su di lui e sulla sua capacità di far tornare la Gran Bretagna di nuovo protagonista sulla scena mondiale. Le prospettive rimangono complesse per il numero uno di Downing Street e l'impennata della pandemia nel paese non facilita il compito.

Cosa dobbiamo ottenere con la Cop26?

Sul sito ufficiale del vertice, sono elencati gli obiettivi del 26esimo vertice

  • Azzerare le emissioni nette a livello globale entro il 2050 e puntare a limitare l'aumento delle temperature a 1,5°C
  • Adattarsi per la salvaguardia delle comunità e degli habitat naturali
  • Mobilitare finanziamenti pari ad almeno 100 miliardi di dollari all'anno
  • Collaborare

I nodi sul tavolo

La 25esima Conferenza delle Parti, ospitata dal governo cileno e condotta a Madrid a dicembre 2019, si è conclusa - malgrado le estenuanti negoziazioni - con un nulla di fatto. La finalizzazione delle regole tecniche dello storico accordo di Parigi continua a essere il nodo principale sul tavolo. Le questioni aperte sono molteplici, a partire dall'allineamento di tempi e format degli impegni nazionali sul clima (i cosiddettio Ndc) e dai requisiti di trasparenza per la contabilità delle azioni messe in atto dai vari paesi, magari attraverso procedure di peer-review multilaterale. C'è poi il nodo dei cosiddetti mercati del carbone che consentono agli Stati virtuosi (che riducono le emissioni più del previsto) di rivendere i loro crediti a quelli meno virtuosi. I paesi in via di sviluppo temono che questi scambi consentano ai paesi ricchi di evitare il taglio delle emissioni grazie all’acquisto di crediti. Dall'altra parte, i più ricchi paventano che quelli in via di sviluppo potrebbero inglobare le riduzioni di emissioni vendute come crediti, aggiungendole ai loro obiettivi interni e, di fatto, conteggiandole due volte. C'è poi il problema dei vecchi crediti accumulati nell'ambito del protocollo di Kyoto: grandi inquinatori come Brasile, India, Australia e Russia potrebbero sfruttarli per raggiungere i nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni senza troppo sforzo, vanificando di fatto lo spirito dell'intesa di Parigi. Infine, il tema sempre scottante dei finanziamenti. La Decisione di Parigi (non vincolante, a differenza dell’Accordo) faceva esplicito riferimento all’impegno a regime, da raggiungere entro il 2020, di 100 miliardi di dollari l’anno per i paesi in via di sviluppo, impegno finora non rispettato (anche se Biden ha annunciato di voler raddoppiare il contributo Usa).

Lo scenario internazionale 

L'emergenza Covid ha rallentato e ostacolato i progressi sul clima (anche se i lockdown hanno temporanemanete diminuito le emissioni). La Cop26 si svolge inoltre in un momento delicato per i rapporti internazionali. La Brexit ha calato un freddo sipario tra Regno Unito e Unione europea. Per non parlare dei contrasti tra Mosca e fronte occidentale, culminati nella chiusura della missione russa presso la Nato. Usa e Cina (da soli responsabili del 40% dei gas planetari) sono ai ferri corti e il partenariato sulla sicurezza (Aukus) negoziato di recente tra Australia, Regno Unito e Stati Uniti per arginare l'influenza cinese nell'Indopacifico ha fatto infuriare la Francia. La crisi energetica, infine, sta mettendo in ginocchio i giganti asiatici, ponendo il mondo di fronte a scelte urgenti e complesse.

Maglie nere e stati canaglia

In fatto di clima, i paesi che continuano a indossare la maglia nera sono sempre gli stessi. Da anni la Cina mantiene il primato di nazione più inquinante al mondo con la maggior quantità di emissioni, seguita dagli Stati Uniti. Cina, Brasile, Russia e Australia, in particolare, sono considerati veri e propri 'Stati canaglia' dai ricercatori di Paris Equity Check, gruppo che determina quanto le traiettorie dei paesi sono in linea con l’accordo del 2015. Le politiche di questi quattro paesi, affermano gli scienziati, sono su una traiettoria tutt’altro che allineata con Parigi. A conti fatti, il riscaldamento globale implicato nei loro piani porterebbe il pianeta verso un drammatico +5°C; un dato che ha origine nella continua dipendenza di queste economie dai combustibili fossili.

Il Green Deal di Draghi e il nodo della dipendenza europea

"Siamo consapevoli che dobbiamo fare di più, molto di più", ha ammesso Mario Draghi durante lo Youth4Climate, a Milano, uno degli eventi organizzati dall'Italia come partner della Cop26. Il 30 e 31 ottobre si svolgerà a Roma il vertice del G20, che concluderà l'anno della presidenza italiana e il premier ha già annunciato che "anticiperemo alcune delle negoziazioni che si terranno a Glasgow". L'Unione europea si è posta obiettivi ambiziosi: riduzione delle emissioni di gas del 55% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030 e raggiungimento di zero emissioni nette nel 2050. Tuttavia, sa bene il capo del governo, "senza il coinvolgimento delle maggiori economie mondiali non potremo rispettare gli accordi di Parigi e contenere il riscaldamento globale entro un grado e mezzo". L’Italia - ha ricordato il premier - ha stanziato il 40% delle risorse nel nostro Piano nazionale di ripresa e resilienza per la transizione ecologica. Il nostro obiettivo è quello di aumentare la quota dei rinnovabili nel nostro mix energetico, rendere più sostenibile la mobilità, migliorare l’efficienza energetica dei nostri edifici e proteggere la biodiversità".

C'è poi il nodo della dipendenza dell'Europa dalle importazioni di gas, cosa che ci rende vulnerabili (il caro bollette lo dimostra). Per questo, a Bruxelles si ragiona sempre di più sulle energie rinnovabili. "La scienza ci dice da anni che dobbiamo accelerare la transizione verso un'economia a zero emissioni di carbonio - è il discorso di Ursula von der Leyen - Ora, l'economia sta aggiungendo un altro motivo per farlo", ovvero l'aumento dei prezzi dell'energia. Secondo la numero uno della Commissione europea, la risposta agli effetti generati dai rincari di questa commodity "ha a che fare con la diversificazione dei fornitori, ma anche con il mantenimento del ruolo del gas naturale come combustibile di transizione, e dobbiamo discuterne in profondità. E naturalmente occorre accelerare la transizione verso l'energia pulita".

Il rapporto Onu sul clima, "fenomeni irreversibili per millenni"

In un anno mai così tempestato da eventi climatici avversi, l'ampio rapporto sul clima stilato dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental panel on climate change, Ipcc) ha dato conto della tendenza drammatica dei fenomeni in atto.

  • L’Ipcc ha avvertito che gli attuali cambiamenti climatici “non hanno precedenti” nelle ultime centinaia di migliaia di anni. Il pianeta è stato probabilmente più caldo nell’ultimo decennio di quanto sia mai stato negli ultimi 125mila anni
  • Anche i livelli di anidride carbonica nell’atmosfera sono al punto massimo degli ultimi due milioni di anni mentre agricoltura e combustibili fossili stanno portando anche i livelli di protossido di azoto e metano ai massimi da 800mila anni a questa parte
  • “Non c’è dubbio che l’intervento umano abbia riscaldato l’atmosfera, gli oceani e le terre emerse”, si legge nel rapporto
  • Anche nel migliore dei casi, alcuni dei cambiamenti – per esempio, l’incremento del livello dei mari – resteranno irreversibili per millenni
  • L’Ipcc ha affermato che è possibile evitare lo sforamento della soglia degli 1,5° C se saranno adottate misure drastiche e immediate
  • Il cambiamento climatico provocato dall’uomo colpisce già ogni regione del pianeta. Le inondazioni estreme, la siccità, gli incendi, le ondate di calore e le tempeste sono destinate ad aumentare di frequenza e gravità se il riscaldamento continuerà

"E' un codice rosso per l’umanità”, è stato il monito di Guterres. "I campanelli d'allarme sono assordanti e le prove sono inconfutabili: le emissioni di gas serra dovute alla combustione di combustibili fossili e alla deforestazione stanno soffocando il nostro pianeta e mettendo a rischio immediato miliardi di persone. Il riscaldamento globale sta interessando ogni regione della Terra, con molti dei cambiamenti che stanno diventando irreversibili". Dunque, non c'è più tempo da perdere. "Se uniamo le forze ora, possiamo evitare la catastrofe climatica. Conto sui leader del governo e su tutte le parti interessate per garantire il successo della Cop26".

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