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Lunedì, 6 Febbraio 2023
L'intervista

Centinaio lancia il Piano d’emergenza per l’agricoltura italiana: "Svincoliamoci dai limiti Ue"

Un milione di ettari non si possono coltivare a mais e grano perché è obbligatorio ruotare le colture ma il sottosegretario Centinaio spiega a Today che è possibile "tornare proprietari della nostra agricoltura”

C’è una falla in quel made in Italy agroalimentare che dal piccolo Stivale, riesce a finire - come un'impareggiabile eccellenza - sulle tavole di tutto il Mondo. Sono anni che i produttori lo vanno dicendo ma è stata la guerra in Ucraina a metterlo nero su bianco. Aver più che dimezzato la produzione nazionale di materie prime agricole negli ultimi due decenni, ha reso la nostra industria sempre più dipendente dalle importazioni estere. Grano, mais, girasole. Ma anche salumi e latte. Adesso, con lo stop che arriva soprattutto da Russia e Ucraina, rischiano di saltare intere filiere agroalimentari sulle quali si incardina la nostra economia. Mangimi e fertilizzanti compresi. E’ il senatore Gianmarco Centinaio, Sottosegretario al Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, a fare il punto con Today sulle misure d’emergenza che stanno muovendo il Governo.

"A brevissimo termine, stiamo lavorando su un doppio binario per sbloccare le situazioni più critiche del mais e del grano. Quanto al primo, siamo ancora in tempo per aggiungere un milione di ettari di campi alla semina primaverile e salvare, con la produzione italiana, una parte delle carenze di approvvigionamenti dall’estero. Per farlo, chiederemo all’Europa di svincolare in emergenza quei terreni dall’obbligo di rotazione delle colture previsto dalla Pac (Politica Agricola Comune), che attualmente limitano la semina del mais. Ma non basta. Insieme a questo dobbiamo consentire le importazioni anche dai Paesi che fanno uso di fitofarmaci in quantità superiori alle nostre come l’Argentina o che coltivano OGM come gli Stati Uniti. L’alternativa è che rischiamo, nel giro di qualche settimana, di non sapere più cosa dare da mangiare agli animali. Il che poi si riverserà su tutta la filiera di carne e latte. Sul grano tenero invece, stiamo cercando mercati alternativi e concorrenziali a quello russo-ucraino. Un’altra soluzione sul brevissimo periodo non c’è".

Prevedete che possano esserci dei razionamenti al consumo, oltre ad alcuni già apparsi in alcune catene della grande distribuzione?

"Pensiamo di no, se non si tratta di prodotti legati all'olio di semi di girasole per il quale siamo già in emergenza. L'assalto a farina e pasta è ingiustificato".

Qual è lo sforzo economico che dobbiamo mettere a budget per far fronte a questa emergenza? 

"Stiamo valutando l’entità degli investimenti che comunque, saranno ingenti. Stiamo prevedendo anche contributi agli agricoltori già provati dall’aumento dei costi, perchè quest’operazione deve risultare vantaggiosa. Intanto abbiamo impegnato immediatamente le risorse del Piano Nazionale Ripresa e Resilienza con il decreto “Salva filiere Made in Italy”, pubblicato oggi in Gazzetta Ufficiale. Lì c’è un miliardo e duecento milioni a disposizione dell’agroalimentare per essere utilizzato in tempi brevi".

A proposito di mercati competitivi, dall’Ungheria importiamo il 30% del grano che ci serve ed è anche il nostro primo fornitore di mais. Ma si tratta di un Paese che già dal 5 marzo ha bloccato l’export di tutti i cereali. Che ne pensa di questa decisione? 

"Abbiamo notizie ottimistiche. Nel giro di qualche giorno la situazione dovrebbe risolversi. Le informazioni che abbiamo ci dicono che avevano temporaneamente fermato le esportazioni per fare il punto su quante scorte avessero, con l’obiettivo di garantire la domanda interna. D’altronde è impossibile che accada diversamente. L’Europa finanzia grandi quote per l'agricoltura ungherese ed è improbabile per il Paese pensare di essere nel mercato unico senza esportare. Salterebbe tutto". 

Lei ha affermato che il Paese debba tornare ad essere “proprietario della sua produzione”. Come renderebbe nuovamente produttivi e vantaggiosi per gli agricoltori i nostri stimati 3 milioni e mezzo di terreni agricoli abbandonati?  

"Facendo lo stesso ragionamento che hanno fatto la Francia e la Spagna. Dobbiamo mettere a punto un piano strategico nazionale sull’agricoltura che indipenda dalle decisioni dell’Europa. L’ultimo risale agli anni ’60 ed è stato il primo dossier sul mio tavolo da Ministro delle Politiche Agricole. Dobbiamo individuare le nostre vocazioni agricole e valorizzare tutta la filiera che parte da lì. Se l’Italia è il primo produttore di pasta al mondo, dobbiamo incentivare la nostra produzione di grano duro. Stesso dicasi per la zootecnica. Produciamo salumi unici riconosciuti ovunque, è giusto che smettiamo di avere quote elevate d’importazione. Le filiere in cui l’Italia può dire la sua, vanno aiutate. Io sono di Pavia, che insieme a Vercelli è la provincia risicola più importante d’Europa. Non è possibile che subiamo la concorrenza dei paesi asiatici".

Però parliamoci chiaro, gran parte dei problemi degli agricoltori dell’ultimo decennio passa attraverso prezzi al ribasso svantaggiosi per i nostri agricoltori. In che modo saniamo questo divario?

"Andranno potenziati i contratti di filiera che riconoscano il giusto compenso a chi lavora in campo. Intanto però già la legge approvata a metà dicembre contro le pratiche sleali ci aiuta a rendere il mondo agricolo più competitivo. Si tratta di ridurre il gap tra le imprese agricole e i partner commerciali più grandi per equilibrare le operazioni di vendita. E appunto, "tornare proprietari della nostra produzione agricola".

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