Giovedì, 17 Giugno 2021
Ambiente Taranto

Ex Ilva di Taranto, "Ambiente svenduto": condannati a 22 e 20 anni i fratelli Riva e a 3 anni e mezzo Vendola

C'è la sentenza di primo grado del processo sull'inquinamento ambientale prodotto dallo stabilimento siderurgico. La confisca dell'area a caldo non è in ogni caso immediata

C'è la sentenza di primo grado. E segna un prima e un dopo nella storia di decenni di siderurgia del territorio ionico. La Corte d'Assise di Taranto ha condannato a 22 e 20 anni di reclusione Fabio e Nicola Riva, ex proprietari e amministratori dell'Ilva, tra i 47 imputati (44 persone e tre società) nel processo chiamato Ambiente Svenduto sull'inquinamento ambientale prodotto dallo stabilimento siderurgico. Rispondono di concorso in associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, all'avvelenamento di sostanze alimentari, alla omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro. La pubblica accusa aveva chiesto 28 anni per Fabio Riva e 25 anni per Nicola Riva. Secondo la sentenza, i due ex proprietari rispondono di concorso in associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, all'avvelenamento di sostanze alimentari, alla omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro.

Chiesta anche la confisca dell'area a caldo dello stabilimento siderurgico più grande d'Europa. La confisca degli impianti è stata chiesta dai pm, ma essa sara' operativa ed efficace solo a valle del giudizio definitivo della Corte di Cassazione, mentre adesso si è solo al primo grado di giudizio.

Ex Ilva, Vendola e i Riva condannati

Tre anni e mezzo di reclusione sono stati inflitti dalla Corte d'Assise di Taranto all'ex presidente della Regione Puglia Nichi Vendola sempre nell'ambito del processo per il presunto disastro ambientale negli anni di gestione della famiglia Riva.

I pm avevano chiesto la condanna a 5 anni. Vendola è accusato di concussione aggravata in concorso, in quanto, secondo la tesi degli inquirenti, avrebbe esercitato pressioni sull'allora direttore generale di Arpa Puglia, Giorgio Assennato, per far "ammorbidire" la posizione della stessa Agenzia nei confronti delle emissioni nocive prodotte dall'enorme impianto siderurgico.

"Mi ribello ad una giustizia che calpesta la verità. E' come vivere in un mondo capovolto, dove chi ha operato per il bene di Taranto viene condannato senza l'ombra di una prova. Una mostruosità giuridica avallata da una giuria popolare colpisce noi, quelli che dai Riva non hanno preso mai un soldo, che hanno scoperchiato la fabbrica, che hanno imposto leggi all`avanguardia contro i veleni industriali. Appelleremo questa sentenza, anche perché essa rappresenta l`ennesima prova di una giustizia profondamente malata" afferma Nichi Vendola dopo la condanna. "Ho taciuto per quasi 10 anni - conclude Vendola - difendendomi solo nelle aule di giustizia, ora non starò più zitto. Questa condanna per me e per uno scienziato come Assennato è una vergogna. Io combatterò contro questa carneficina del diritto e della verità".

Le condanne della Corte d'Assise di Taranto

La Corte d'Assise di Taranto ha condannato a 21 anni e 6 mesi di carcere l'ex responsabile delle relazione istituzionali Girolamo Archinà e a 21 anni l'ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso. E' stata inoltre disposta la confisca degli impianti dell'area a caldo che furono sottoposti a sequestro il 26 luglio 2012 e delle tre società Ilva spa, Riva fire e Riva Forni Elettrici. Condannato a 17 anni e sei mesi l'ex consulente della procura Lorenzo Liberti.

Condannato a 2 anni l'ex direttore generale dell'Agenzia per l'ambiente (Arpa) della Puglia, Giorgio Assennato, accusato di favoreggiamento nei confronti di Vendola. Secondo l'accusa, Assennato avrebbe taciuto delle pressioni subite dall'ex governatore affinché attenuasse le relazioni dell'Arpa a seguito dei controlli ispettivi ambientali nello stabilimento siderurgico. Il pm aveva chiesto la condanna a un anno. Assennato, che ha sempre negato di aver ricevuto pressioni da Vendola, aveva rinunciato alla prescrizione. 

L'ex presidente Ilva, Bruno Ferrante, è stato assolto. Per l'ex prefetto di Milano, i pm avevano chiesto 17 anni. Bruno Ferrante si era insediato come presidente del cda Ilva a luglio 2012, poche settimane prima del sequestro degli impianti da parte della magistratura.

"La magistratura ha fatto quello che avrebbe dovuto fare la politica"

''A Taranto, per decenni, si è inquinato senza che nessuna istituzione locale facesse qualcosa: hanno chiuso gli occhi e legato le mani per non firmare atti a tutela della salute. La magistratura, purtroppo, è dovuta intervenire per fare quello che la politica avrebbe dovuto fare''. Così Angelo Bonelli, coordinatore nazionale dei Verdi, oggi presente alla pronuncia della sentenza per il processo "Ambiente svenduto" in cui i Verdi sono parte civile. ''Tutti sapevano che il 93% della diossina e il 67% del piombo immessi in atmosfera in Italia - spiega - provenivano dall'Ilva di Taranto. Un inquinamento che ha provocato, rispetto alla media pugliese, un aumento dell'incidenza di mortalità e di malattie tumorali tra i bambini e le bambine rispettivamente del 21% e del 54% secondo le indagini epidemiologiche. Nel 2018, alla masseria Fornaro e al quartiere Tamburi, sono stati registrati picchi di diossina del +916%".

"Tredici decreti Salva-Ilva hanno consentito all'acciaieria di continuare a produrre nonostante le emissioni fuggitive. Decreti che hanno sospeso le leggi sulla sicurezza sul lavoro, come il decreto 92/2015 dell'ex ministro Calenda che fu poi dichiarato illegittimo con sentenza della Consulta n.58/2018''.

'Una giuria di tutte donne oggi ha emesso una dura sentenza. Eppure - aggiunge Bonelli - nessuna aula di tribunale potrà risarcire del dolore versato dalle famiglie tarantine. Un sistema politico, amministrativo ed economico ha svenduto la città di Taranto. La vicenda tarantina è il simbolo del fallimento della politica italiana che ha gridato allo scandalo perché era la magistratura a dettare la politica industriale, quando il vero scandalo non era solo lei che nulla ha fatto contro i veleni, ma il dramma tarantino stesso". "Alle istituzioni italiane - conclude Bonelli - è mancata, e manca, una visione strategica del futuro dal punto di vista industriale, a differenza della Spagna, dell'America, della Germania, dove, a Bilbao, Pittsburgh e nel bacino della Ruhr, sono stati realizzati imponenti progetti di conversione industriale in chiave ecologica, rilanciando occupazione ed economia''.

Contramianto: "La sentenza non lascia dubbi"

"La lettura del disposito di sentenza della Corte di Assise di Taranto non lascia dubbi e l'elenco dei colpevoli e delle pene racconta decenni di siderurgia del territorio ionico e delle conseguenze che i " veleni della fabbrica" hanno avuto su lavoratori e cittadini morti e ammalati a causa delle esposizioni a cancerogeni e sostanze tossico nocive". Lo si legge in una nota, l'associazione Contramianto, costituita parte civile nel processo penale 'Ambiente Svenduto' a carico della passata gestione Ilva, che ritiene la sentenza "il punto da cui ripartire per dare giustizia e dignità alla popolazione di Taranto colpita da un inquinamento soffocante in un escalation di effetti con gravi danni anche mortali su uomini, donne e bambini".

"Dopo 9 anni dall'atto di sequestro degli impianti Ilva e l'apertura del processo penale con centinaia di udienze e contrapposizioni in aula finalmente - scrivono da Contramianto- il giudizio che condanna coloro che hanno contribuito a quel disastro ambientale legato all'Ilva di Taranto, la fabbrica dell'acciaio più grande d'Europa". In questi anni sono stati ascoltati decine di testimoni "che hanno descritto le condizioni in cui venivano svolte le attività industriali nel siderurgico tarantino ed acquisiti fascicoli e atti per decine di migliaia di pagine. Un confronto deciso tra gli avvocati dell'accusa e quelli della difesa nel quale si è ricostruito un lunghissimo periodo di storia industriale italiana, dagli inizi degli anni '90 sino al sequestro del 2012. La sentenza di colpevolezza - concludono dall'associazione ambientalista - emessa riteniamo essere non un punto di arrivo ma il momento da cui ripartire per ricostruire la nostra storia una sentenza che possa dare risposte per le morti nella fabbrica e fuori dalla fabbrica facendo chiarezza su quello che è stato ma anche per sapere quello che potrà essere il futuro, un futuro che vogliamo sia più giusto per tutti".

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