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Mercoledì, 19 Gennaio 2022

Non basta una mano green sul nuovo Meazza, i conti non tornano

"Milano scusa stavo scherzando, luci a San Siro non ne accenderanno più”. Profetico Roberto Vecchioni nel 1980, al quale non sfuggì che la firma sulla condanna a morte dei simboli di Milano sarebbe stata apposta proprio da chi diceva di amarla. L’unica cosa che il cantautore italiano non avrebbe potuto prevedere è che l’altare sul quale si sarebbe consumata la tragedia sarebbe stato - nemmeno a dirlo - quello della sostenibilità ambientale. 

Quarant’anni dopo l’uscita della canzone simbolo dell’identità meneghina, il Sindaco al secondo mandato ha deliberato la demolizione dell’attuale stadio “Giuseppe Meazza”. Al posto della “Scala del Calcio”, verrà eretta una nuova “Cattedrale”. Un’architettura firmata dallo studio d’oltreoceano Populous, già ribattezzata dai detrattori del globalismo calcistico come “lo scatolone”. Alla quale si aggiungono 145mila metri quadrati di superficie pubblica assegnati per novant’anni al fondo d’investimento americano e alla holding immobiliare cinese proprietari di Milan e Inter. Già dotati dal Comune di Milano della dichiarazione d’interesse pubblico per costruire uffici, negozi, ristoranti e un albergo, con relativo indice edificatorio. Lo stadio vero e proprio? Occupa solo il 14% del progetto edilizio totale, con 12.500 dei 60.000 posti totali riservati alla versione “premium”. Ovvero alle aziende. Quel che resta, un pò per uno alle famiglie milanesi che ancora credono alla magia di una bandiera. Beni pubblici assegnati senza vincolo di servizio a due giganti finanziari privati che sì consumeranno un’enormità di suolo ma per lo meno - dirà il lettore - porteranno nelle casse dell’amministrazione un pò di danari. Ebbene, pare che la giunta di Beppe Sala ci rimetterà anche qualche carta da cento. Conti alla mano, “oggi il Comune incassa 10 milioni dall’affitto del vecchio Meazza - scrive Luigi Corbani, promotore del Comitato Sì Meazza che chiede lo stop alla demolizione e la ristrutturazione dello stadio storico - ma nella delibera che hanno assunto per tutta l’operazione, tra nuove aree, volumetrie e demolizione, si parla di un canone di 2,8 milioni”. Cioè, tra vecchio Meazza e nuova Cattedrale, c’è una differenza di oltre 500 milioni che renderebbe la trasformazione di San Siro del tutto sconveniente per l’amministrazione pubblica. Di fronte ai dati inconfutabili però, ecco che dal cilindro viene fuori il coniglio.

Con una mano green si potrebbe salvare un’operazione immobiliare che così com'è, grava sulle tasche dei cittadini lombardi. E allora lo scorso 24 dicembre, le proprietà delle due squadre presentano alla stampa i rendering del nuovo progetto. Più che nel quartiere di San Siro, sembrava di proiettarsi in un enorme polmone boscoso, senza alcun edificio d’intorno, né nuovo né vecchio. A campeggiare nel centro del parco “verde filtrante” di 50mila metri quadrati, un parallelepipedo coperto di vetro. Circondato da una galleria con guglie che imitano il Duomo di Milano. Riscaldamento passivo, pannelli solari, elettricità immagazzinata in banchi di batterie e utilizzo dell’acqua di falda per il totale degli usi non potabili. Senza doverlo dire, tutto pedonale con parcheggi interrati. Della vecchia struttura che ha ospitato i concerti di Bob Marley, Springsteen e i Pearl Jam, rimarrà forse in piedi - a imperitura memoria di una morte violenta - una delle iconiche rampe elicoidali. Eppure, i conti continuano a non tornare. “O il rendering è del tutto fasullo - prosegue Corbani - poiché descrive uno scenario in cui c’è solo verde attorno allo scatolone. Oppure hanno rinunciato a costruire centri commerciali, albergo e uffici”. Senza considerare che seppure il nuovo Meazza s’ha da fare, bisognerebbe considerare i costi economici e ambientali di abbatterlo oltre a quelli del consumo di suolo. Una movimentazione di 180.000 metri cubi di macerie. Mezzi pesanti per smaltire cemento armato e ferro, in una fossa stimata intorno ai 10 metri di larghezza per 10 metri di profondità. Lunga quasi 2 chilometri. Ma di questi dettagli, non v’è traccia nel progetto che dovrebbe divenire esecutivo alla fine di quest’anno. Intanto però, il simbolo del vecchio calcio resisterà giocoforza fino all’inaugurazione delle Olimpiadi Invernali del 2026. Come ultimo sussulto di una vecchia gloria italiana. E’ la sostenibilità ambientale, bellezza.

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