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Lunedì, 23 Maggio 2022

Gli Ogm cambiano nome e arrivano anche in Italia

Quello che esce dalla porta del dibattito politico, rientra dalla finestra delle risoluzioni d’emergenza. Già ante guerra in Ucraina gli organismi geneticamente modificati si erano dati una rinfrescata con un nome più umano e femminile. Avevano svecchiato un po' le biotecnologie che li concepiscono in provetta e avevano avanzato la proposta di legge che tenta (ancora una volta) di togliere di mezzo il divieto alla coltivazione nei campi italiani. Dopo il tentativo fallito dalla renziana Bellanova nel 2020, a portare le nuove “Tea” (Tecniche di Evoluzione Assistita, il marketing emozionale è tutto) sul tavolo della politica sono stati, nel dicembre scorso, cinque deputati pentastellati. Obiettivo semplice: invalidare la sentenza esecutiva della Corte di Giustizia Europea del 2018 che equipara le “nuove signorine” ai vecchi Ogm e spuntare così l’autorizzazione a coltivarle in campo aperto per fini scientifici. Ma lo scacco matto non sarebbe riuscito loro se l’inasprirsi del conflitto a est, non avesse offerto la madre di tutti gli alibi anche a chi aveva resistito finora ai blitz dell’industria agricola. A fronte del conflitto, “abbiamo ribadito che vorremmo un decreto d’emergenza ad hoc per l’agricoltura. E nell’elenco delle proposte fatte, ci sono anche le Tea. È la base normativa per poter inserire misure che difficilmente vedrebbero la luce”, svela a Today l’onorevole Filippo Gallinella, primo firmatario della proposta di legge che così potrebbe imboccare la fortunosa scorciatoia del “guarda-caso l’emergenza”. Diversamente, l’iter ordinario non vedrebbe la luce prima di fine legislatura. Se la manovra funzionasse quindi, non solo continueremmo a ritrovarci nel piatto alimenti Ogm che già importiamo da anni dall’America, con residui di pesticidi anche doppi rispetto quelli da noi vietati. Ma ce li ritroveremmo coltivati direttamente anche in campo, a beneficio dell'agricoltura intensiva. 

Perchè la guerra è il cavallo di Troia per i nuovi Ogm

I venti di guerra hanno improvvisamente chiarito che la nostra produzione nazionale di cereali è stata mortificata da almeno due decenni di acquisti al ribasso sul mercato globale. Il che ci ha reso orfani di tre milioni e mezzo di terreni agricoli abbandonati, che non conviene più a nessuno coltivare. E adesso che da Russia e Ucraina non arrivano più mais nè grano tenero, non abbiamo materie prime sufficienti per soddisfare export e domanda interna. Rendere conveniente agli agricoltori riprendere in mano quei terreni abbandonati, riconoscendo finalmente loro contratti di filiera che garantiscano il giusto prezzo delle materie prime? Ma nemmeno per idea. La soluzione sta nell’aumentare le rese per ettaro, non nel risolvere i problemi strutturali. E quindi, riecco che spunta la vecchia storia dei semi provenienti da modificazioni genetiche di laboratorio. “Piante più sostenibili dal punto di vista ambientale - assicura Gallinella - ridotto uso di fitofarmaci e maggiori resistenze ai cambiamenti climatici, con oggettivi benefici per una maggiore produttività”. E per compiere questa magia, gli Ogm sono cambiati. Non sono più quelli di una volta. “Le nuove varietà di piante Tea - specifica l’onorevole - permettono di modificare il Dna di un organismo vivente in maniera estremamente precisa, inserendo o spegnendo un singolo gene grazie alle “forbici molecolari”. Questo accelera un processo che già potrebbe avvenire in natura, perchè consente il passaggio di materiale genetico solo tra specie sessualmente compatibili. Mentre nel caso degli Ogm transgenici il passaggio può avvenire anche tra regni diversi, ad esempio tra batteri e piante”. Dunque cambia il metodo, non il merito dell’editing genomico. Che sempre dal laboratorio sbarca nell’ecosistema agricolo (e poi nel piatto), con caratteristiche alterate e quindi con conseguenze non prevedibili. Eppure per il Movimento 5 Stelle, ma anche per Fratelli d’Italia e Lega - storicamente tra i più inflessibili oppositori dell’ingegnerizzazione della dieta mediterranea - sembra sia cambiato tutto. E quasi quasi, questa legge si potrebbe pure fare.

La differenza? Un filo di trucco

Sul piede di guerra gli attori dell’agricoltura biologica, che subito hanno chiesto il ritiro della proposta di legge. Comprensibile, considerato che negli ultimi dieci anni l’Italia ha aumentato la sua superficie bio del 79%. Cioè niente Ogm, niente fertilizzanti o antiparassitari chimici in più di due milioni di ettari. “L’editing del genoma - spiega a Today Giuseppe Romano, presidente dell’Associazione Italiana per l'Agricoltura Biologica - può generare molteplici cambiamenti del Dna con un unico intervento. Di qui i preoccupanti effetti collaterali di queste biotecnologie”. Ad esempio, un seme può essere brevettato per resistere agli insetti e quindi per diminuire l’uso degli insetticidi. D’altro canto però può provocare l’aumento dei diserbanti, perché le piante infestanti diventano sempre più resistenti e più invasive. È direttamente Science Advances con il più grande studio sul tema, a dimostrare la relazione diretta tra colture geneticamente modificate e l’aumento di pesticidi, che invece si sarebbero dovuti ridurre. E questo pone anche il problemino delle ricadute sulla salute. “Il problema - prosegue Romano - è che gli effetti fuori bersaglio non vengono studiati né cercati con rigore scientifico per la fretta di aprire all’industria nuovi spazi di profitto attraverso brevetti e privative”. Il seme prodotto in laboratorio infatti diventa di proprietà di multinazionali che spesso si occupano anche di prodotti chimici. Un monopolio di fatto, che vede il controllo assoluto dei semi (e quindi del cibo) in mano ai famosi “Big 4”. I quali rendono produttori e consumatori dipendenti dalle loro politiche.

La differenza tra il vecchio e il nuovo? Un filo di trucco rosa e un tocco di marketing.

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