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Venerdì, 27 Maggio 2022

Quando le Olimpiadi incontrano le Dolomiti, le montagne sono spacciate

Quando le Dolomiti d’Ampezzo incontrano le Olimpiadi Invernali, le Dolomiti d’Ampezzo sono montagne spacciate. Così pare che accadrà nel caso di Cortina 2026, dove è già cominciato il “ballo del mattone”. Nuovi impianti di risalita e piste da sci, allargamento di quelle esistenti, tunnel, strade e parcheggi per l’accesso ai comprensori, nuovi villaggi e alberghi sui valichi. Tutte infrastrutture scarsamente necessarie agli atleti che qui disputeranno alcune gare tra il 6 e il 22 febbraio e tra il 6 e il 15 marzo di quell’anno, ma ricche di opportunità per gli utili privati che già si trovano di fronte un’occasione irripetibile. Non ricapiterà tanto presto di poter programmare nuovi progetti edilizi nel bel mezzo di un Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. E questo è talmente chiaro anche alla Fondazione Milano Cortina 2026, ovvero l’ente che il presidente del Coni Giovanni Malagò ha voluto per gestire “i giochi olimpici del freddo”, che nella carta dei valori si svincola subito da inopportune attribuzioni di responsabilità. “Il 90% degli impianti sportivi che utilizzeremo, esiste già. I Giochi si adattano al territorio che li ospita, e non viceversa. Non si costruisce ciò di cui non sia bisogno e che costituisca una eredità durevole”. Pista da bob a parte, che evidentemente fa parte di quel margine di tolleranza del 10%. La leggendaria “Eugenio Monti” infatti, inaugurata nel 1923 e chiusa dal 2008, non verrà affatto ristrutturata. Le curve, i dislivelli e le lunghezze spingono l’atleta ad una tale velocità che non sarebbe più compatibile con gli standard di oggi. Il tracciato sarà nuovo, inserito in uno sliding center dalla capacità di 5.500 posti e dal costo di 61 milioni. Morale: nessuno sa cosa rimarrà dei larici del bosco di Ronco e dei prati adiacenti. Oltre il bob però, rimane il fatto che la maggior parte delle opere che trasformeranno il delicato sistema dolomitico, già soffocato dalla monocoltura turistica di massa mordi e fuggi, saranno quelle indirettamente correlate ai giochi olimpici. Progetti costosi e impattanti, finora rimasti nel cassetto per scarsità di fondi o mancanza di occasioni. Ma che il Recovery Plan potrebbe avere il potere di rianimare. 

E così, il cerino passa alle amministrazioni pubbliche. E viene preso in carico dalla proverbiale lungimiranza della politica. D’altronde, il Presidente del Veneto Luca Zaia non ha mai nascosto il proprio totale entusiasmo per aver portato a casa l’evento mondiale. E infatti il primo progetto messo a bilancio nel Recovery Plan in previsione delle Olimpiadi Invernali, è un lungo buco sotto il gruppo del Sella. Anzi, i lunghi buchi. Con al centro una grande rotatoria direzionale. Necessari per collegare il Veneto con le vallate dell’Alto-Adige passando sotto i quattro passi dolomitici, mediante un sistema di gallerie che dovranno connettere i passi Pordoi, Sella, Gardena e Campolongo. “Green e sostenibile - scrive la Regione - eviterebbe che il traffico di transito salisse sui passi per poi ridiscendere. Ridurrebbe carburante e rumori”. Irrisolto il mistero dei turisti che attraverserebbero le valli nelle viscere della montagna, senza poi salire a godere del paesaggio. Oltre al fatto che l’impatto ecosistemico di una montagna-groviera sarebbe incalcolabile. Però l’elenco delle disgrazie non è finito: Dolomiti Superski progetta di passare dagli attuali 1100 chilometri di piste ai quasi 1300 grazie a tre nuovi collegamenti sciistici tra Cortina, Badia, Arabba e il monte Civetta. Che non sbancherebbero solo i luoghi storici della Prima Guerra Mondiale, ma anche interi versanti già massacrati dalla tempesta Vaia. Questione di priorità, perchè in effetti il progetto costituirebbe a quel punto il più intenso e vasto areale dello sci del mondo. E poi rifugi piccoli piccoli trasformati in alberghi a cinque stelle grandi grandi, villaggi turistici molto green ma con spa e wellness, senza contare gli chalets glamour sul Lago di Misurina. Non sarebbe finita. Ma aggiungiamo un solo altro spunto: la neve non c’è più. In Italia sono 311 le ski-aree dismesse perchè situate a quote inferiori ai 1500 metri, dove i fiocchi non scendono. A quel punto, scieremo sul cemento.

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