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Lunedì, 17 Gennaio 2022
Green economy

Ci sono oro e argento nei nostri smartphone ma li lasciamo riciclare a Belgio e Francia

Una ricerca italiana sta mettendo a punto un processo sostenibile per riciclare in patria i metalli preziosi contenuti nelle nostre schede elettroniche. E farli fruttare, reimmettendoli nel tessuto produttivo. Per il momento, teniamo in Italia solo le plastiche meno remunerative

Nei nostri telefonini dismessi, c’è l’oro. Non solo. Anche argento, palladio, rame e terre rare. Ma le industrie italiane non sono attrezzate per riciclarli, perciò spediamo le schede elettroniche in Nord Europa. Belgio e Francia in particolare, che hanno ancora una pirometallurgia in grado di separare i componenti più nobili e farli fruttare rimettendoli in circolo nel sistema economico. Loro estraggono una media di 276 g di oro, 345 g di argento e 132 kg di rame da una tonnellata di sim degli smartphone a fine vita. Noi ci consoliamo triturando e separando la meno remunerativa plastica restante, per immetterla negli ordinari processi di riciclo. Un’occasione persa per l’economia circolare e un carico in più d’inquinamento derivato dal trasporto internazionale. A tentare di risolvere il paradosso, i ricercatori dell’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile (ENEA) in sinergia con l’Università La Sapienza di Roma.

“Stiamo mettendo a punto un processo per recuperare i metalli preziosi contenuti nei cellulari. Stiamo lavorando ad una tecnologia a basso consumo energetico che lavora a temperatura ambiente, senza utilizzare la combustione”, spiega a Today Danilo Fontana, ricercatore chimico industriale di ENEA e responsabile del progetto “Portent”. Finanziato dalla Regione Lazio con circa 140 mila euro, lo studio terminerà nell’aprile del 2023. “Grazie all’idrometallurgia, saremmo in grado di riciclare oltre il 96% dei dispositivi elettronici, recuperando quantità significative di metalli preziosi con livelli di purezza elevati. I quali diventerebbero fonte di materie prime seconde per nuovi prodotti tecnologici, arricchendo le competenze qualificate del nostro tessuto imprenditoriale”. Insomma, tenendo i rifiuti “nobili” in patria, ne guadagnerebbero l’economia e l’innovazione. E se pensiamo che solo nel 2020 sono stati conferiti 63,4 milioni di vecchi telefonini per un totale di 2.078 tonnellate di rifiuti elettronici, il conto dei vantaggi si conclude velocemente. Una crescita generale, che va di pari passo con il segno più nella raccolta di tutti gli altri dispositivi a fine vita. I “grandi bianchi” - lavatrici, lavastoviglie e frigoriferi - trainano la classifica con un aumento del 9%, seguiti dai piccoli elettrodomestici di consumo come le aspirapolveri, i ferri da stiro e appunto, i telefoni cellulari. “Una tendenza dovuta soprattutto a tempi di vita tecnica sempre più ridotti”, prosegue il ricercatore. “Questo fenomeno potrebbe generare seri problemi di gestione legati alla presenza di metalli e sostanze nocive che rappresentano un rischio reale per la salute dell’uomo e dell’ambiente. Oltre al fatto che riciclarli, consentirebbe di evitare il depauperamento delle risorse naturali e l’approvvigionamento di alcune di queste materie prime critiche presenti aree ad alta biodiversità”. Per dirne una, dalla Romania e dalla Russia al Ghana, alla Cina e persino al Canada, lo scarico delle dighe delle miniere d’oro ha avvelenato paesaggi, causato massicce morti di pesci e danneggiato il sostentamento delle comunità indigene di tutto il mondo. Una filiera globale, che parte dallo sfruttamento della natura e finisce nelle nostre tasche per durare il meno possibile. In un’infinita produzione che adesso, potrebbe aver trovato la sua svolta circolare. 

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