Martedì, 21 Settembre 2021
Alberto Berlini

Opinioni

Alberto Berlini

Giornalista Today

Non basta piantare alberi per salvare il mondo

Sembra facile ma l'operazione che prevede la piantumazione di nuovi alberi dopo un incendio è una faccenda complessa, molto più di quanto le fanfare possano decantare. In questi giorni in cui l'Italia tocca con mano le conseguenze di un cambiamento climatico che l'ultimo rapporto dell'Ipcc vorrebbe quasi inarrestabile sta risuonando sui social l'appello a piantare nuovi alberi per mettere un tappo alla crisi climatica. Ma non è proprio così semplice. 

Nuovi alberi rappresenterebbero poco più di un palliativo e le iniziative per "piantare a più non posso" rischiano di distrarci dalla vera emergenza: ridurre il più possibile l'impiego dei combustibili fossili. Lo spiega Oxfam in un rapporto in cui si evidenzia come si possa contrastare il caos climatico con un reale taglio delle emissioni, rinunciando all’uso di vaste aree di terra per piantare alberi in grado di compensare le emissioni di gas serra in atmosfera: per compensare le proprie emissioni le quattro sorelle di petrolio e gas (BP, Eni, Shell e TotalEnergies) da sole dovrebbero consumare un’area grande il doppio del Regno Unito per piantare alberi e raggiungere l’obiettivo ‘zero emissioni’ entro il 2050. Se l’intero settore energetico – le cui emissioni continuano a crescere – dovesse porsi obiettivi vicini allo zero, sarebbe necessaria una regione grande quanto l’intera foresta amazzonica, l’equivalente di un terzo di tutta la terra coltivabile del pianeta. Un obiettivo irrealistico che potrebbe portare ad una corsa all’accaparramento di terre coltivabili da cui dipende la sussistenza di intere comunità.

A fermare una irrazionale corsa a piantumare c'è anche un altro insegnamento che arriva dalla scienza. Sono i botanici sardi a scriverlo dopo gli incendi che hanno interessato vaste aree dell'isola, un insegnamento che può essere riletto nelle molteplici aree di emergenza regionali. 

L'appello, lungo ma che merita quantomeno di essere riassunto nei suoi aspetti più generali, richiama ad evitare di calare dall’alto modelli confezionati, così come lasciarsi sospingere dall'onda emotiva dei "grandi numeri" come soluzione del problema.

Spinti dall’onda emotiva, sono stati proposti “grandi numeri” come soluzione del problema: tanti aerei ed elicotteri per costituire una flotta antincendio regionale; milioni di alberi da piantare nei prossimi anni per ricostituire il manto boschivo andato in fumo, per citarne alcune. La comunità scientifica, pur partecipe dell’emozione del momento e solidale con le comunità colpite da questo incendio, ha però il dovere di rilevare le criticità e le opportunità da valutare per ottenere risultati duraturi e sostenibili sia dal punto di vista socio-economico sia da quello ecologico.

Come Botanici sentiamo l’urgenza e il dovere di partecipare a questo dibattito sulla base delle nostre competenze e di chiederci, e di chiedere a tutti i Sardi, se la soluzione a tutto questo sia quella di ri-piantare 100 milioni di alberi nei prossimi anni: quali alberi? Dove e come saranno prodotti e poi piantati? È questa una soluzione ecologicamente duratura e sostenibile per il territorio?

Già dopo i disastrosi incendi del 1983 e del 1994, per citare solo gli ultimi di entità paragonabile, nell’area vennero realizzati dei rimboschimenti a gradoni con l’introduzione di piante che nulla avevano a che fare con l’ecosistema del Montiferru, come pini e aceri campestri, che vennero messi a dimora dissodando con mezzi meccanici la cotica spontanea di corbezzolo ed erica ed aumentando il dissesto idrogeologico dei versanti montani senza migliorarne la resistenza al fuoco. Inoltre, gran parte di questi rimboschimenti a pini sono stati irrimediabilmente distrutti vanificando anche le ingenti risorse impiegate. Vogliamo evitare che si ripetano gli stessi errori.

Non solo le nostre comunità umane sono resilienti, lo sono anche le comunità vegetali: una parte degli alberi e arbusti autoctoni del Montiferru è ancora vitale a livello di apparati radicali, e nelle prossime settimane reagirà al passaggio del fuoco producendo nuovi getti (polloni) che diventeranno i pionieri della ricolonizzazione da parte della vegetazione della montagna. Auspichiamo e suggeriamo quindi che l’impegno principale di denaro pubblico sia indirizzato per favorire questo naturale processo ecologico, mediante interventi che contemplino il taglio delle parti ormai non più vitali, operazioni di succisione e di tramarratura sulle ceppaie, interventi selvicolturali di cura del bosco e la messa a dimora di postime autoctono ove lo stesso non sarà risultato resiliente. La Sardegna non ha solo bisogno di nuovi alberi, ma anche di oliveti, vigneti, campi coltivati e soprattutto di prevenzione e di corrette politiche di pianificazione del territorio e di gestione forestale, che andrebbero ripensate con una visione partecipativa e transdisciplinare. L’intervento dell’uomo può essere utile per favorire la rinascita del bosco e accelerare la conversione della macchia in foresta. Nei primi anni dopo l’incendio si svilupperanno, infatti, comunità vegetali di taglia bassa come i cisteti, che pian piano evolveranno in una macchia a erica e corbezzolo. Questa poi avrà la potenzialità di evolvere in lecceta, sughereta o bosco misto con querce caducifoglie. La conoscenza delle dinamiche naturali, già recepite sulla carta nel Piano Forestale Ambientale Regionale (PFAR), può aiutarci ad indirizzare le politiche di gestione e ripristino, che dovranno essere basate più su un approccio qualitativo che quantitativo. La Sardegna, infatti, come molte regioni italiane, ha visto negli ultimi decenni un incremento notevole delle superfici forestali, a scapito soprattutto dei pascoli montani, per cui non si ravvisa l’urgenza di aumentare la superficie forestale, quanto di migliorare la qualità dei boschi: abbiamo un patrimonio costituito soprattutto da boschi giovani (cedui) spesso non governati, con un notevole accumulo di biomassa. È necessario quindi ripensare in maniera transdisciplinare le politiche e gli strumenti normativi di pianificazione del territorio e agro-forestali regionali, inglobando temi quali il pastoralismo e la gestione dei sistemi agro-silvo-pastorali, la conservazione della biodiversità e dei servizi ecosistemici, la lotta ai cambiamenti climatici, la tutela del suolo, la partecipazione delle comunità locali e degli imprenditori agricoli e forestali.

Numerosi studi dimostrano che una copertura forestale continua e omogenea, sebbene ideale nell’immaginario collettivo, non è invece funzionale alla prevenzione degli incendi, alla conservazione della biodiversità, alle produzioni agro-zootecniche e alla erogazione dei servizi ecosistemici che i boschi ci forniscono (gratuitamente). Ad esempio i sistemi forestali a mosaico, in cui aree di bosco naturale si alternano a boschi pascolati o soggetti ad utilizzazioni selvicolturali, pascoli arborati, garighe di piante officinali, radure, pascoli montani, aree coltivate, oliveti e vigneti, possibilmente tenendo conto dell’orografia, della viabilità, delle risorse idriche e del rischio di propagazione del fuoco, sono molto più efficaci nella difesa contro gli incendi, permettono di produrre più reddito (perché all’allevamento e alla silvicoltura tradizionali è possibile associare altre produzioni come frutti di bosco, funghi e tartufi, miele, piante officinali), sono più attrattivi a livello turistico, e più efficienti nel contrastare il dissesto idrogeologico (un aspetto da tenere in alta considerazione soprattutto nel prossimo autunno quando riprenderanno le piogge) o nello stoccaggio dell’anidride carbonica.

Un’ultima considerazione deriva dal fatto che, a parte il Demanio Forestale di Sos Pabariles a Santulussurgiu e quello di Tresnuraghes, questo vasto incendio ha interessato soprattutto terreni privati. Bisogna evitare di calare dall’alto modelli confezionati in ambiti distanti dal territorio, ma sviluppare percorsi partecipati e partecipativi in cui i cittadini del Montiferru siano parte attiva anche nella fase progettuale, oltre che ovviamente in quella realizzativa. Il Montiferru è il classico esempio in cui i buoni risultati si otterranno solo con una sinergia tra pubblico e privato. Gli studi botanici offrono dati dettagliati sulla presenza di tante specie vegetali spontanee che sicuramente hanno subito danni a causa degli incendi e sopravvivono ancora con piccole popolazioni in aree non interessate dal fuoco (come il tasso, l’agrifoglio, l’alloro, il ciliegio selvatico e l’acero minore). Trasferire queste informazioni agli Enti pubblici coinvolgendo i privati, potrebbe favorire la creazione di una rete di allevatori-agricoltori custodi della biodiversità (e della agro-biodiversità). Una parte delle risorse pubbliche potrebbe essere destinata per la costituzione di piccoli vivai aziendali nei quali le aziende locali raccolgano e moltiplichino le risorse botaniche locali ai fini della ricostituzione del patrimonio vegetale (arboreo, arbustivo ed erbaceo) dell’area, vigilando sul territorio e promuovendone la conoscenza e la valorizzazione, sia verso utenti esterni sia verso la popolazione locale (con particolare attenzione alle scuole).

L’auspicata saggezza della comunità Sarda sarà quella di saper cogliere ancora una volta la sfida di trasformare una criticità in una opportunità. Per far questo è necessario che ognuno faccia la sua parte, che gli Enti pubblici comunichino e collaborino tra loro in maniera coordinata e soprattutto che si prenda una direzione decisamente orientata alla condivisione delle conoscenze. I problemi complessi richiedono una capacità di analisi elevata, e questo significa che nessuno ha da solo la soluzione: le possibili soluzioni vanno valutate, individuate e messe in pratica insieme, nella consapevolezza che ciascuno ha sia da imparare sia da insegnare.

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