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Mercoledì, 19 Gennaio 2022
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La vera storia del Drago alato di Vaia, spettacolare "star" dei social

Il drago alato di Vaia, il più grande d’Europa, è l’erede di un’antica leggenda cimbra non ancora persa dalla memoria delle genti. A rammentare all’uomo il rapporto con l’ineffabilità della natura ci sono anche un leone alato, un cervo e un gallo

Adesso che la prima neve ha ammantato i boschi dell’Alpe Cimbra, il drago alato è uscito dalle antiche favole. Strappato all’oblio, è stato riconsegnato alla memoria delle genti che qui abitano dai tempi della Serenissima. La creatura scolpita da Marco Martalar è la più grande d’Europa: un drago costruito con i resti degli alberi abbattuti dalla tempesta di Vaia, alto sei metri (tre volte un uomo) e lungo sette. Domina l’altopiano di Lavarone (Trento) e ricorda che le leggende vivono finché gli uomini non le abbandonano. Per lui, completato il 16 novembre e già star dei social, finora sono accorse sul sentiero Tablàt quasi duemila persone. Ma in pochi conoscono la leggenda del suo avo, l’antico basilisco.

“Io sono di etnia cimbra, un antico popolo originario della Germania - spiega a Today Martalar, a tutti gli effetti “padre” del drago - che qui fu chiamato per tagliare il legname da fornire all’arsenale della Repubblica di Venezia. Abbiamo un legame con questi monti che affonda le radici nei secoli. Durante la costruzione del drago, la mattina presto trascorrevo due o tre ore nel bosco per raccogliere il legname. A mano, con la mia sacca. E poi andavo a comporlo. Ho impiegato circa un mese e mezzo, scegliendo ogni giorno i rami spezzati che meglio potevano adattarsi a quello che mi serviva in quel momento. Adesso, quando lo guardo, non sembra che nemmeno che sia stato io a scolpirlo”. Sono duemila i pezzi di radici e gli scarti raccolti tenuti insieme da tremila viti, per una creatura che ogni mattina senza nuvole, all’alba, prende vita grazie al sole che ne illumina gli occhi. E che ravviva la memoria del leggendario basilisco, un mostro sputafuoco brandito dalle nonne per tenere i bambini lontani dai boschi. Una bestia che si nascondeva nelle grotte della zona, dalle squame color verdastro che spesso cambiavano colore. Era l’archetipo dei grandi istintivi timori della natura, delle paure elementari dell’uomo. A volte travolgente ma certamente custode di una primordiale energia vitale.

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“Il drago è un messaggero, non un nemico”, afferma lo scultore. “Della forza dirompente della natura e della necessità che tutti noi torniamo a farne parte. E’ un’opera fantastica, anche se mi piace pensare che esista davvero. E’ potente, come lo è stata la tempesta di Vaia. E quando ci sia avvicina esce dal regno della fantasia ma per diventare reale davanti a noi”. Tanto reale che ad ogni stagione e con il trascorrere degli anni, il drago alato di Vaia cambierà aspetto. Il legno si modificherà lentamente fino a decomporsi. Per poi tornare a terra e costituire humus per i nuovi boschi che sorgeranno sulle macerie. Ma non sarà solo. Lo spirito delle opere di Martalar vive anche in un leone alato, in un cervo e nel gallo di Vaia. Tutti animali identitari, la cui presenza tra i boschi dell’Alpe Cimbra evoca il rapporto che l’uomo ha costruito nei millenni con la natura. Inscindibile, tra lo spiegabile e l’ineffabile. E i problemi sorgono quando decidiamo di spezzare il vincolo, in una presunzione funesta. E il drago alato è tornato per ricordarcelo.

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