Giovedì, 29 Luglio 2021
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Petrolio, parchi e navi in mare: tutto quello che c'è da sapere su Tempa Rossa

Sono giorni di grande tensione intorno al grande impianto che soddisferà circa il 40% della produzione di greggio dell'intera Penisola. Un giacimento ancora non attivo ma che ha già creato una guerra all'interno delle stanze del Partito Democratico

Il sito di Tempa Rossa

Per metà nelle mani di Total, l'altra metà divisa tra Shell e la giapponese Mitsui, Tempa Rossa è il secondo giacimento della Basilicata dopo quello in Val D'Agri. Fermo sul crinale a circa 900 metri sul livello del mare, nel cuore della Lucania, domina l'alta valle del Sauro tra i comuni di Corleto, Guardia e Gorgoglione, lambendo il confine del grande parco dell'Appennino Lucano. Un giacimento modernissimo pronto a entrare in funzione nel 2017 e che, come scrive Total sul suo sito, a regime convoglierà verso Taranto, da otto pozzi (sei già in funzione e due in attesa delle autorizzazioni), ogni giorno circa 50mila barili al giorno di greggio, 230mila metri cubi di gas naturale, 240 tonnellate di Gpl e 80 di tonnellate di zolfo.  

Un progetto privato di sviluppo industriale considerato dal Governo come il più significativo dell'intera Penisola: 1,6 miliardi di euro, di cui 1,3 in Basilicata e circa 300 milioni nella città di Taranto. Proprio la questione pugliese ha creato gli ultimi dissidi intorno al grande giacimento lucano: buona parte del greggio estratto, infatti, verrà destinato all'esportazione e seguirà il percorso del grande oleodotto che dalla Val d'Agri arriva nella città dei due mari, dove è prevista la costruzione di un nuovo grande pontile per le petroliere, con un aumento stimato del traffico marino di 90 navi al giorno, oltre che di due grandi serbatoi per lo stoccaggio. 

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Ed è proprio da questi dati che nasce la protesta del Governo pugliese che, attraverso le parole del governatore Emiliano, si è detto pronto alla guerra aperta: perché di base è una questione di soldi, tanti soldi. Per la Puglia infatti non sono previste royalties, mentre nel solo 2015 la Basilicata ha incassato quasi 160 milioni di euro. Oltre il danno ecco la beffa perché proprio l'emendamento che ha fatto saltare la ministra Guidi toglie ogni possibilità di veto ai governatori lasciando di fatto tutto il potere decisionale al governo di Roma. 

La guerra tra le regioni non è destinata a finire presto visto che non c'è solo il petrolio, ma anche l'acqua al centro di un'accesa discussione: milioni di metri cubi che dalle dighe lucane viene distribuita dall'acquedotto pugliese nei due territori regionali. A metà marzo infatti il Consiglio regionale pugliese ha cercato di forzare la mano approvando una mozione con la quale chiedeva alla Basilicata di accertare la presenza di idrocarburi e metalli pesanti nella diga del Pertusillo, in piena Val d'Agri e a pochi chilometri dal centro oli di Viggiano. Il Pertusillo è uno dei grandi bacini dell'Acqudotto pugliese ed è da tempo sotto la lente d'ingrandimento per il sospetto che le sue acque siano altamente inquinate. Inoltre il documento voluto dal Consiglio pugliese invitava la propria agenzia Arpa a partecipare alle analisi con l'Arpab, l'omologa agenzia lucana. Un'azione che il governo lucano ha interpretato come una grave ingerenza, una sorta di braccio di ferro tra la grande Puglia e la piccola Baislicata, tra la regione che prende e trasforma le materie prime, acqua, gas e petrolio e quella che invece le produce subendo danni ambientali e di salute che forse non valgono il conto finale. 

Sull'indagine da parte della procura, è ancora in corso lo studio epidemologico che dovrebbe supportare l'ipotesi di disastro ambientale da parte del Noe dei Carabinieri. I militari hanno acquisito migliaia di cartelle cliniche negli ospedali della Regione per poter verificare le patologie presenti, comprese quelle relative ai tumori, e capire se i presunti illeciti sullo smaltimento di reflui petroliferi possano aver avuto conseguenze sulla salute pubblica degli abitanti.

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