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Venerdì, 21 Gennaio 2022
Animali

Gli allevamenti inquinano e l’Olanda manda in pensione vacche, pecore e maiali

Entro il 2035 i Paesi Bassi ridurranno i capi di bestiame del 30%. Una ricetta economica per contrastare l’inquinamento da azoto che non ha precedenti in Europa. E che prevede un piano da 25 miliardi di euro. Chi sarà il prossimo?

Ciò che è buono per l’economia, molto spesso non è buono per la Terra. Nel caso dell’Olanda, questa è una certezza. Il Paese con la densità di bestiame più alta d’Europa, grande appena come Lombardia e Veneto, ha deciso di mettere un freno al numero di capi d’allevamento sul proprio territorio e ne ha previsto una riduzione del 30% entro il 2035. Il che significa che perderebbe anche il primato dell’export di carne e una buona parte della sua leadership nel mercato del latte. Con un accordo di coalizione, il premier Mark Rutte ha messo sul piatto 25 miliardi di euro e intavolato una trattativa con gli agricoltori a suon di compensazioni offerte a chi spontaneamente decida di uscire dal settore. O che voglia convertire il proprio sistema di allevamento intensivo in uno estensivo, con un numero minore di animali su una superficie più vasta e più naturale. Si tratta della prima ricetta economica di questo tipo nel settore primario, in un Paese che conta 100 milioni di capi, tra bovini, maiali e polli. E secondo alcuni, è possibile che Danimarca, Belgio e Germania (altri tre super-produttori) seguano la strategia nei prossimi anni. 

Il problema dell’allevamento industriale, che da solo è responsabile del 14,5% delle emissioni totali di gas serra, sta tutto negli impianti energivori che servono per mettere a reddito gli animali. I quali, attraverso liquami e letame, gravano sul ciclo dell’azoto destinando l’ammoniaca in essi contenuti ad arrivare negli ecosistemi. Polveri sottili in aria, acidificazione del suolo e inquinamento delle acque superficiali: sono queste le conseguenze di un’industria senza limiti di produzione. E in Italia cosa succede? La pressione dell’opinione pubblica sull’argomento sta crescendo. Ma c’è da dire che dalla Cop26 di Glasgow, di fronte alla chiamata alle armi per ridurre le emissioni climalteranti entro il primo step del 2030, gli allevamenti intensivi non sono stati considerati nei tagli necessari. Nel nostro Paese questo problema riguarda soprattutto la Pianura Padana, in particolare il territorio lombardo, tra le province di Milano, Mantova, Brescia e Cremona, dove si conta la metà della produzione nazionale di suini e un quarto della produzione di bovini. Specchio della domanda: consumiamo in media circa 80 chilogrammi a testa di carne, a fronte dei 21 di sessanta anni fa. Una filiera che porta con sé l’espansione incontrollata delle colture per mangimi, come soia e mais. La prima di questi, negli ultimi 20 anni ha determinato una diffusione della superficie coltivata che non ha precedenti nella storia dell’agricoltura e che si mantiene saldamente tra i maggiori responsabili della deforestazione planetaria. Il problema si sviluppa dunque su due strade parallele: la quantità consumata e l’intensificazione degli allevamenti. L’Olanda ha un piano per entrambi.

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