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Lunedì, 29 Novembre 2021
Animali

L'Italia ha più razze di cavalli d'Europa ma rischiano di scomparire

Sarà l’equiturismo a fare la differenza? Secondo i dati della 123° Fieracavalli, le vacanze in sella hanno registrato un +38%. Uno sprint finale potrebbe venire dai 748 milioni del PNRR riservati al turismo sostenibile ma "dobbiamo smetterla di fare gli esterofili e preferire le razze italiane"

Italia. Terra “di poeti, di artisti, di eroi” e di cavalli. Con 32 razze tutte italiane, il Belpaese vanta la maggiore biodiversità equina d’Europa. Dalla Val Pusteria alle alture dei Nebrodi, custodiamo un esercito di cavalli autoctoni temprati per secoli dai paesaggi che li hanno ospitati e dalle fatiche che hanno reso all’uomo. E che ora, pur con ottime opportunità d’impiego, rischiano di scomparire a causa della nostra perpetua vocazione esterofila. Ma l’appuntamento con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è vicino. Per loro potrebbe presentarsi l’occasione di rovesciare la sorte.

A quanto sembra, sarà l’equiturismo a fare la differenza. Secondo i dati della 123° Fieracavalli in corso a Verona fino al 14 novembre, passeggiate e vacanze in sella hanno registrato quest’anno un +38% di praticanti. Ma anche il comparto sportivo se l’è cavata bene, con un 23,3% in più del 2020 tra amatori e atleti professionisti. Tuttavia tra i 480.000 cavalli censiti nel nostro Paese, i più diffusi rimangono gli stranieri. L’arabo, il purosangue inglese, l’andaluso e il quarter horse in testa.

“Eppure non c’è una specialità alla quale i cavalli italiani non possano essere dedicati”, precisa a Today Matteo Vasini, direttore dell’Associazione Nazionale Allevatori delle Razze Equine ed Asinine Italiane (ANAREAI). “Se pensiamo solo all’equiturismo, la robustezza dei cavalli del Monte Catria sta consentendo il rilancio dei territori interni delle Marche, in special modo nell’area di Urbino”. Gli esemplari iscritti al registro anagrafico non sono più di 500 e una settantina le aziende che li allevano. Oggi non trasportano più legname e carbone per gli abitanti della montagna, ma sono un mezzo sostenibile per inerpicarsi tra i sentieri alla scoperta di prodotti e tradizioni locali. “E l’equiturismo diventa “trekking someggiato” quando ad accompagnare i viandanti non è un cavallo”, prosegue Vasini. “L’asino amiatino viene caricato del suo basto riempito di viveri e cavezza alla mano, accompagna l’escursione delle famiglie a passo lento”.

Lo sport e le attività di riabilitazione per  l’uomo non fanno poi eccezione. “La regalità dei cavalli bianchi lipizzani (tricolori anch’essi, poiché Lipizza è stata italiana fino alla Seconda Guerra Mondiale) ha prodotto storici risultati nel dressage. Mentre il temperamento nevrile del Sanfratellano, ha permesso a questa razza di approdare al salto a ostacoli portando con sé un’antica storia di libertà tra i pascoli del messinese. L’affabilità del bardigiano (Appennino parmense) nell’ippoterapia è ormai una certezza  soprattutto con i più piccoli. E’ sufficiente che ci accorgiamo che anche nel campo equestre, potremmo non avere rivali”, conclude Vasini.

In Italia abbiamo ormai tracciato 7mila chilometri di ippovie e ogni anno si stimano intorno ai 120.000 appassionati. Una crescita costante, con un giro d’affari che supera i 900 milioni di euro. Dei quasi due miliardi e mezzo destinati al comparto turistico, nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ci sono 748 milioni riservati alle iniziative legate alla sostenibilità, in special modo per il rilancio di aree svantaggiate. Il cavallo italiano saprà farsi trovare pronto all’appuntamento e salvarsi dall’oblio?

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