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Venerdì, 28 Gennaio 2022
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L'ecatombe dei cuccioli di riccio

L’aumento delle temperature posticipa sempre di più il segnale del letargo per i ricci, che adesso partoriscono anche in ottobre. E l’inverno sorprende piccoli ancora troppo deboli per affrontare i lunghi mesi di sonno. “Se li avvistate di giorno, stanno sicuramente male. Portateli al centro di recupero”

Non c’è autunno senza riccio che fa provviste nel sottobosco. Animale simbolo del letargo invernale, per ogni generazione di bambini esiste un “nonno riccio” che racconta le favole davanti al focolare. Ma nella realtà, fuori dal confortevole tronco d’albero, le stagioni impazziscono e l’aumento delle temperature provoca un’ecatombe di cuccioli. L’allarme arriva dal Piemonte ma il fenomeno si diffonde da qualche anno in tutt’Italia. E l’assenza di un censimento scientifico rende ancora più difficile la salvaguardia di questo piccolo mammifero, indicatore della salubrità degli ecosistemi. Chiamato ad affrontare il degrado dell’habitat, l’aumento degli investimenti stradali e un progressivo declino del suo cibo d’elezione. “Se se ne avvista uno di giorno, sta sicuramente male: affidarlo subito ad un centro di recupero”, è l’appello del veterinario.

“La natura invia ai ricci il segnale del letargo quando la temperatura scende sotto i 10 gradi”, spiega a Today Massimo Vacchetta, veterinario fondatore del Centro Recupero Ricci “La Ninna”. “Il prolungarsi delle temperature miti fino a ottobre però sta inducendo una seconda cucciolata, oltre quella che naturalmente si verifica in estate. Tuttavia, una mamma che partorisce sulla soglia della stagione fredda, non ha il tempo necessario per nutrire i propri piccoli in vista del lungo inverno. Così, invece di farsi trovare pronti con circa 600-650 grammi, i nuovi nati non raggiungono che la metà del peso, se va bene”. E non è tanto il crollo improvviso delle temperature ad ucciderli, ma la scarsità degli insetti di cui si nutrono. A novembre, quando dovrebbero già essere in tana con energia sufficiente per affrontare quattro mesi di sonno, vagano ancora alla ricerca di nutrimento. “E non trovando scarafaggi, millepiedi e larve, mangiano moltissime lumache e lumaconi. Che sono sì parte della loro dieta, ma non in queste quantità. Così arrivano da noi, recuperati sottopeso nei giardini o nelle zone agricole in prossimità delle abitazioni, allo stremo delle forze e pieni di enteriti e polmoniti causate dalle infezioni. La mortalità è altissima”.

Animali crepuscolari e notturni, si muovono normalmente dal tramonto all’alba. E non è mai buon segno se si trovano fuori dai propri rifugi nelle ore di luce. “In quel caso metteteli in una scatola con accanto una bottiglia d’acqua calda avvolta da un panno e portateli al centro di recupero. Mai dare pane, né latte, né frutta secca. E’ veleno per loro”. Solo quest’anno, “La Ninna” ha recuperato circa trecento esemplari. E non tutti si sono salvati. “Noi li curiamo, per poi liberarli in primavera. Anche se poi per loro, che vivono tra i cespugli, si affaccia un’altra insidia terribile”. Come quella che ha colpito Musetta, sfigurata da un tosaerba, piccola protagonista di “Cuore di riccio”. Uno dei quattro casi letterari in cui Vacchetta ha messo nero su bianco le storie più toccanti della sua esperienza di veterinario. “Quella che per noi è “pulizia” delle aree verdi - conclude il veterinario - per loro è spesso morte violenta per via di un decespugliatore o di un robot da giardino. Contro i quali i loro aculei non possono nulla”.

Scomparso il riccio, “pulitore” di insetti e di altri animali veicolo di parassiti, le nostre zone pre-boschive perderebbero un anello centrale della biodiversità. Di quella che rimane, oltre la cementificazione selvaggia e la frammentazione degli habitat che abbiamo generosamente offerto loro.

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