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Venerdì, 21 Gennaio 2022
ANIMALI

Il massacro degli squali è servito nella zuppa di pinne

Tagliate le pinne, gli squali vengono rigettati in acqua dove moriranno dissanguati o soffocati. Una tecnica di pesca ancora legale in moltissimi Paesi, dietro la quale si nasconde la prelibatissima zuppa di squalo. Ora una petizione europea chiede lo stop al commercio

Nei ristoranti di Hong Kong, l’avanzata della classe media cinese sta trainando il boom di consumo della zuppa di pinne di squalo. Con 6 mila tonnellate all’anno di pinne essiccate, la Cina è la porta d’ingresso nel mondo, seguita dall’India e - udite, udite - dalla Spagna. Pare che il paese europeo sia uno dei maggiori pescatori ed esportatori di questa “prelibatezza”, con 3.500 tonnellate di pinne fornite dalla costa atlantica. E un giro d’affari che da sola, raggiunge i 52 milioni di euro. I conti risultano facili, se consideriamo che ogni piatto può costare anche 90 euro e contenerne pochi grammi. Il tutto attraverso una pratica che - seppure bandita dal Vecchio Continente - rimane diffusa e legale in moltissimi Stati. Lo squalo viene issato a bordo, le pinne vengono tagliate (tutte, ma le più redditizie sono quelle caudali) e il corpo viene rigettato in mare. L’animale, non più in grado di muoversi, affonderà e morirà per soffocamento, dissanguato o predato da altri esemplari. Si chiama “shark finning” e a farne le spese sono preferibilmente lo squalo tigre, lo squalo mako, lo squalo grigio, lo smeriglio e la verdesca, che rischiano di scomparire dagli oceani di tutto il Pianeta. Nonostante il regolamento dell’Ue “Fins Naturally Attached” obblighi a caricare l’intero animale morto per poi procedere allo spinnamento solo una volta giunti in porto, c’è ancora un enorme volume di pinne sul mercato globale la cui origine è raramente rintracciabile. Le quali possono essere scambiate legalmente in tutta Europa e finire nella “raffinata” zuppa, popolare sin dai tempi della dinastia Ming. 

La petizione

Una tradizione divenuta il fiore all’occhiello dell’industria globalizzata e insostenibile per i mari di tutto il Mondo. Ma a mettere un freno ci prova “Stop finning”, la petizione promossa dai cittadini europei. Entro il 31 gennaio sarà necessario raccogliere un milione di firme per mandare avanti il procedimento politico che possa portare all’attenzione del Parlamento la richiesta di divieto di commercio delle pinne di squalo tout-court. Senza distinzioni nelle modalità di pesca. “La pratica barbarica dello spinnamento degli squali può essere fermata solo quando la regolamentazione del commercio lo renda finanziariamente impraticabile”, spiega a Today Nils Kruger, portavoce dell’organizzazione di conservazione Sharkproject International e promotore della petizione. “Il numero di squali che ogni anno muore a causa della pesca si aggira tra i 63 e i 273 milioni. Si tratta probabilmente di un dato sottovalutato, perché mancano controlli affidabili. Il numero di casi di pesca illegale non denunciati in tutto il mondo è estremamente elevato. Ma un calcolo possiamo farlo. Sappiamo con certezza che la pressione sull’ecosistema marino abbia spedito il 27% delle specie di squalo nella Lista Rossa delle specie a rischio estinzione stilata dal’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN)”. E la scomparsa di un predatore dagli habitat di origine, non è mai una buona notizia. Anche se la cinematografia ci ha abituato ad associare a queste specie minacce implacabili che giungono dalle profondità marine. In realtà, i dati ci informano che i carnefici siamo noi. Nient’affatto vittime.

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