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Domenica, 5 Dicembre 2021
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In Maremma privatizzata un’area protetta, a rischio specie rare e migratrici

Quasi mille ettari vinti all’asta da una società guidata da Farchioni, patron dell’olio di oliva: già raccolte 34mila firme per fermare la vendita

La strada della transizione ecologica è lastricata di buone intenzioni. Quanto alle azioni, in Maremma si comincia con la privatizzazione di duecento ettari nella Riserva Naturale Diaccia Botrona e di settecentocinquanta nell’attiguo Padule Aperto. L’asta è stata già battuta dalla Provincia di Grosseto per un importo che sfiora i 6 milioni e mezzo, ma la vendita alla società agricola acquirente non è ancora perfezionata. A sperare in un ripensamento in extremis trentaquattromila persone, firmatarie di una petizione da recapitare in questi giorni. “Si tratta di quasi mille ettari dove svernano ogni anno ottocento oche selvatiche e seicento gru provenienti dal Nord Europa”, spiega a Today Guido Ceccolini, direttore del Centro Rapaci Minacciati (CERM) tra i promotori dell’iniziativa. "È anche l’habitat indisturbato per specie rare nel nostro Paese come il falco lanario, l’aquila reale e il nibbio bianco. Una conversione del territorio creerebbe un deserto".

Nel frattempo, silenzio di tomba dalla Regione Toscana che ha la gestione della parte ricadente nella riserva naturale. Mentre appaiono sulla stampa le dichiarazioni di Pompeo Farchioni, rappresentante dell’80% delle quote societarie de “La Pioppa srl”, impresa vincitrice dell’asta. Nonché patron di una delle aziende di produzione di olio di oliva più importanti d’Italia. Secondo l’imprenditore umbro, la parte di area protetta classificata “d’importanza internazionale” dalla Convenzione di Ramsar “è un acquitrino naturale dove ancora non sappiamo cosa sarà possibile fare, magari un parco faunistico”.

I progetti per la restante area agricola invece ci sono. Attualmente coltivata a cereali e piante erbacee perfettamente compatibili con la presenza della ricca biodiversità attuale, il presidente Farchioni intenderà “piantumarla ad olivo, in fondo è un presidio del territorio, lo protegge”. Più cauto su altre probabilità come un luppoleto o un vigneto. Quale che sia il metodo però, certo è l’obiettivo: “Noi prendiamo le aziende agricole, le trasformiamo e creiamo lavoro. Avremo bisogno di qualche decina di persone in più che se facessimo solo seminativo”.

Immediata la replica. “Che l’azienda acquirente ignori le caratteristiche dei terreni, non può certo tranquillizzarci”, risponde Ceccolini. I 200 ettari di Diaccia Botrona “sono già ricchi di per sé di presenze faunistiche importanti e soggetti a vincoli di utilizzo”. Poi “è vero che oliveti e vigneti fanno parte del paesaggio toscano, ma non certo per zone come queste. Pianeggianti, argillose e soggette a naturali allagamenti, così come alla siccità estiva ed alla risalita del nucleo salino. Condizioni che rendono fantasiosa l’ipotesi del luppoleto e pericoloso uno stravolgimento dell’habitat a causa dell’impianto di qualsiasi coltura arborea. L’unico sistema per salvaguardare questo territorio è mantenerne la proprietà pubblica”. Ma non a perdere: “I finanziamenti europei per la tutela della biodiversità potrebbero portare nelle casse della Provincia di Grosseto cifre superiori a quella di vendita dei terreni ad un privato. E mettere in campo attività anche economiche, che miglioreranno davvero la qualità ambientale di quest’area. Anziché condannarla all’inevitabile deterioramento connesso alla vendita a privati”.

La palla ora passa nella mani dell’Ente toscano.

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