Lunedì, 21 Giugno 2021
I numeri dell'epidemia

Le 9 regioni in cui risalgono i nuovi casi positivi

Si ferma la discesa: inversione di tendenza della curva dei contagi in alcuni territori. E con il rallentamento nella consegna dei vaccini sono state somministrate quasi esclusivamente seconde dosi

Si arresta la discesa dei nuovi casi positivi al coronavirus, con segnali di una netta inversione di tendenza della curva dei contagi in alcune regioni italiane. Il monitoraggio indipendente della Fondazione Gimbe rileva nella settimana 27 gennaio-2 febbraio 2021, rispetto alla precedente, una stabilizzazione del numero dei nuovi casi (84.652 vs 85.358). Scendono i casi attualmente positivi (437.765 vs 482.417), i ricoveri con sintomi (20.317 vs 21.355), le terapie intensive (2.214 vs 2.372) e i decessi (2.922 vs 3.265) (figura 1). In dettaglio, rispetto alla settimana precedente, si registrano le seguenti variazioni:

  • Decessi: 2.922 (-10,5%)
  • Terapia intensiva: -158 (-6,7%)
  • Ricoverati con sintomi: -1.038 (-4,9%)
  • Nuovi casi: 84.652 (-0,8%)
  • Casi attualmente positivi: -44.652 (-9,3%)

Le 9 regioni in cui aumentano i nuovi casi positivi

"Esauriti gli effetti del decreto Natale - afferma Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe - si arresta la discesa dei nuovi casi settimanali, sostanzialmente stabili guardando al dato nazionale, mentre in diverse regioni si intravedono i primi segnali di un’inversione di tendenza". Infatti, rispetto alla settimana precedente, in 9 regioni risale l’incremento percentuale dei nuovi casi e in 5 regioni si registra un aumento dei casi attualmente positivi per centomila abitanti (tabella).

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"Segnali - ribadisce Cartabellotta - che invitano a tenere alta l’attenzione sulla diffusione delle nuove varianti, potenziando il sequenziamento del virus ove si rilevano incrementi anomali dei nuovi casi". "A livello ospedaliero - spiega Renata Gili, responsabile ricerca sui servizi sanitari della Fondazione Gimbe - nonostante un’ulteriore lieve discesa di ricoveri e terapie intensive, l’occupazione da parte di pazienti covid supera in 5 regioni la soglia del 40% in area medica e in 6 regioni quella del 30% delle terapie intensive".

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L'andamento dell'epidemia: decisive le prossime due settimane

Come abbiamo spiegato qui ieri, le prossime due settimane si annunciano decisive per capire in che modo sta evolvendo l'epidemia. Sono almeno tre le variabili da monitorare con attenzione:

  • il potenziale effetto sulla curva epidemiologica della riapertura delle scuole superiori (il 1° febbraio sono tornati in classe gli studenti di Calabria, Veneto, Sardegna, Friuli Venezia Giulia, Marche e Basilicata, mentre nella maggior parte delle altre regioni le lezioni in presenza sono ricominciate il 18 gennaio);
  • l’eventuale diffusione di varianti del Sars-Cov-2 più contagiose come quella inglese;
  • gli eventuali (ma abbastanza scontati) effetti delle zone gialle sulla curva del contagio. 

Finora la riapertura delle scuole non sembra aver inciso in maniera determinante sui contagi, ma è ancora presto per trarre conclusioni definitive. Quanto alle zone gialle, il virologo Fabrizio Pregliasco ha ricordato che "due-tre settimane è il tempo minimo per vedere gli effetti delle riaperture". Pregliasco ha aggiunto che dobbiamo aspettarci quantomeno "un lieve incremento" dei nuovi casi e che la terza condata non è stata ancora scongiurata ma "rimane come prospettiva e possibilità".

Il punto sui vaccini

E le forniture dei vaccini? Sulla base delle decisioni prese durante l’incontro tra governo, regioni e commissario per l'emergenza Domenico Arcuri del 3 febbraio, le forniture previste per il primo trimestre 2021 sono le seguenti:

  • Pfizer-BioNTech si è impegnata a fornire 7,56 milioni di dosi.
  • Moderna ha confermato la fornitura di 1,32 milioni di dosi previste dal piano vaccinale.
  • AstraZeneca si è impegnata a consegnare 5,3 milioni di dosi, aumentate secondo quanto annunciato dalla presidente della Commissione europea Von der Leyen.

Complessivamente nel primo trimestre, considerando anche le 480.000 consegnate nel mese di dicembre 2020, si stima la disponibilità di 14,7 milioni di dosi (di cui già consegnate quasi 2,4 milioni) che permetterebbero di completare il ciclo vaccinale di 7,3 milioni di persone (circa 12% della popolazione). "In conseguenza degli annunciati ritardi - precisa Gili - le forniture si concentreranno nella seconda metà del primo trimestre e per la maggior parte nel mese di marzo. Senza un imponente potenziamento della macchina organizzativa, quindi, sarà impossibile somministrare tutte le dosi prima di fine aprile". Al 3 febbraio (aggiornamento ore 14.02) hanno completato il ciclo vaccinale con la seconda dose 808.306 persone (1,36% della popolazione), con marcate differenze regionali: dallo 0,80% della Calabria all’1,89% dell’Emilia-Romagna (figura 2).

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Inoltre, negli ultimi 12 giorni, a causa dei ritardi nelle consegne, sono state somministrate quasi esclusivamente seconde dosi (figura 3). Complessivamente, il 71% delle dosi sono state destinate a “operatori sanitari e sociosanitari”, il 19% a “personale non sanitario”, il 9% a “personale ed ospiti delle RSA” e l’1% a “persone di età ≥80 anni” (figura 4). Nelle ultime ore, con l'approvazione del vaccino di AstraZeneca - riservato agli under 55 - governo, commissario Arcuri e regioni hanno ridefinito il piano di vaccinazioni: parallelamente ai soggetti più a rischio (fase 1) come operatori sanitari, ospiti delle Rsa e anziani - ai quali sono riservati i sieri Pfizer e Moderna - scatterà anche la fase successiva: il vaccino di Oxford verrà somministrato a insegnanti e personale scolastico, detenuti, ospiti delle comunità e persone con comorbidità moderata più giovani.

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"È stato chiarito - spiega Cartabellotta - che il “personale non sanitario”, ufficialmente non previsto dal Piano vaccinale, include persone che a vario titolo lavorano nelle strutture ospedaliere e sanitarie. Ma, in assenza di un’anagrafe vaccinale nazionale, in questa categoria possono confluire anche soggetti al momento esclusi dalle categorie prioritarie". Peraltro, rispetto alla media nazionale del 19%, dal database ufficiale risulta una notevole variabilità regionale: dal 2% dell’Umbria al 32% di Basilicata e Lombardia (figura 4).

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La Fondazione Gimbe, al fine di sanare eventuali incongruenze, ribadisce l’invito a regioni e province autonome a verificare ed eventualmente rettificare i dati trasmessi a livello centrale che alimentano la dashboard sui report vaccini anti Covid-19. "Nel bel mezzo della crisi di governo - conclude Cartabellotta - stiamo attraversando una delle fasi più critiche della pandemia: da un lato l’inevitabile rallentamento della campagna vaccinale, segnata da continue revisioni al ribasso delle forniture, dall’altro i primi segnali di aumento di circolazione del virus, indubbiamente sottostimata. Ma soprattutto incombe la minaccia delle nuove varianti, già sbarcate in Italia, che rischiano di far impennare la curva dei contagi. Nel frattempo, in un’Italia quasi tutta gialla ci si continua ad appellare, in maniera paternalistica, al buonsenso dei cittadini che in realtà non fanno solo che adeguarsi a quanto permesso". 
 

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