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Martedì, 16 Aprile 2024
L'accusa

Crisanti e la relazione bomba sul Covid: "16 anni di ritardi e 4mila morti evitabili"

Nella consulenza depositata nell'inchiesta della Procura di Bergamo il virologo getta una durissima accusa: "Dal 2004 mai verificato il Piano Pandemico Nazionale. Si decise di secretare il piano Covid per non allarmare gli italiani"

"Per 16 anni" ossia dal 2004 al 2020, non è "mai stata intrapresa una singola attività o progetto che avesse l'obiettivo di valutare lo stato di attuazione del Piano Pandemico Nazionale e/o di verificare lo stato di preparazione dell'Italia nei confronti del rischio pandemico". Lo scrive il microbiologo Andrea Crisanti, in base ai dati raccolti, nella consulenza depositata nell'inchiesta della Procura di Bergamo sulla gestione della prima ondata di Covid in Val Seriana e nella quale tra i 19 indagati, ci sono l'ex premier Giuseppe Conte, l'ex Ministro Roberto Speranza, i suoi tecnici e il governatore della Lombardia Attilio Fontana.

Per "sopperire" alla carenza di mascherine chirurgiche e di Ffp2 agli operatori sanitari dell'ospedale di Alzano Lombardo è stato suggerito e data l'autorizzazione a utilizzare le mascherine dei kit anti-incendio presenti nei reparti. Dalle chat risulta che il personale "è stato istruito a riutilizzare" le Ffp2, "procedura contraria a ogni principio di sicurezza e prevenzione".

La perizia di Crisanti e le accuse a Conte

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Ma nella perizia, uno dei capisaldi dell'inchiesta di Bergamo, c'è molto altro.  Speranza e Conte avrebbero raccontato alla Procura di Bergamo di essere venuti a conoscenza del caso di Alzano e Nembro rispettivamente il 4 e il 5 marzo. Ma come scrive sempre Crisanti nella ricostruzione ora agli atti dell'inchiesta, nei giorni 27 e 28 febbraio 2020 "il Cts e il ministro Speranza avevano tutte le informazioni sulla progressione del contagio che dimostravano come lo scenario sul campo" fosse "di gran lunga peggiore di quello ritenuto catastrofico". E le "informazioni sulla gravità della situazione" ad Alzano e Nembro furono oggetto di una riunione del Cts del 2 marzo "non verbalizzata ufficialmente" alla presenza "del ministro Speranza e del presidente Conte".

"Il Dott. Miozzo stese il verbale che non condivise con nessuno e rimane in suo possesso" scrive Cristanti.

Nella consulenza di Crisanti viene riportato anche quel "modello matematico" con cui Crisanti ha stimato l'effetto che misure più restrittive e tempestive, come la zona rossa, avrebbero avuto "sulla diffusione del virus e della mortalità". La zona rossa in Val Seriana, si legge, "al giorno 27 febbraio 2020 e al giorno 3 marzo 2020 avrebbe permesso di evitare, con una probabilità del 95%, rispettivamente 4148 e 2659 decessi".

val seriana perizia crisanti

Il 27 febbraio, secondo la consulenza, è la data in cui "il Cts e Regione Lombardia erano diventati consapevoli della gravità della situazione". Anche il governatore lombardo Attilio Fontana e l'allora assessore Giulio Gallera erano "informati sulla previsione degli scenari e sulla decisione di segretare il piano Covid". Sapevano, stando alla relazione, così come "gli organi decisionali nazionali", che "al più tardi il 28 febbraio" l'indice di trasmissione aveva raggiunto e "superato il valore di due". E la "diffusione del contagio non lasciava dubbi che le azioni intraprese non stavano avendo effetto". E "ciononostante - scrive ancora il microbiologo - per 10 giorni non vengono prese azioni più restrittive".

"La documentazione acquisita - scrive Crisanti - dimostra oltre ogni ragionevole dubbio di come il Cts, il Ministro Speranza e il Presidente Conte avessero a disposizione tutte le informazioni e gli strumenti per valutare la progressione del contagio e comprendere le conseguenze in termini di decessi". E sulla base "delle previsioni dello scenario con Rt=2 il Cts stesso e il Ministro Speranza condivisero la decisione di secretare il Piano Covid", elaborato dall'epidemiologo Stefano Merler, "per non allarmare l'opinione pubblica".

Il caso del decreto covid che Conte non firmò

Nella relazione un capitolo inquadra le comunicazioni che ci furono dal 2 marzo 2020. Secondo un messaggio che l'allora ministro della Salute Roberto Speranza aveva inviato al direttore dell'Istituto superiore di Sanità Silvio Brusaferro, il presidente del consiglio Conte avrebbe chiesto una relazione strutturata per istituire la zona rossa in Val Seriana: "Conte non chiude i due comuni. Pensa che se non c'è una differenza con altri comuni ha un costo enorme senza beneficio". 

Seppure già un "rapporto di Regione Lombardia" indicava la provincia di Bergamo come "la più colpita". I membri del Cts, sentiti dai pm, hanno dichiarato "di aver appreso dai giornali il caso dei pazienti positivi" all'ospedale di Alzano, il 23 febbraio. E hanno "confermato" che il Comitato si occupò del caso di Alzano e Nembro "solo a partire dal 3 marzo".  Speranza ha riferito agli inquirenti di averlo saputo "solo il 4 marzo" e di aver chiesto "chiarimenti" perché le informazioni erano "insufficienti per adottare una misura di grande impatto come la zona rossa". Conte, ascoltato dai pm, ha messo a verbale di aver "sentito parlare del caso di Alzano e Nembro il 5 marzo", quando "al termine di un Consiglio dei ministri" gli fu presentata "una bozza di Dpcm" firmata da Speranza, che lui non firmò.

Nella relazione Crisanti indica che alcuni "fatti in realtà si sono svolti diversamente". Agostino Miozzo, componente del Cts, "nel pomeriggio del 2 marzo apparentemente senza la consapevolezza dei presenti stendeva il verbale di un riunione" alla presenza di Conte e Speranza, dove Brusaferro "illustrava la situazione" del Val Seriana e "sottolineava l'urgenza" di adottare la zona rossa. Conte, si legge, evidenziò che andava usata "con parsimonia perché ha un costo sociale, politico ed economico molto elevato". E "decide di rifletterci". 

 Cts, Conte e Speranza, conclude Crisanti, erano "consapevoli delle criticità" ad Alzano e Nembro già dal "2 marzo". Così la genesi del disastro. Dai "messaggi" acquisiti dalla Procura di Bergamo, "scambiati tra i sindaci della Val Seriana con il Dott. Massimo Giupponi", all'epoca dg dell'Ats di Bergamo, "emerge" come i primi cittadini "avessero ricevuto istruzioni di non prendere iniziative personali", mentre "avrebbero potuto autonomamente istituire tempestivamente" la zona rossa ad Alzano e Nembro. Come si legge nella relazione di Andrea Crisanti i sindaci "hanno preferito allinearsi alle indicazioni delle autorità sanitarie e politiche di Regione Lombardia" e hanno "rassicurato le proprie comunità invece di prendere decisioni che avrebbero bloccato il contagio".

Il piano Covid di Merler

Un altro aspetto riguarda il piano Covid realizzato da Stefano Merler, ricercatore della Fondazione Bruno Kessler, già il 20 febbraio ma che sarebbe stato ignorato. L'epidemiologo aveva redatto una prima proiezione sull'andamento del Coronavirus in Italia basato sui dati cinesi allora disponibili. E aveva criticato il piano pandemico italiano sostenendo che era vecchio di dodici anni. I calcoli che avevano predetto quel che poi è realmente accaduto: l'Italia investita dal coronavirus.

Eppure della mancata attuazione del Piano Pandemico "almeno dal 2017" sarebbero stati consapevoli sia il ministro Speranza, che tutti i membri della task force e del Cts, così come tutti i direttori generali del Ministero della Salute. Secondo Andrea Crisanti nella consulenza agli atti dell'inchiesta della Procura di Bergamo "la pandemia li coglie impreparati e in ritardo e a priori ritengono inadeguato, senza un esame approfondito, un piano che aveva bisogno solo di un aggiornamento" in base alle linee guida Oms.

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