Sabato, 25 Settembre 2021
Il caso del Texas / Stati Uniti d'America

Divieto (quasi) totale di abortire

Da due settimane in Texas è in vigore una contestatissima legge che vieta di ricorrere all'aborto dopo 6 settimane. E per aggirare "l'ostacolo" della legittimità costituzionale, i poteri sono tutti nelle mani dei privati cittadini

Il divieto praticamente totale di aborto dopo sei settimane dall'ultimo ciclo mestruale, con un “incentivo” di 10.000 dollari ai civili che decidono di fare causa a chi lo pratica o supporta la donna che decide di sottoporvisi. Una legge talmente restrittiva, quella entrata in vigore in Texas a inizio settembre, che anche il presidente americano Joe Biden, cattolico convinto, l’ha definita “anti costituzionale, estrema e anti americana”.

Senate Bill 8: che cos'è

Un passo indietro: per capire per quale motivo le associazioni americane che si battono per i diritti civili e delle donne da settimane promettono battaglia è necessario spiegare come il Texas, oggi, regolamenta (leggi: disincentiva e ostacola) il ricorso all’aborto. La SB8, la “Senate Bill 8”, che ha ricevuto di fatto anche l’avvallo della Corte Suprema, stabilisce il divieto di abortire a partire dal momento in cui viene registrato il battito cardiaco fetale (cosa che generalmente accade dopo sei settimane), anche in caso di stupro o incesto. Eventualità, queste ultime, che anche nei paesi più conservatori e intransigenti vengono contemplate per consentire il ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza. Nel Texas repubblicano, lo Stato più conservatore degli Usa, il governatore Greg Abbott ha invece firmato, a maggio, un provvedimento che proibisce su tutto il territorio di ricorrere all’aborto dopo sei settimane, una finestra di tempo in cui per alcune donne è difficile persino sapere con certezza di essere incinta.

Negli Stati Uniti il diritto all’aborto è sancito dalla storica sentenza Roe contro Wade della Corte Suprema del 1973, secondo cui le donne hanno il diritto di interrompere la gravidanza fino alla 22esima-24esima settimana. Vietare l’aborto per legge sarebbe insomma andare contro a una sentenza della Corte Suprema, l'organo al vertice del potere giudiziario dello Stato. Il Texas ha però aggirato l’ostacolo spostando i poteri: non sono i procuratori ad assicurarsi che la nuova legge venga rispettata tramite cause penali, ma i privati cittadini attraverso cause civili.

I privati cittadini possono fare causa a chi pratica un aborto o aiuta una donna a farvi ricorso

La legge incentiva infatti i cittadini a fare causa a chiunque pratichi un aborto o aiuti una donna a sottoporvisi. Questo comporta che chi si sottopone a un aborto non può essere personalmente citato in giudizio, ma che chiunque contribuisca al processo può invece essere perseguito civilmente da qualsiasi cittadino texano lo desideri. Cliniche che praticano aborti, parenti, amici o conoscenti della donna che le forniscono aiuto economico, addirittura un autista che l’accompagna in clinica, potrebbero quindi andare incontro a una causa che in caso di vittoria frutterebbe al privato cittadino che li ha portati in tribunale 10.000 dollari. E se la persona o le persone citate in giudizio anche vincesserol non potrebbero comunque recuperare le spese legali sostenute. La donna vittima di stupro o di incesto che rimane incinta in Texas, insomma, deve necessariamente abortire entro 6 settimane (un mese e mezzo) per evitare che la sua situazione diventi oggetto di cause legali. Ed è qui che si pone la questione della legittimità costituzionale della legge.

Come il Texas ha aggirato "l'ostacolo" 

Lo scorso 1 settembre la Corte Suprema ha rigettato la richiesta urgente di bloccare la legge, facendo notare che non si può parlare di legge anticostituzionale visto che né lo Stato né i suoi funzionari hanno l’autorità per farla rispettare. Questo "potere", se così si può definire, è infatti dato interamente ai provati cittadini attraverso le cause civili (e non penali), un modo per aggirare eventuali contestazioni relative appunto alla non costituzionalità della SB8. Il ricorso all’aborto non può essere perseguito penalmente, ma “esclusivamente attraverso azioni civili private. Chiunque non sia un funzionario o un dipendente governativo statale o locale del Texas - si sottolinea nella legge - può intentare un’azione legale”. In questo modo insomma il Texas non va contro la sentenza della Corte Suprema del 1973, ma trasferisce nelle mani dei privati cittadini il potere di schierarsi contro l’aborto grazie a un particolare escamotage giuridico: l’estensione del principio legale della “legittimazione ad agire”, per cui una persona può citare in giudizio un altro cittadino perché ritiene di esserne stata in qualche modo danneggiata.

I gruppi anti-aborto e pro-vita sostengono che la legge texana dà a chiunque la legittimazione ad agire, a prescindere che vi sia effettivamente stato un danno da risarcire, e che se un privato cittadino viene a conoscenza del fatto che qualcuno ha praticato un aborto, o ha aiutato una donna a farvi ricorso, può legittimamente citarlo in giudizio per non essendone stato danneggiato in prima persona. Ai tribunali tocca dunque il compito di stabilire se effettivamente è così, o se chi propone la causa deve dimostrare di essere stato in qualche modo danneggiato affinché sia valida. La legge stabilisce comunque che un imputato, nel difendersi, non può sostenere che applicare la legge stessa tramite azioni legali rappresenti un impedimento effettivo all’aborto, tagliando fuori la prima e fondamentale difesa per chi viene citato in giudizio: che venga violato il diritto costituzionalmente tutelato all’aborto. Puoi abortire, insomma, ma le ricadute su chi ti aiuta a farlo sono pesantissime.

Ricompensa di 10.000 dollari a chi propone e vince la causa

Per le associazioni che si battono per i diritti umani, civili e delle donne, la nuova legge avrà conseguenze di enorme portata, inclinando pericolosamente l’ago della bilancia verso chi promuove le cause con una serie di disposizioni che pendono verso i querelanti. Perché se è vero che la donna che si sottopone a un aborto non può essere perseguita, possono esserlo tutte le persone che la aiutano: non solo il personale sanitario ma anche parenti, amici, membri di associazioni e autisti (tanto che sia Uber sia Lyft, aziende di car pooling, hanno annunciato che per combattere la nuova legge copriranno tutte le spese legali dei conducenti citati in giudizio). La donna che volesse fare ricorso all’aborto si ritroverebbe insomma completamente sola, priva di rete e sostegno, perché chiunque in Texas a oggi può decidere di intentare causa a chi l’aiuta ed è anzi incentivato a farlo, visto che in caso di vittoria riceverebbe 10.000 dollari.

La ricompensa può essere “riscossa” una volta sola: se dieci persone decidono di fare causa a un medico che ha praticato l’aborto, una sola di loro riceverà i 10.000 dollari nel caso in cui il tribunale gli desse ragione. Questo però non impedisce al medico in questione di affrontare dieci processi e sostenere i costi necessari per difendersi. Chi decide di intentare causa ha 4 anni di tempo per farlo, e in questi casi il precedente non ha peso specifico: se un querelante porta in tribunale una decina di cliniche con le stesse accuse, e perde la prima causa, le altre cause vanno avanti, e chi è stato citato in giudizio non può appellarsi al primo verdetto per fermarle. Un deterrente decisamente solido, come sottolineato anche dalla Corte Suprema, che pur rigettando la richiesta di bloccare la legge ha ammesso che la ricompensa in denaro ha effettivamente trasformato i cittadini texani in cacciatori di taglie.

Kamala Harris: "La Roe v. Wade diventi legge"

Esaminata la legge nel dettaglio, si arriva alla decisione dell’amministrazione Biden di dare battaglia. Nei giorni scorsi il ministro della Giustizia, Merrick Garland, ha definito la SB8 una violazione delle leggi federali e una legge anticostituzionale, depositando una causa presso la corte federale del Texas con cui chiede a un giudice federale di dichiararla non valida e di vietarne l’applicazione per proteggere i diritti delle donne.

"Gli Stati Uniti hanno l'autorità e la responsabilità di garantire che nessuno Stato possa privare gli individui dei loro diritti costituzionali attraverso uno schema legislativo specificamente progettato per impedire la rivendicazione di tali diritti”, ha sottolineato il procuratore generale degli Usa.  

La vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris, ha intanto chiesto che la storica sentenza Roe v. Wade diventi legge, ribadendo che la SB8 è “palesemente incostituzionale” e criticando al Cotte Suprema per non avere concesso un appello d’emergenza alle cliniche e alle associazioni  (Planned Parenthood in primis) che hanno cercato di bloccarla: “La Corte Suprema ha permesso che vigesse una legge statale che delega i cittadini, chiunque, a proclamarsi in grado di avere diritto per legge di interferire con le scelte che una donna ha fatto”, ha concluso Harris, promettendo battaglia per proteggere “il diritto costituzionale all’aborto”.

Aborto in calo negli Stati Uniti: ecco perché

Il Texas, pur essendo il primo ad approvare una legge di questo genere, non è comunque l’unico Stato che sembra voler andare in questa direzione. Stando a quanto confermato dalla stessa Harris, “altri 22 Stati hanno firmato leggi che potrebbero essere usate per limitare il diritto all’aborto”, e nel 2021 sono state approvate ben novanta disposizioni che limitano l’accesso all’assistenza sanitaria riproduttiva, con Stati come il Kentucky e il Mississipi che contano su una sola clinica per aborti in tutto il territorio.

Proprio le restrizioni, secondo uno studio del Guttmacher Institute, hanno giocato un ruolo decisivo nel calo degli aborti registrato negli Usa tra il 2011 e il 2017. Le leggi che impongono regole stringenti e gravose soprattutto per gli operatori sanitari che li praticano hanno portato alla chiusura di diverse cliniche in alcuni Stati, riducendo così l’accesso all’aborto.

Stando ai numeri diffusi dal Guttemacher Institute, il numero di aborti è calato del 19% passando da 1.058.000 aborti nel 2011 a 862.000 aborti nel 2017. Il numero di aborti per 1.000 donne di età compresa tra 15 e 44 anni è diminuito del 20%, passando dal 16,9% del 2011 al 13,5% nel 2017, e il numero di aborti per 100 gravidanze è diminuito del 13%, passando dal 21,2% del 2011 al 18,4 % del 2017. Tra il 2011 e il 2017, 32 Stati hanno adottato 394 nuove restrizioni relative all’accesso all’aborto, e la stragrande maggioranza di queste misure sono entrate in vigore.

Il calo del numero di interruzioni di gravidanza censite negli Stati Uniti, però, sembra essere correlato in realtà al calo generale delle nascite e delle gravidanze più che all’aumento delle restrizioni, vuoi per ragioni economiche, vuoi per una maggiore accessibilità ai contraccettivi e alla loro diffusione. Le restrizioni hanno comunque inciso sulla possibilità stessa, per le donne, di fare ricorso all'aborto. E tra i timori avanzati dal Guttemacher Institute c'è quello che, proprio alla luce delle restrizioni, molte donne - soprattutto quelle maggiormente in difficoltà a livello sociale ed economico - abbiano fatto ricorso ad aborti clandestini, andando a gonfiare il numero del sommerso, e cioè di tutti quei casi non censiti.

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