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Lunedì, 26 Febbraio 2024
Lo studio

I guariti dal covid hanno anticorpi dopo 9 mesi, compresi gli asintomatici

Buone notizie da Vo' Euganeo, la cittadina alle porte di Padova che registrò la prima vittima di covid in Italia. I dati della ricerca condotta da un gruppo di studiosi guidato da Andrea Crisanti sono stati pubblicati su Nature Communications

Le persone guarite dal covid mantengono la protezione degli anticorpi anti Sars-CoV-2 nel sangue anche a distanza di nove mesi. E questo vale sia per i sintomatici che per gli asintomatici. La buona notizia arriva da Vo' Euganeo, cittadina alle porte di Padova che registrò la prima vittima di covid in Italia (Adriano Trevisan, pensionato di 77 anni, morì la sera del 21 febbraio 2020), ed emerge dai dati relativi a una ricerca condotta da un gruppo di studiosi guidato da Andrea Crisanti dell'università di Padova, in collaborazione con l'Imperial College di Londra.

Crisanti, virologo e direttore del laboratorio di Microbiologia dell'università di Padova, è l'uomo che nel corso della prima ondata ha fatto prendere al Veneto la strada dei test a tappeto, "salvando" la regione dalla deriva epidemiologica. Il caso di Vo', primo focolaio veneto, è ora studiato anche all'estero. L'idea di Crisanti di isolare il centro dei Colli Euganei e di testare tutti gli abitanti per cercare soprattutto gli asintomatici - tanti e contagiosi, come si è scoperto dopo - ha contribuito a ridurre i contagi e a salvare diverse vite. Oggi arriva un ulteriore passo in avanti nella ricerca scientifica, sempre da Vo', forse la città più studiata per il covid nel mondo.

Lo studio a Vo' Euganeo: gli anticorpi covid durano 9 mesi anche per gli asintomatici

Lo studio, pubblicato sulla rivista specializzata Nature Communications, ha analizzato i livelli anticorpali nei soggetti risultati positivi nella prima indagine eseguita sulla popolazione di Vo'. È emerso che il 98,8% delle persone infette nella prima catastrofica ondata della pandemia a febbraio/marzo 2020 ha mostrato livelli rilevabili di anticorpi anche a novembre, nove mesi dopo l'infezione, indipendentemente dal fatto che fossero inizialmente sintomatiche o meno.

L'indagine è stata eseguita utilizzando tre diverse tipologie di test che rilevano diversi tipi di anticorpi. I risultati hanno mostrato che mentre tutti i tipi di anticorpi hanno avuto un certo declino tra i mesi di maggio e novembre, il tasso di decadimento era diverso a seconda del test. È stato inoltre riscontrato in alcuni casi un aumento delle difese anticorpali, fenomeno che suggerisce possibili reinfezioni con il virus in alcuni soggetti.

La variabilità nei processi di diffusione del coronavirus

Lo studio dell'università di Padova in collaborazione con l'Imperial College di Londra conferma inoltre la grande variabilità nei processi di diffusione tra soggetto e soggetto. La maggior parte delle infezioni non generano ulteriori contagi, mentre la gran parte dei casi è generata da pochi singoli pazienti particolarmente contagiosi. In sostanza, il 79% dei contagi viene provocato solo dal 20% delle persone infette.

Le differenze nel modo in cui una persona contagiata può infettare gli altri nella popolazione suggeriscono che i fattori comportamentali sono fondamentali per il controllo dell'epidemia. Ecco perché il distanziamento fisico continua ad essere importante per ridurre il rischio di trasmettere la malattia anche in popolazioni altamente vaccinate, insieme all'uso dei dispositivi di protezione individuale.

La dottoressa Ilaria Dorigatti dell'Imperial College, autrice dello studio insieme a Crisanti e al professor Enrico Lavezzo dell'università di Padova, ha precisato di non aver trovato "prove che i livelli di anticorpi tra le infezioni sintomatiche e asintomatiche differiscano significativamente". Ecco perché, secondo gli studiosi, questo suggerisce che la forza della risposta immunitaria del nostro organismo al virus non dipende dai sintomi e dalla gravità dell'infezione. I livelli di anticorpi misurati, però, variano a seconda del tipo di test utilizzato, a volte anche sensibilmente. L'esperta ha spiegato che questo significa che è "necessaria cautela quando si confrontano le stime dei livelli di infezione in una popolazione ottenute in diverse parti del mondo, con test diversi e in tempi diversi".

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