Armi, 30 anni di export militare "made in Italy": tutte le ombre su un business miliardario

L’esportazione di armi italiane cresce: in 5 anni 44 miliardi di euro, pari ai 15 anni precedenti. L'analisi di Rete Italiana per il Disarmo e Rete della Pace. Biatta (Opal): "Esportare armi sostenendo regimi autoritari e alimentando i conflitti non solo è una follia. È un crimine"

Era ed è tutt'ora una legge avanzata ed innovativa nei principi e anche nei meccanismi, ma nei fatti ha perso molta della propria efficacia per colpa di modifiche e applicazioni non corrette: lo dimostrano varin casi specifici degli ultimi anni (armi italiane verso la coalizione di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti attiva nel conflitto in Yemen, o verso destinazioni critiche come Turchia, Egitto, Turkmenistan, Qatar, Kuwait).

Durante i 30 anni di applicazione della Legge 185/90 che regola l’export militare (denominata “Nuove norme sul controllo dell'esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento”) sono state autorizzate esportazioni dall’Italia per materiali d’armamento per un controvalore di 97,75 miliardi di euro a valori correnti (che diventano 109,67 miliardi di euro con il ricalcolo a valori costanti 2019)

E’ ciò che emerge dai dati diffusi pochi giorni fa, in occasione trentesimo anniversario del voto di approvazione della legge, da Rete Italiana per il Disarmo e Rete della Pace che hanno voluto celebrare questa norma a partire dall’analisi delle cifre che hanno contraddistinto i primi trenta anni di una legge sì avanzata ed innovativa, ma che non ha ottenuto fino in fondo i risultati sperati. Il distacco tra lettera della Legge (con il suo divieto ad esportare armi verso Paesi in stato di conflitto armato, sotto embargo internazionale, con politiche in contrasto con l’articolo 11 della nostra Costituzione, con gravi violazioni dei diritti umani e comunque sempre seguendo la direzione della nostra politica estera) e l’applicazione soprattutto recente è ben delineata dai dati.

30 anni di armi italiane esportate nel mondo

Che cosa emerge dai dati? Il trend evidenzia una forte risalita nell’ultimo decennio che fa seguito ad un primo rialzo avvenuto tra il 2006 e il 2010 poi attenuato dalla crisi finanziaria globale: dopo un paio di decenni di applicazione abbastanza rigorosa i Governi hanno iniziato ad avere come obiettivo il sostegno all’export militare e non il suo controllo. Nel solo lustro 2015-19 le autorizzazioni (a valori correnti) sono state di poco superiori a quelle totali dei quindici anni precedenti (44 miliardi contro 43,5 e situazione di sostanziale pareggio anche considerando valori costanti al 2019). Sempre considerando i soli valori correnti (situazione che ovviamente cambia, ma non di molto, con la rivalutazione) è quasi incredibile notare come gli ultimi cinque anni equivalgano da soli al 45% del trentennio di export militare normato dalla 185/90 (e dunque i 25 precedenti assommino “solo” al 55% del totale). Negli stessi 30 anni le consegne certificate dall’Agenzia delle Dogane si sono attestate complessivamente sulla cifra di 50 miliardi di euro, di cui ben 14 miliardi sono relativi al quinquennio 2015-2019 (cioè quasi il 30% del totale, come lecito aspettarsi visto l’aumento delle autorizzazioni che comportano successivamente più consegne). Va sottolineato che questo dato è un buon indicatore ma non è così affidabile per esprimere il controvalore complessivo delle dei sistemi militari effettivamente esportati.

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Fonte grafico: www.disarmo.org

Nell'ultimo lustro si è accentuata - commentano Rete Disarmo e Rete della Pace - la tendenza ad esportare al di fuori delle principali alleanze politico-militari dell’Italia (cioè verso Paesi non appartenenti all’UE o alla Nato): ben il 56% cioè 24,8 miliardi contro 19,2 miliardi. Possiamo quindi affermare che in tutto il corso di applicazione della Legge più della metà dell’export sia stato autorizzato al di fuori della naturale area di azione internazionale dell’Italia: un dato preoccupante se si considera che – secondo il testo della norma – le esportazioni di armamenti «devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia». Una situazione che è figlia di una spinta alla vendita verso gli Stati del Medio Oriente che negli ultimi 5 anni hanno raddoppiato la loro quota media dei primi 25 arrivando a ben il 45,9% del totale delle licenze individuali (cioè poco meno di 19 miliardi di euro) i Paesi dell’UE e dell’Europa geografica non OSCE si mantengono sostanzialmente sui livelli già registrati in media nei primi 25 anni di export (35,2% + 1,45% per un totale di circa 15 miliardi di euro). Nello stesso periodo i primi 20 Paesi della classifica (su un totale di circa 90 destinatari) hanno tutti ricevuto oltre 300 milioni di euro di autorizzazioni nel corso dell’ultimo lustro. In testa troviamo due Stati autoritari mediorientali come Kuwait e Qatar (per le maxi-commesse di aerei e navi) seguiti da vicino da Regno Unito e Germania (soprattutto per la cooperazione Eurofighter) e ad una distanza maggiore da Francia, Stati Uniti d’America e Spagna. Subito dietro, grazie ad una serie di copiose licenze negli anni più recenti, altri Paesi problematici come Pakistan, Egitto, Turchia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. A completare la “Top15” troviamo Norvegia, Australia e Turkmenistan.

Allargando lo sguardo e prendendo in considerazione tutto il periodo dei tre decenni i primi 10 Paesi di destinazione delle armi italiane sono stati il Regno Unito (10%), con cui le cooperazioni di natura industriale sono sempre state robuste, seguito da Kuwait (8,4%), Qatar (7,1%), Germania e Stati Uniti d’America al 6,3%, Arabia Saudita (4,9%), Francia (4,3%) ed Emirati Arabi Uniti (4%). Infine troviamo la Spagna e la Turchia al 3,7%. Le prime 10 destinazioni complessivamente assommano a poco meno del 60% di trenta anni di autorizzazioni individuali.

A proposito dei dati analizzati da Rete Disarmo da cui emerge la vendita di armi soprattutto a Paesi extra-Ue/Nato e medioriente, Piergiulio Biatta, presidente dell'Osservatorio sulle armi leggere, (OPAL), va dritto al punto:  "Tutto questo – commenta –   è stato reso possibile con la complicità e i silenzi di molti, non ultimo del Parlamento che per diversi anni ha abdicato al suo ruolo di controllo delle attività del governo. Esportare armi, sostenendo regimi autoritari e alimentando i conflitti – da cui fuggono migliaia di persone che cercano rifugio anche nel nostro Paese – non solo è una follia. È un crimine. È bene ricordarcelo celebrando il trentennale della legge che impegna il governo a “predispone misure idonee ad assecondare la graduale differenziazione produttiva e la conversione a fini civili delle industrie nel settore della difesa”. Una norma, anche questa, mai attuata" - conclude Biatta.

Il Parlamento sta proprio in questi giorni discutendo ufficialmente sui dati della Relazione governativa relativa all’export 2019: non accadeva da anni ed è dunque segno di una rinnovata attenzione a questa delicata tematica. Le nostre organizzazioni, che da anni conducono analisi approfondite su dati e dinamiche dell’esportazione di armamenti, chiedono dunque di essere audite dal Parlamento per portare il proprio contributo al dibattito.

Rete Italiana per il Disarmo e Rete della Pace rimarcano la continua perdita di trasparenza concretizzatasi in maniera crescente negli ultimi anni che mina alla base un controllo che al contrario – su un tema delicato e cruciale come quello dell’export militare – è fondamentale per la nostra politica estera, per la responsabilità dell’Italia nei confitti armati e per poter realmente ambire alla promozione della Pace a livello internazionale. Tra le richieste di miglioramento illustrate dalle due Reti la necessità inserire in tutti i documenti il codice identificativo e la data di ciascuna licenza (per poter collegare tutte le Tabelle delle migliaia di pagine della Relazione annuale al Parlamento), l’esplicitazione con liste apposite delle valutazioni sui Paesi destinatari (se sotto embargo, se con violazioni di diritti umani, se in presenza di accordo cooperazione militare). Tutto ciò per recuperare una trasparenza necessaria al Parlamento per esercitare l’attività di controllo assegnata dalle norme e per verificare quanto il Governo stia allineando le proprie decisioni ai principi e alle previsioni della Legge. Inoltre scelte virtuose si potrebbero fare sia per rafforzare il percorso di universalizzazione e implementazione del Trattato ATT allineando le scelte di autorizzazione alla sua applicazione da parte degli Stati destinatari di armi italiane sia finanziando finalmente e con continuità un fondo per la riconversione dell’industria militare, così come previsto dall’Articolo 1 (“Il Governo predispone misure idonee ad assecondare la graduale differenziazione produttiva e la conversione a fini civili delle industrie nel settore della difesa”).

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La legge sull’esportazione di armamenti fu un passo importante, e fu fortemente voluta da ampi settori della società civile italiana: a trent’anni esatti dal voto di approvazione della 185/90 sono ancora le associazioni e le reti della società civile a difenderla e chiederne l’attuazione precisa e rigorosa. Continueremo a farlo denunciando ogni manomissione, disapplicazione, aggiramento e soprattutto sottolineando le ingenti forniture di sistemi militari ai tiranni di mezzo mondo. Rilanciando le azioni di mobilitazione su questo tema (tra cui la Campagna “banche armate”) e mettendo in campo nuove ed importanti iniziative. Di cui c’è, adesso più che mai, davvero bisogno.

Più salute e meno armi: la riconversione industriale non è una missione impossibile

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