Guerra in Yemen, basta ipocrisie: è ora di fermare l’export di armi italiane

A Roma un flash mob della società civile italiana di fronte a Montecitorio. “Le armi non sono come le mozzarelle o le scarpe o come il made in Italy di altro tipo: creano catastrofi umanitarie”, dice a Today Francesco Vignarca di Rete per il Disarmo

Flash mob a Montecitorio (credit Giuliano Del Gatto)

Una “pioggia di bombe” (simbolica) per ricordare quella che invece ogni giorno colpisce lo Yemen: un flash mob si è svolto questa mattina in pieno centro a Roma, davanti a Montecitorio, per tenere alta l’attenzione su quella che oggi rappresenta la più grave crisi umanitaria al mondo. L’azione è stata promossa da un coordinamento di organizzazioni della società civile - composto da Amnesty International Italia, Fondazione Finanza Etica, Oxfam Italia, Movimento dei Focolari, Rete Italiana per Disarmo, Rete della Pace, Save the Children Italia, nell’anniversario dei 29 anni dall’approvazione della legge 185/90 che regola l’export italiano di armamenti e a pochi giorni dall’approvazione, lo scorso 26 giugno, di una mozione da parte della Camera che impegna il governo ad “adottare gli atti necessari a sospendere le esportazioni di bombe d'aereo e missili che possono essere utilizzati per colpire la popolazione civile e loro componentistica verso l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sino a quando non vi saranno sviluppi concreti nel processo di pace con lo Yemen”. La mozione, sottolineano le organizzazioni, rappresenta un primo, importante passo positivo ma non basta: la richiesta è che il governo (anche andando oltre il dettato specifico della mozione) intraprenda immediatamente le azioni necessarie per giungere ad uno stop effettivo delle esportazioni e spedizioni di tutte le tipologie di armi non solo verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti ma nei confronti di ogni attore (statale o meno) che partecipa alle ostilità in corso in Yemen.

Stop alle armi: "Intanto iniziamo noi"

“Ventinove anni fa è stata approvata la legge 195 e da allora lo scenario è cambiato, non solo a livello internazionale e geopolitico ma anche sull’applicazione della legge. I principi rimangono: non si possono vendere armi a paesi che violano i diritti umani o a paesi in conflitto”, spiega a Today Francesco Vignarca di Rete Italiana per il Disarmo a margine della conferenza dopo il flash mob. “Per la prima volta si diceva che il commercio di armi non era solo business ma doveva stare sotto la politica estera dell’Italia. Cosa è successo in questi 29 anni? Che quel tipo di controllo ormai non c’è più e sembra che gli ultimi governi abbiano deciso di non essere più gli arbitri dell’export delle armi ma i tifosi di una parte, cioè la produzione delle armi stesse. Negli ultimi quattro anni si sono autorizzate 38 miliardi di euro di nuove armi, due volte e mezzo di più di quello che si era autorizzato nei due anni precedenti. E di pari passo è calata la trasparenza. Prima sapevamo esattamente qual era l’azienda che vendeva a quale paese quale tipo di arma e con quale tornaconto. Adesso non né più così facile, perché si sono accorti che l’attenzione dei pacifisti arrivava anche in quel senso”, dice Vignarca, che tracciando un bilancio della legge chiede che non sia messa da parte bensì “integrata e applicata veramente insieme alla posizione comune dell’Unione europea e al trattato internazionale sul commercio di armi, che l’Italia ha approvato all’unamimità. Le armi non sono come le mozzarelle o le scarpe o come il made in Italy di altro tipo: creano catastrofi umanitarie come quelle in Yemen e non possiamo trattarle allo stesso modo”.

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Un’obiezione che spesso si sente è quella che se non le vendiamo “noi”, le armi, tanto comunque lo farà qualcun altro. Affermazione che Vignarca respinge con forza: “È una fallacia logica molto forte, è una giustificazione che non esiste. Qualsiasi miglioramento nella storia dell’uomo è arrivato dal fatto che qualcuno ha iniziato a fare dei passi. L’Italia dovrebbe essere leader e protagonista in questo, con la sua tradizione molto alta in termini di diritti umani e sostegno alle popolazioni colpite. Lo abbiamo sempre detto, ora dobbiamo metterlo in pratica. Iniziamo noi e da lì potrebbe nascere una valanga positiva che fermi le armi che alimentano i conflitti”.

Muore di fame a sette anni: è il simbolo della guerra in Yemen

“Abbiamo scritto come coalizione al presidente del Consiglio Conte per fermare la vendita di armi in Yemen a fine maggio. Diversi solleciti, ad ora nessuna risposta”, aggiunge Maria Egizia Petroccione di Save the Children. “Il fatto che nel frattempo sia stata approvata una mozione, non significa che non ci sia più bisogno di incontrare Conte perché ora si tratta di passare dalle parole ai fatti e vorremmo una rassicurazione forte, cioè che il governo si impegni ad attuare la mozione e quindi a fermare immediatamente l’esportazione di qualsiasi tipo di armi verso la colazione saudita e tutti coloro che le utilizzano in Yemen. Vorremmo incontrarlo per parlare della quantità di aiuti economici che l’Italia può e deve dare per alleviare le sofferenze della popolazione yemenita e soprattutto per chiedergli con maggiore forza e vigore di sostenere lo sforzo diplomatico a livello internazionale affinché si fermi il conflitto in Yemen e che l’Italia si faccia promotrice di una forte azione a livello del Consiglio europeo per un embargo europeo sull’esportazione delle armi”.

La guerra in Yemen e le contraddizioni dell'Italia

La guerra in Yemen ha provocato finora migliaia di vittime e, secondo Paolo Pezzati di Oxfam Italia, “su 30 milioni di abitanti, 24 hanno bisogno di aiuto umanitario”. Ad essere colpiti sono soprattutto obiettivi civili, scuole e ospedali. Nel Paese si è trovato più volte ad operare Leonardo Frisari, chirurgo in pensione e ora operatore umanitario di Medici Senza Frontiere (qui la sua intervista a Today). “Gli effetti di un bombardamento o di una ferita da arma da fuoco non cambiano a seconda che la bomba sia costruita in Italia o in un altro Paese. Hanno però più importanza nel nostro sentire, nella nostra, perché è una forte contraddizione si percepisce”, ci dice Frisari, che ricorda però come in Yemen la popolazione apprezzi la neutralità di Msf. “Loro usano un atteggiamento di riguardano verso di noi, perché sanno che non c'entriamo niente con il nostro governo che avalla la produzione e la vendita delle armi. Loro considerano che lasciamo le nostre famiglie, come mi disse ringraziandomi un infermiere, per andare ad aiutare loro. Questo crea dei rapporti molto forti e molti importanti per noi”.

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“Di fronte a un problema, si incomincia a vedere la situazione sotto molti altri aspetti ma si perde l’idea del problema reale. Qui il problema generale è che la vendita di armi per business evidentemente ha valore molto più grande nella nostra società di quello che ha una vita umana. Ma non possiamo affrontare un problema generale con gli strumenti che abbiamo al momento. Mi ricordo uno che diceva: se devi mangiarti un elefante, come fai? Riesci a mangiarlo tutto in una volta? No, ma se lo mangi un pezzettino alla volta riesci a mangiartelo tutto. Ed è la stessa cosa qui. Il problema è grande ma noi dobbiamo iniziare a risolvere mangiando a piccoli morsi: il nostro primo, piccolo morso in questo caso è impedire che l’Italia venda le armi a questo paese, poi gli altri faranno, se vogliono e se sono onesti intellettualmente, lo stesso e mangeranno anche il loro piccolo morso”.

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