Giovedì, 25 Febbraio 2021

Aspirina e Covid-19: come stanno davvero le cose

Secondo uno studio della Scuola di Medicina dell'Università del Maryland, i pazienti che ne hanno assunta una al giorno a basso dosaggio per proteggersi dalle malattie cardiovascolari hanno ridotto il rischio di morte: ma non vi sono certezze e serviranno più dati

Secondo il nuovo lavoro di un team di ricerca statunitense guidato da scienziati della Scuola di Medicina dell'Università del Maryland, i pazienti malati di COVID-19 che hanno assunto un'aspirina al giorno a basso dosaggio per proteggersi dalle malattie cardiovascolari hanno ridotto significativamente il rischio di morte e complicazioni da COVID-19. Lo studio ha rilevato che i pazienti che assumevano aspirina avevano quasi il 50% di probabilità in meno di morire in ospedale e probabilità molto più basse di dover essere curati nei reparti di terapia intensiva e sottoposti a ventilazione.

Coronavirus. cauto ottimismo sull'aspirina nella cura dei pazienti ricoverati

Una svolta? No. Abbiamo trovato la cura? No. I medici hanno osservato che poiché il Sars-CoV-2 aumenta il rischio di coaguli di sangue, ha senso che l'aspirina aiuti in qualche modo i pazienti infetti nel processo di recupero e guarigione. Il dottor Jonathan Chow, professore di anestesiologia presso la Facoltà di Medicina dell'Università del Maryland, spiega: "Quando si ha una malattia come COVID-19 che porta a una maggiore formazione di coaguli di sangue, e poi si ha un farmaco come l'aspirina che fluidifica il sangue e impedisce la formazione di quei coaguli di sangue, ha senso clinico che funzioni".

Il dottor Chow ha detto che lo studio ha riguardato la consultazione delle cartelle cliniche di oltre 400 pazienti ricoverati in ospedale in primavera e in estate dopo aver contratto il virus: è stato determinato che l'uso abituale di aspirina riduceva del 44 percento il rischio di ventilazione meccanica; del 43 percento il rischio di finire in terapia intensiva e del 47 percento di morire a causa della COVID-19. 

Le aspirine sarebbero il primo farmaco da banco ampiamente disponibile per ridurre la morte nei pazienti COVID-19 se i risultati dello studio fossero confermati. C'è cauto ottimismo, ma nessuna certezza. Non significa che da oggi le persone debbano fare incetta di aspirina:  "Non è quello che stiamo suggerendo", continua il dottor Chow. "Consigliamo ai pazienti di rivolgersi al proprio medico di base perché sono loro quelli qualificati per determinare i rischi e i benefici di questo farmaco". Servirà uno studio controllato randomizzato per dimostrare se l'aspirina riduca per davvero la morte nei pazienti COVID-19. A oggi, è bene ribadirlo,  non è così: non vi è evidenza scientifica di rapporti causa-effetto tra assunzione di aspirina e riduzione della mortalità.

Il modello di sperimentazione clinica meno soggetto ad errori e distorsioni è il trial controllato e randomizzato (RCT), e si procederà così anche in questo caso probabilmente: "controllato" perché pone a confronto il trattamento sperimentale con un trattamento di controllo; randomizzato perché l'assegnazione ai trattamenti posti a confronto avviene in modo casuale, cioè mediante una forma di sorteggio (randomizzazione), che favorisce la comparabilità tra i gruppi. Un RCT è il disegno di sperimentazione pressoché universalmente adottato per la valutazione dell'efficacia di nuovi trattamenti.

Covid e anitinfiammatori: cosa sappiamo

Mesi fa era iniziata a circolare una notizia senza fondamento secondo la quale gli anti-infiammatori, come ibuprofene o l'aspirina, favorirebbero le forme gravi della malattia. Per sembrare più credibile era stata attribuita sia al ministero della Salute che a Walter Pascale, medico dell'Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano, che però aveva subito smentito categoricamente e provveduto a denunciare all'autorità competente quanto accaduto. 

Occhio poi alle bufale vere e proprie, come "Coronavirus, un batterio che si cura con Aspirina e Apronax": Si tratta di una vecchia bufala che torna ciclicamente in auge, ma senza alcun fondamento. Non è ancora accertata nemmeno la correlazione tra COVID-19 e trombosi. Microtrombosi colpirebbero alcuni pazienti che sviluppano forme gravi della malattia, ma giungere a conclusioni è impossibile. 

Vero è invece che la correlazione tra malattie di tipo infiammatorio, come per esempio le polmoniti e la trombosi in generale (soprattutto venosa), sia nota da decenni; un paziente con una qualunque polmonite batterica o virale, quindi non necessariamente da SARS-CoV-2, viene abitualmente sottoposto a profilassi tromboembolica con eparina a basso peso molecolare, in quanto esiste una forte raccomandazione in tutte le linee guida internazionali, allo scopo di ridurre o eliminare il rischio di insorgenza di trombosi venosa profonda. 

Donald Trump al Walter Reed Medical Center è stato sottoposto a una terapia sperimentale basata su una dose di 8 grammi di un cocktail di anticorpi policlonali sintetici sviluppati dalla Regeneron. Il presidente-tycoon assumeva anche diversi integratori: zinco, vitamina D, famotidina, tavolette di melatonina e una aspirina al giorno. Non basta per dire che l'aspirina aiuti a sconfiggere la malattia, e non ci siamo neanche vicini.

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