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Venerdì, 21 Gennaio 2022

Perché eliminare il bollettino Covid non servirà a nulla

Sarà pure che il bollettino dei contagi "mette ansia alle persone" (come dice Matteo Bassetti), ma eliminarlo del tutto non sarà la panacea di tutti i nostri guai. Il tema è al centro di una riflessione del governo come ha fatto sapere il sottosegretario alla Salute Andrea Costa invocando un cambio di rotta: due bollettini Covid a settimana focalizzati sul "dato delle ospedalizzazioni e dei ricoveri in terapia intensiva che sono quei numeri che mettono in crisi gli ospedali". 

"È opportuno arrivare ad un bollettino anche con un approfondimento dei dati" ha messo in chiaro Costa, "dire con chiarezza quanti sono i positivi vaccinati, quanti i non vaccinati e quante dose hanno ricevuto". Il motivo? "Dobbiamo anche lanciare dei messaggi rassicuranti ai cittadini che hanno aderito in maniera importante alla campagna vaccinale e hanno seguito in maniera rigida le regole". 

Guido Silvestri, virologo della Emory University di Atlanta, ne fa soprattutto un problema di comunicazione. "A mio parere - spiega su Twitter - non c'è alcun problema nel fornire i numeri giornalmente, ma, semmai, nel comunicarli male al pubblico". Altri esperti, come l'infettivologo e membro del Cts Donato Greco, avanzano l'idea di un solo bollettino settimanale.

Fare una riflessione sul bollettino non è un'eresia. Ed è vero che media e giornali - chi più, chi meno - hanno qualcosa da farsi perdonare. Ma ad avviso di chi scrive ci sono almeno due aspetti che andrebbero considerati. Il primo riguarda la comunità scientifica che si troverebbe privata di uno strumento importante (i dati giornalieri sulla pandemia) per svolgere le proprie analisi e magari delineare scenari.

Il secondo riguarda la nostra percezione del pericolo. Il sospetto è che i detrattori del bollettino imputino buona parte delle nostre sciagure proprio ai dati sui contagi. "Che senso ha - si chiede Bassetti - dire che abbiamo 250mila persone che hanno un tampone positivo?". Sono numeri, insiste, "che ci fanno fare brutta figura col resto del mondo, perché sembra che vada tutto male e invece non è così". Secondo Alberto Zangrillo, primario di Rianimazione al San Raffaele di Milano, "spostare tutta l'attenzione sull'esito di un tampone" è "il segno di un grave degrado deontologico e intellettuale" perché "chi vive in ospedale non guarda ai contagi ma al numero dei ricoverati".

Magari ci sbagliamo, ma la sensazione è che la nuova strategia di convivenza con il Covid preveda la messa al bando della paura. Un auspicio legittimo, se non fosse che il virus è ancora tra noi. Non raccontiamoci frottole: se rispettiamo le misure di distanziamento (mascherine comprese) è anche grazie a quel po' di timore (non terrore, per carità, ma legittimo e misurato timore) che la maggior parte di noi conservano nei confronti della malattia. D'altra parte conosciamo benissimo il peso che hanno i comportamenti individuali e collettivi in una pandemia. Davvero pensiamo che navigare senza bussola possa servire a uscirne fuori?

Certo, si dirà che bisognerebbe dare più peso ai dati sugli ospedali rispetto a quelli sulle infezioni. Ma si tratta di numeri contenuti nel bollettino stesso e che la maggior parte delle testate riporta correttamente. Insieme ai numeri dei contagi che comunque (checché se ne dica) restano un indicatore importante per capire come si evolverà la pandemia: tanto più aumentano i casi, tanti più saranno gli ospedalizzati (e i decessi). Almeno fino a prova contraria.

Una proposta sensata potrebbe forse essere quella di migliorare i dati, magari distinguendo i ricoverati "con Covid" da quelli "per Covid", oppure (come ha suggerito il sottosegretario Costa) riportare la distribuzione di ricoveri e decessi tra vaccinati e non vaccinati. Insomma, per capire cosa sta succedendo avremmo bisogno di più dati e di maggiore qualità. Navigare al buio non è una buona idea. Ma soprattutto non cancellerà il virus. 

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