Giovedì, 23 Settembre 2021
Siamo nei guai

Vivere a 50 gradi

Il numero di giorni estremamente caldi è raddoppiato a livello mondiale dagli anni '80 a oggi. Il principale imputato, ancora una volta, è il combustibile fossile. La conferenza Onu sul clima a novembre è forse l'ultima occasione per agire con risolutezza

Foto EPA/ANDY RAIN

Nel primo pomeriggio dell'11 agosto scorso a Siracusa, in contrada Monasteri, il display del termometro in piazza ha registrato 48,8 gradi. Mai una temperatura così alta in Europa. Il primato precedente era stato stabilito nel 1977 ad Atene (48,5 gradi). Non c'è da stupirsi, considerando che qualche giorno prima nell'estremo nord della Lapponia il termometro è salito a 32,5°, più di 15 gradi rispetto alla media del periodo. Il cambiamento climatico provocato dalle emissioni di gas serra ha trasformato il mondo in un pentolone bollente. E noi non stiamo facendo abbastanza per rallentare la crisi in corso.

Caldo estremo e temperature sopra i 50 gradi: cosa succede al clima

Il quadro non è dei migliori. Il numero di giorni estremamente caldi, quando cioè la temperatura ha superato i 50 gradi centigradi, è raddoppiato a livello mondiale dagli anni Ottanta a oggi, secondo un'analisi della Bbc basata sui dati delle tendenze climatiche globali prodotti dal "Copernicus climate change service". In media, fino al 2009, le temperature hanno superato questa soglia circa quattordici giorni all'anno. Sono diventati ventisei tra il 2010 e il 2019. Nello stesso periodo si sono toccati i 45 gradi per due settimane in più ogni anno.

Non solo, perché rispetto al passato le giornate roventi si manifestano in un maggior numero di aree del pianeta e i picchi di calore stanno diventando una costante. Il Medio Oriente e il Golfo Persico si confermano le regioni più calde, ma quest'estate ci sono state le prime avvisaglie che il fenomeno si sta diffondendo: è il caso dell'Italia, con il record di Siracusa, e del Canada, dove sono stati raggiunti i 49,6 gradi al culmine di una stagione orribile costata centinaia di vittime per il caldo e gli incendi.

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Gli scienziati hanno avvertito che questi valori si verificheranno anche altrove, a meno che non si intervenga subito. Secondo uno studio della Rutgers University negli Stati Uniti, fino a 1,2 miliardi di persone in tutto il mondo - quattro volte di più rispetto ad oggi - potrebbero affrontare condizioni di stress termico entro la fine del secolo se gli attuali livelli di riscaldamento globale non muteranno. "Nell'ultimo anno le concentrazioni dei principali gas serra sono aumentate - ha denunciato l'Onu -, mentre la temperatura media globale è stata di circa 1,2°C al di sopra dei livelli preindustriali, pericolosamente vicina al limite di 1,5°C stabilito dall'accordo sul clima di Parigi nel 2015".

Morire di fame per il clima

Un recente report del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite ha descritto la portata drammatica dei cambiamenti climatici, senza precedenti da migliaia di anni e con l'inequivocabile influenza umana sul riscaldamento dell'atmosfera, degli oceani e delle terre emerse. Il problema è devastante oltre che incombente, perché il caldo e in generale il clima "estremo" ha e avrà anche un costo in termini di vite umane, soprattutto per chi vive nei Paesi più vulnerabili che hanno poche risorse per adattarsi almeno in parte all'aumento delle temperature.

Accade in Madagascar, ad esempio, dove le famiglie che vivono nel sud del Paese sono sull'orlo della fame e i bambini rischiano di morire di inedia. La peggiore siccità degli ultimi 40 anni ha contribuito a trasformare terre fertili in deserti improduttivi, devastando comunità agricole già di per sé molto isolate. I raccolti sono falliti e ora le persone si affidano agli insetti e alle foglie di cactus per sopravvivere. Gli esperti ritengono che il cambiamento climatico, con l'aumento dell'aridità, possa essere direttamente collegato alla crisi attuale. Secondo le Nazioni Unite, l'isola dell'oceano Indiano è sull'orlo della prima carestia causata dal cambiamento climatico al mondo.

Il "problema climatico" è collegato a questioni sociali molto più ampie: la "qualità" della casa in cui si vive, il lavoro che si svolge, la disponibilità di acqua, l'assistenza sanitaria. Non tra millenni ma già nel secolo che stiamo vivendo, nel giro di poche generazioni, l'aumento delle temperature globali potrebbe rappresentare un pericolo per milioni di persone in diverse aree del pianeta. Temperature sahariane potrebbero provocare migrazioni di massa verso zone più vivibili e con un clima meno opprimente, oltre che compromettere la fertilità dei terreni, causare gravi problemi di salute e moltiplicare i fenomeni naturali estremi, come la siccità.

La conferenza Onu sul clima Cop26

Conosciamo il nemico contro cui combattere. "L'aumento delle temperature può essere attribuito al 100% alle emissioni generate dai combustibili fossili", ha ammesso Friederike Otto, direttore associato dell'Environmental Change Institute presso l'Università di Oxford. "Con le emissioni continue e la mancanza di azione, non solo questi eventi di calore estremo diventeranno più gravi e più frequenti, ma la risposta alle emergenze e il recupero diventeranno più impegnativi", ha ammonito Sihan Li, ricercatore sul clima presso la School of Geography and the Environment dell'Università di Oxford.

Per invertire la tendenza, gli scienziati chiedono un'azione urgente da parte dei leader mondiali in occasione del vertice delle Nazioni Unite in programma a Glasgow il prossimo novembre, in cui ai governi verrà chiesto di impegnarsi in nuovi tagli delle emissioni per limitare l'aumento della temperatura globale. Ai Paesi vengono richiesti obiettivi "ambiziosi" per ridurre la quantità di gas serra che entrano nell'atmosfera entro il 2030. La conferenza Onu sul clima Cop26, un vertice ampiamente considerato cruciale se si vuole tenere sotto controllo il cambiamento climatico, è forse l'ultima occasione per agire con risolutezza. 

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