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Martedì, 21 Maggio 2024
L'intervista

Caldo killer, gli attivisti di Ultima Generazione hanno davvero ragione?

Mentre crescono le polemiche attorno alle azioni, spesso estreme, delle associazioni ambientaliste, in Europa ci sono stati nel 2022 più di 60mila morti per il caldo. E il prezzo economico della siccità e degli eventi estremi è sempre più alto. Ne abbiamo parlato con il climatologo Giulio Betti che ci ha raccontato di come l'Italia che conosciamo stia già scomparendo

Una lunga estate calda. Un'immagine che evoca subito scenari vacanzieri e da sogno, ma che anno dopo anno si sta trasformando sempre più in un'emergenza. Nel 2022 l'Italia ha avuto il triste primato dei morti per caldo in Europa. Lo rivelano i dati di una ricerca spagnola pubblicati sulla prestigiosa rivista Nature. Durante le ondate di caldo dell'anno scorso sono morte nel nostro Paese circa 18mila persone per le temperature record estive. In tutta Europa i morti sono stati oltre 60mila. Numeri impressionanti che si vanno a sommare a quelli degli incendi con 68mila ettari di bosco scomparsi nel solo 2022 o alla siccità che ha prodotto, nell'anno passato, quasi 6 miliardi di euro di danni.

Un'estate rovente e "pericolosa": cosa ci aspetta ad agosto  

Viene spontaneo domandarsi allora quanto abbiano di estremo le tante proteste messe in atto dagli attivisti del clima come "Ultima generazione", rapportati alla situazione che già viviamo. Del resto uno degli slogan più utilizzati è "non c'è tempo per la moderazione". Ed è proprio il tempo a essere un fattore che ormai cominciare a scarseggiare.

Siamo già in ritardo?

Ce lo ricorda il professor Giulio Betti, climatologo del Cnr che, pur non entrando nel merito delle azioni e delle iniziative politiche, è netto: "Il tempo è già finito, e se continuiamo a fare finta di nulla rischiamo fra 20 anni di ritrovarci di fronte a 12 ondate di calore invece di 3 o 4 e che le estati si trasformeranno in un incubo. E non potremmo poi lamentarci che non esisteranno più i ghiacciai o che non riusciremo a coltivare più i prodotti tipici della nostra agricoltura. Per alcune cose il tempo è già scaduto, per la Marmolada ad esempio. Se poi ci si impegna da qui al medio termine riusciremo a frenare questo processo e adattarci a questo tipo di clima, altrimenti l’aumento delle temperature sarà inevitabile".

Morti di caldo: al limite della sopravvivenza umana  

Del resto ogni anno ci troviamo praticamente di fronte a un nuovo record, un'assurdità come sottolinea Betti: "I record sono eventi rari, nel clima non è più così: ne superiamo più di uno all'anno e sempre riguardo al caldo. Del resto con questa quantità di anidride carbonica nell’atmosfera che dobbiamo aspettarci? Paradossalmente, con questi tassi di gas serra nell'atmosfera, è più semplice capire che temperatura ci sarà fra 10 o 20 anni piuttosto che tempo ci sarà venerdì prossimo a Cagliari". 

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E se l'obiettivo, ormai sempre meno realizzabile, è di mantenere la temperatura del pianeta a +1.5° rispetto all'era pre-industriale, non tutti i paesi stanno facendo la loro parte. Ma è ancora una volta il tempo il fattore fondamentale "Oggi, anche a livello economico e finanziario, c’è più consapevolezza del passato, ma il problema è che la transizione ecologica richiede dei tempi molto lunghi. Io credo che fra 50 anni i combustibili fossili saranno solo un ricordo, ma il problema è ora, perché l’anidride carbonica che immettiamo nell’atmosfera influirà sul clima nei prossimi cinque anni - ricorda Betti, che aggiunge - Europa, Usa e Canada hanno fatto molti passi avanti e non sono messi malissimo, i paesi più critici sono Cina e India. La Cina però dobbiamo ammettere che sta investendo e puntando moltissimo sulla transizione, ma sta continuando comunque a bruciare molti combustibili fossili per sostenere la crescita del Paese". Nel frattempo già oggi dobbiamo prendere atto delle conseguenze di un clima che è cambiato irrimediabilmente. A partire dal nostro Paese. 

Rispetto agli anni '60 viviamo già in un altro Paese 

A tenere conto, anno dopo anno, delle variazioni del clima nello Stivale e dei suoi effetti c'è l'Ispra (l'istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale). I ricercatori sottolineano, nel rapporto preliminare sul 2022, che l'anno scorso è stato l'anno più caldo dal 1961 (l'anno in cui è cominciata la rilevazione), con una marcata anomalia della temperatura media di +1,12°C rispetto alla media climatologica 1991-2020. Il 2022 è stato il nono anno consecutivo con temperature superiori alla norma. Contemporaneamente le precipitazioni sono diminuite del 21% innescando problemi di siccità in molte aree.

Ma è lo stesso concetto di normalità a essere messo in discussione secondo Giulio Betti: "A livello statistico non esistono più estate considerate 'normali'. Ormai prevalgono nettamente tutti gli anni mesi e periodi con temperature molto al di sopra della norma e forti e ripetute ondate di calore. L’anomalia? Percepire come 'freschi' periodi che non dovrebbero esserlo. Negli anni ‘60 il mese di giugno 2023 sarebbe stato percepito come estremamente caldo, noi non lo abbiamo avvertito in questo modo". E il punto non sono i picchi di caldo: "conta l’intensità, la frequenza e la durata che ormai non è più quella di prima" sottolinea Betti. 

E per avere un'idea di come sia cambiata la temperatura nel nostro Paese, possiamo dare uno sguardo alla mappa sotto. 

Lo studio è stato realizzato dal consorzio dall'osservatorio Balcani e Caucaso per l'European Data Journalism Network elaborando i dati di Copernicus (il programma di osservazione satellitare della UE) e del Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine. È un confronto fra le temperature di due decenni: quelle del periodo che va dal 1960 al 1969 e quelle che vanno dal 2009 al 2018. E le variazioni non sono piccole: solo nel Lazio la temperatura è aumentata di oltre tre gradi, anche sulle Alpi o sul tavoliere pugliese gli incrementi sono notevoli

Ma è tutta l'Europa e il Mediterraneo a essere un vero e proprio hotpoint per il cambio climatico: "L’Italia, il Mediterraneo e l’Europa sono gli hotspot globali: qui la temperatura è aumentata di 2° in 50 anni. È  davvero impressionante, se ce l’avessero raccontato 60 anni fa ci saremmo messi a ridere - osserva Betti, che ci spiega perché il cambio di temperature potrebbe impattare soprattutto al Nord - il nostro meridione è più abituato ai periodi di siccità, mentre a Nord si utilizza una grande quantità di acqua per agricoltura industriale ed energia. Sono poi a rischio le Alpi che potrebbero rimanere senza neve d’inverno, come anche gli Appennini e le Prealpi".

È finita l'era del cibo a basso prezzo  

Ma è tutta Italia a risentire del cambio climatico che è già avvenuto e che è destinato a intensificarsi:  "Molti docg (Prodotti di denominazione di origine controllata e garantita ndr) del Centroitalia potrebbero presto perdere le loro caratteristiche o non essere più commercializzabili come tali- sottolinea Betti - penso ad esempio al celebre 'Brunello di Montalcino', se cambiano le le condizioni climatiche sarà davvero difficile continuare a produrlo. Ma penso anche al Mediterraneo con l’ingresso di nuove specie aliene nei nostri mari che si adatteranno meglio al nostro clima. La crisi si ripercuote quindi su: agricoltura, settore energetico, itticoltura e ovviamente approvvigionamento idrico".

La parola d'ordine è una: "Adattamento"

Ma l'evidenza è che, anche assumendo azioni drastiche di contrasto ai gas serra oggi, non si riuscirà più a tornare indietro. La parola d'ordine è adattamento e le strategie da mettere in atto sono molte: "Trent’anni fa si parlava di mitigazione e non è stato fatto nulla: ora dobbiamo adattarci - osserva Betti - Bisogna ridisegnare le nostre città, creare più ombreggiatura e spazi verdi, gestire meglio l’acqua e le carenze idriche, creare più invasi, piantare alberi in maniera consapevole e scientifica e rendere le città più resistenti alle ondate di calore che sono sempre più pesanti". 

Una strategia che non può non tenere conto del rovescio della medaglia: ovvero dei cosiddetti eventi meteoreologici estremi e della sofferenza delle campagne: "Bisogna ridefinire le fognature in vista degli eventi climatici estremi e bisogna mettere in sicurezza il territorio nelle campagne. Nell’agricoltura bisogna introdurre specie resistenti alla siccità e al calore" aggiunge Betti. 

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E l'Italia è in questo senso ancora indietro. Manca ancora una strategia coordinata di adattamento e spesso anche la consapevolezza del problema: come i recenti drammi dell'Emilia Romagna ci hanno insegnato. Ma la strada è obbligata, il nostro Paese non assomiglierà più a quello degli anni '50 e '60 e bisogna prenderne atto, a partire dalla gestione essenziale di una risorsa fondamentale: l'acqua. 

Parallelamente, come osserva Giulio Betti, bisogna contrastare fortemente l'ulteriore rialzo delle temperature con conseguenze che potrebbero essere davvero drammatiche."Se non si farà nulla ci sarà il collasso dei sistemi climatici, si scioglieranno i ghiacciai con un aumento repentino del livello dei mari, ci sarà l’estinzione di varie specie animali e vegetali (che diventerebbe un bel problema per le derrate alimentari e per la fame mondiale). Si assisterà a una rapida acidificazione degli oceani con l’ingresso di specie aliene anche nei nostri mari, alla scomparsa delle barriere coralline. E poi dovremmo aspettarci eventi estremi sempre più drammatici, repentini e imponderabili, coniugati a periodi di siccità prolungata. In sintesi: se non si fa nulla è un suicidio". Ed è forse proprio questo l'urlo, che può risultare a volte scomposto, degli attivisti del clima. Evitare il suicidio collettivo prima che sia ancora troppo tardi. 

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