La rinascita di Sara: "Così ho sconfitto il cancro e sono riuscita a diventare madre"

La testimonianza di Sara, che si è ammalata a 31 anni proprio mentre studiava come ricercatrice biologa molecolare i meccanismi alla base della crescita delle cellule tumorali

“Sono nata tre volte: la prima quando sono venuta al mondo quasi 44 anni fa, poi sono rinata una volta guarita dal cancro al seno, ma la vera rinascita per me è stata quando sono diventata mamma dopo la malattia”. A parlare così è Sara, che un giorno d’estate nel 2007 ha scoperto a soli 31 anni di avere un cancro al seno già in metastasi, lei che studiava all’università di Tor Vergata di Roma come ricercatrice biologa molecolare i meccanismi alla base della crescita delle cellule tumorali e stava iniziando a pensare concretamente di diventare madre. “Mi ero sempre pensata mamma, sapevo che ‘da grande’ avrei avuto figli, erano sempre stati in progetto. Avevo 31 anni, un compagno che poi è diventato mio marito e proprio in quel periodo avevo iniziato a pensarci veramente. Poi è arrivata la diagnosi e oltre alla paura di morire, tanta paura di morire, ho temuto anche di non poter avere figli in seguito alla chemioterapia, perché sapevo che poteva dare sterilità”, racconta Sara a Today.

Oggi Sara sta bene ed è madre di due bambine. “Quando sette anni e mezzo fa è nata la mia prima figlia mi sono sentita veramente ‘guarita’, perché avevo combattuto sia il cancro sia la possibilità di rimanere sterile”. Tutto per lei è iniziato nel più classico e terribile dei modi: una pallina sul seno sinistro. Sara si è attivata subito per fare gli accertamenti del caso, ma tutti la rassicuravano. “Eppure io la sentivo crescere, era palbabilissima, e sappiamo purtroppo che quando quella massa è già palpabile non è una buona cosa”, ricorda Sara. A luglio, nove mesi dopo, oltre a quella pallina sono comparsi dei bozzi sotto l’ascella, dei linfonodi particolarmente grandi. “Ho cambiato centro diagnostico, sono andata altrove ma a quel punto ormai nessuno poteva più sbagliarsi perché era tutto talmente evidente dall’ecografia: avevo il cancro e quei bozzi sotto l’ascella erano già le metastasi. Ho fatto una risonanza all’ospedale Fatebenefratelli e nel giro di una settimana ho iniziato la chemio, ad agosto 2007”.

Prima si diagnostica un cancro e quindi prima si iniziano le cure e più è probabile la guarigione o quantomeno le cure possono essere meno aggressive. “Ho fatto sei mesi di chemioterapia, poi un cura con un anticorpo monoclonale. Quando la massa è stata ridotta sono stata operata e ho fatto radioterapia. In questo percorso, dietro mia richiesta, sono stata indotta chimicamente in menopausa, per cercare di mettere a riposo le ovaie così che la chemioterapia non le danneggiasse - ricorda Sara - Nel 2007 questo era un approccio sperimentale e nessuno poteva dirmi se avrebbe o meno funzionato, però sotto mia pressione l’oncologo ha accettato di rischiare insieme a me e posso dire che ha funzionato, perché poi ho avuto quattro gravidanze e sono nate due bambine, anche se la prima gravidanza e la terza non sono andate a buon fine”.

Dopo una vita a studiare il cancro, Sara si è ritrovata improvvisamente dall’altra parte: la malata era lei. “Il mio era un particolare tipo di tumore al seno molto aggressivo, che si chiama HER2. Non è il ‘classico’ tumore legato agli ormoni, la sua caratteristica è la sovraespressione di un proteina che conoscevo, l’avevo studiata sui libri, sulle pubblicazioni scientifiche, sui test. In un modo forse un po’ buffo mi sono trovata io a spiegare al mio oncologo, che aveva ovviamente un altro background, quali erano i meccanismi molecolari all’interno delle cellule e perché la sovraespressione di quella proteina le facesse impazzire”, ricorda Sara. “Sono stata però molto fortunata perché solo un paio d’anni prima era entrato in commercio l’anticorpo monoclonale che mi ha salvato la vita. Non è un chemioterapico, appartiene alla categoria dei cosiddetti farmaci biologici e senza quel farmaco non so se ce l’avrei fatta, l’ha detto anche il mio oncologo”.

“Sapevo perfettamente cosa non andava nelle mie cellule e cosa avrebbero fatto i farmaci per fermarle. Da una parte sapere tutto questo mi faceva paura perché ero consapevole che quella proteina era veramente ‘cattiva’, dall’altra questa conoscenza mi rassicurava e avevo la certezza che sarei guarita. Riguardandomi indietro non so se avrei di nuovo quella convinzione al cento per cento, forse sono stata un po’ pazza. Quei farmaci potevano non funzionare, possono dare allergia, c’erano tante incognite, ma io non le vedevo: visualizzavo solo la mia guarigione e questo mi ha aiutato al pensare al dopo. E visto che ero sicura che sarei guarita, ho iniziato a pensare a cosa fare per mantenere la fertilità”

Sara sottolinea poi con forza anche l’importanza della prevenzione. “È fondamentale e per questo mi sono molto arrabbiata quando per nove mesi non sono stata ‘capita’, perché io sentivo che questa massa cresceva troppo velocemente anche se poi gli esami diagnostici dicevano altro. Avrebbero dovuto prescrivermi esami più approfonditi ma non l’hanno fatto perché ero troppo giovane, non c’era familiarità. Nel mio caso è stato fatto sicuramente un errore di valutazione e la prevenzione è, insieme allo stile di vita, una delle due armi che abbiamo: saremmo sciocchi a non usarle”.

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Dopo aver interrotto la carriera di ricercatrice, Sara ora è docente di scienze in un liceo, ma ha ideato e gestito un master a Tor Vergata proprio sulla sperimentazione clinica di farmaci chemioterapici in convenzione con la fondazione Ginema del compianto professor Franco Mandelli, in cui ha anche insegnato. Ha vinto due battaglie, quella contro il tumore e quella per riuscire a diventare madre e oggi è testimonial della ricerca sul cancro di Airc. “Se mi fossi ammalata due anni prima non so se ce l’avrei fatta e il farmaco che mi ha salvata c’è perché la ricerca continua. La ricerca mi ha salvato la vita e mi ha permesso di diventare madre”.

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