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Martedì, 31 Gennaio 2023
SPECIALE DISASTRO SANITA'

Caos ospedali e turni massacranti, dottoressa salva tre pazienti e muore

Tagliati 37mila posti letto in dieci anni, presto 14 milioni di italiani senza assistenza. Per trovare un medico spendiamo 1600 euro a gettone. E la Calabria cerca laureati a Cuba, ma il sindacato protesta: qui troppi imboscati

Da Natale a Capodanno, dalla Befana a inizio primavera, anche da noi dovrebbe valere l'appello lanciato dal governo inglese: non fatevi male, cercate di non ammalarvi, proteggetevi. Gli scioperi però non c'entrano. Nella sanità italiana il caos è la quotidianità di questo inverno: ospedali al collasso, attese di giorni al pronto soccorso, bambini con la febbre sdraiati per terra (Milano). Oppure mandati a sedersi al freddo in garage (Adria, Rovigo). E mamme costrette a partorire altrove, per la mancanza di ginecologi (Mirandola, Modena). Fuori non va meglio: pediatri introvabili, molti medici di famiglia ormai in pensione e quelli di guardia assegnati ad ambulatori pubblici senza garze, disinfettante e nemmeno un frigorifero dove conservare i farmaci. La parodia finisce qui. Il resto sta diventando tragedia.

Lucia Damiano, 49 anni, stroncata da un malore dopo un turno massacrante (foto UdineToday)

Influenza, covid, bronchioliti e personale che manca. Le persone muoiono sull'ambulanza senza essere ricoverate (Genova). I malati di Alzheimer scappano dai reparti vietati ai parenti, ma lasciati incustoditi (Palermo). Le tensioni esplodono in minacce e aggressioni ovunque. Un medico, Giorgio Falcetto, 76 anni, assassinato a colpi d'accetta da un ex paziente in ospedale, il 13 dicembre a San Donato Milanese. E una dottoressa, Lucia Damiano, 49 anni, uccisa da un malore alla fine di un turno massacrante in pronto soccorso, dopo aver salvato tre pazienti in arresto cardiaco l'11 dicembre a Udine. La nostra sanità pubblica sta crollando come il ponte Morandi. Solo che non si vedono politici e amministratori, di qualunque colore siano, consapevoli del pericolo e decisi a scongiurare il crollo.

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Grazie alle nostre redazioni territoriali, questo viaggio negli ospedali e negli ambulatori italiani rivela un panorama drammatico. E non è solo colpa del decennio di tagli che ha preceduto la pandemia. La qualità del servizio dipende anche da come sono stati spesi i soldi. Un esempio è la Lombardia, dove nel 2019 la Regione ha ridotto i rifornimenti agli ospedali di Lodi e Brescia, incoraggiando i direttori con incentivi per ogni euro risparmiato. Così prima ancora dell'arrivo del covid, nelle due province duramente colpite dalla prima ondata, i laboratori già facevano fatica a diagnosticare i casi di influenza. Meno reagenti, più premi ai manager.

I soldi finiscono alla coop

Aver trascurato il personale sanitario, però, ha oggi le sue conseguenze. I laureati fuggono dalle specializzazioni più stressanti e peggio pagate. Così la carenza ha innescato il mercato parallelo delle chiamate a gettone. Sempre in Lombardia, non trovando medici per la guardia radiologica, l'azienda sanitaria di Crema paga 1.680 euro per ciascun turno di dodici ore gli specialisti inviati dall'ospedale di Milano Niguarda: 140 euro l'ora. E 1.500 euro a turno i radiologi forniti dalla cooperativa Pediacoop di Domodossola che, come un'agenzia interinale, recluta dottori e infermieri e li spedisce dove sono richiesti.

Spesa pubblica pro-capite per la Sanità, Italia ultima (Fondazione Gimbe)

Fabrizio Comaita e Giuseppe Pessina, i due pediatri che nel 2015 hanno avuto l'idea e fondato la cooperativa, oggi garantiscono la continuità del servizio in decine di ospedali di Piemonte, Valle d'Aosta, Lombardia, Veneto e Calabria. E lo si vede dal fatturato, esploso del 195 per cento in due anni: 5,6 milioni nel 2019, 11,9 nel 2020, 16,6 nel 2021, secondo i dati della Camera di commercio. “È certo che questa attività non possa essere la soluzione – spiegano Comaita e Pessina, quando si presentano ai colleghi – ma altrettanto certo è che i cittadini hanno diritto a un servizio sanitario universalistico, efficiente e soprattutto pubblico”. Il risultato, però, può essere perverso per i conti pubblici. Alle dieci società private nate da poco in Italia, come Pediacoop, si rivolgono infatti non soltanto dottori in pensione e neolaureati in cerca di esperienza, ma anche medici e infermieri che lasciano le loro posizioni di precariato per la paga a gettone. Alla fine, tolte tasse, spese e assicurazione, restano in tasca circa cinquecento euro a turno: quindi, in una settimana si incassano più dei tremilatrecento euro che un radiologo, regolarmente assunto, guadagna netti in un mese.

Pazienti affidati al pannolone

La perversione è proprio qui: grazie all'emergenza, lo Stato sta spendendo molto di più per avere lo stesso servizio. Ma negli ospedali che non possono permettersi il personale a gettone, per ovviare alla mancanza di operatori socio sanitari non resta che comprare pannoloni.

Se ne è accorto la scorsa estate Salvatore Roccalumera, un nostro lettore di Palermo. Villa Sofia è uno dei più importanti ospedali della città. “Da giovedì mattina mia madre si trova in una barella con tripla frattura al piede – racconta il figlio, sei giorni dopo il ricovero in pronto soccorso -. Ho dovuto litigare con gli addetti per far sì che portassero mia madre in bagno. Ho chiesto dopo due giorni spiegazioni su quale fosse la situazione clinica alla dottoressa e mi è stato risposto che: 'I miei collaboratori si stanno facendo un c... quadrato e i pazienti hanno il pannolone e quindi non hanno problemi per espletare i propri bisogni'”.

Durante i giorni di attesa al pronto soccorso di Villa Sofia, però, i parenti non possono entrare. A volte ricevono a casa la notizia che il loro familiare nel frattempo è morto. Altre che, dopo giorni di solitudine, è scomparso. Vincenzo D., 86 anni, arriva il 22 ottobre al triage con una sospetta ischemia cerebrale. Fatta una prima Tac, deve ripeterla il 24 ottobre. La notte si alza, perde l'orientamento. Esce dal pronto soccorso e nessuno lo ferma. Vaga fino alle quattro del mattino. Quando il personale vede finalmente il suo letto vuoto, lo vanno a cercare. Lo trovano dopo un po' in viale Ercole, al di là dello stadio della Favorita. C'è già la polizia municipale: Vincenzo è stato investito da un'auto. Morirà una settimana dopo. A inizio dicembre la storia si ripete all'ospedale Civico. Una pensionata affetta da demenza senile viene ricoverata nel primo pomeriggio dopo una caduta in casa. Per le regole dell'ospedale, la figlia che l'accompagna deve rimanere fuori. Quattro ore dopo il ricovero, si accorgono che l'anziana non c'è più. I poliziotti di una volante la riconoscono soltanto alle dieci e mezzo di sera, mentre vaga sperduta.

PALERMOTODAY - Morire soli nel reparto bunker - di Federica Virga 

Sempre in Sicilia, si registra uno dei record nazionali nei tempi di attesa. Lo racconta Angela B., malata oncologica. Deve tenere sotto controllo l'osteoporosi, provocata dalle cure antitumorali. Serve una visita urgente. L'appuntamento? Maggio 2024 al Policlinico di Messina. Dicembre 2024 all'ospedale di Patti.

"Qui troppi imboscati"

Al di là dello Stretto, in Calabria, hanno addirittura chiesto aiuto al governo di Cuba. Da agosto si discute sull'arrivo dei medici da L'Avana per coprire i buchi. Il presidente di centrodestra della Regione, Roberto Occhiuto, spiega che all'amministrazione costeranno 4.700 euro al mese contro i 6.700 dei colleghi italiani. Ma il segretario generale della Uil di Reggio Calabria, Nuccio Azzarà, ha un'opinione diversa. E la sintetizza in due parole: troppi imboscati.

“Vengono chiamati da Cuba, ma in realtà in Calabria i medici ci sono – protesta Azzarà –. Stiamo parlando di 1.200 medici assunti dall'Asp di Reggio Calabria a vario titolo e impiegati per un fabbisogno di duecento posti letto attivi. Dai dati ufficiali abbiamo: 510 medici dipendenti, 612 medici convenzionati che si aggiungono a 540 medici di base e pediatri. Per fare un paragone dell'enorme sproporzione, parliamo di sei medici a paziente. A Modena, che può essere paragonata per grandezza a Reggio Calabria, per 1.108 pazienti di medici ce ne sono 665. Ci sono gruppi di potere nella sanità, privilegi della politica e del sindacato che non si possono più accettare. I medici ci sono, ma adesso fanno altro: ruoli amministrativi, percependo però l'indennità di servizio come medici. Questa si chiama truffa”. A inizio dicembre, comunque, un paziente ben poco paziente, contrariato dall'assenza di uno specialista all'ospedale di Locri, colpisce con un pugno in testa il dottor Bernardo Abenavoli. Trauma cranico.

L'ingresso di un pronto soccorso

Due giorni sull'ambulanza

Sentite cosa è invece successo a Brindisi il 16 novembre. Verso le nove di sera al pronto soccorso dell'ospedale Perrino, il più importante della zona, sono in attesa ventiquattro malati in codice arancione. Quindi urgenti. Secondo le linee guida, vanno presi in carico entro quindici minuti. E qualunque ritardo, potrebbe trasformare la loro gravità in un codice rosso. Gli unici due medici in servizio, rispetto ai quattro ideali, telefonano al pubblico ministero di turno. Poi ai carabinieri, oltre che alla direzione sanitaria: “Impossibile garantire la sicurezza dei pazienti”, avvertono. La situazione viene verbalizzata. Poco più tardi una donna di 77 anni passa a codice rosso e nonostante le cure, muore. I parenti denunciano l'ospedale. E a inizio dicembre la Procura iscrive sul registro degli indagati il direttore generale dell'azienda sanitaria locale, il direttore sanitario, il direttore del pronto soccorso. E i due medici in servizio, che dovranno così devolvere parte dello stipendio alla parcella per l'avvocato. Nonostante siano stati gli unici a denunciare la pericolosità della situazione.

È anche per i rischi giudiziari, i turni massacranti e le paghe non adeguate che i concorsi per medici di pronto soccorso vanno deserti. Sempre dalla Puglia, arriva la protesta personale di Lucia Ferro, dottoressa della guardia medica di San Nicandro Garganico, oltre cinquanta chilometri a nord di Foggia. Le condizioni dell'ambulatorio pubblico sono estremamente precarie: “Non c'è riscaldamento – rivela la dottoressa Ferro – ma una stufetta tutta arrugginita. Porto da casa garze e farmaci e non esiste un frigo, perlomeno per i farmaci d'emergenza”. La provincia spesso soffre molto di più, anche per mancanza di iniziativa. L'ospedale di Mercato San Severino, in provincia di Salerno, ha destinato soltanto due letti ai malati covid. Due. La terza paziente, cardiopatica e positiva, il 16 dicembre è una nonnina di 85 anni, senza parenti: per quarantotto ore la tengono sulla barella dentro l'ambulanza. Da lì non la fanno scendere per due giorni di fila. Fino a quando non trovano un posto all'ospedale di Salerno. E l'ambulanza viene finalmente restituita al 118.

Prenotazioni a fisarmonica

A Napoli le liste per una visita si aprono e si chiudono a fisarmonica. Per scavalcare i mesi d'attesa del servizio pubblico c'è la sanità privata convenzionata. La richiesta però è così alta che il budget dei rimborsi termina tra il 10 e il 15 di ogni mese. A quel punto non resta che pagare il costo pieno. Oppure attendere il mese successivo. Il segreto sta nel prenotare al momento in cui la convenzione viene riattivata. Un minuto in più e può essere troppo tardi. La situazione di Roma e Milano, tra aggressioni, reparti intasati e ambulanze bloccate, è raccontata nelle inchieste di Dossier, che trovate in questa pagina. Nemmeno le regioni più ricche si salvano infatti dal caos.

ANCONATODAY - Così nelle Marche si è speso troppo - di Andrea Maccarone

La Regione Marche ha appena scoperto di aver superato il tetto di spesa per l'acquisto di dispositivi medici: un rosso di oltre 290 milioni riferito agli anni 2015-2018, che dovrà essere ripianato in concorso con i fornitori. Lo prevede una legge (la numero 125 del 2015) che introduce l'istituto del payback: “Ciascuna azienda fornitrice concorre alle quote di ripiano in misura pari all'incidenza percentuale del proprio fatturato, sul totale della spesa per l'acquisto di dispositivi medici a carico del servizio sanitario regionale”. Già si prevedono lunghe battaglie legali.

L'arrivo di una paziente in ospedale

80mila medici in pensione

Dalla Toscana all'Emilia Romagna non va meglio. A Pontedera, in provincia di Pisa, il record regionale di permanenza su una scomoda barella del pronto soccorso tocca a un'anziana di 82 anni: 50 ore senza poter essere trasferita in reparto. Con le proteste della figlia: “Una vergogna”. A Cesena, in un colpo solo, vanno in pensione tre medici storici e il loro ambulatorio nella centrale via Sozzi chiude. Cinquemila pazienti dovranno cercarsi un sostituto. E in un'altra provincia piccola come Terni, a fine 2022 vanno sostituiti 57 medici di base.

Secondo la Federazione dei medici di medicina generale (Fimmg), nel giro di sei anni quattordici milioni di italiani rischiano di rimanere senza assistenza: 33.392 dottori si ritireranno per raggiunti limiti di età entro il 2028 e ai ritmi attuali, soltanto undicimila laureati saranno abilitati a sostituirli. A loro, sempre secondo i calcoli della Fimmg, si aggiunge il pensionamento di 47.284 medici ospedalieri. Così già da oggi, visto che per la formazione servono anni, dovremmo darci da fare per rimpiazzare oltre ottantamila medici.

Al concorso non va nessuno

La Regione Emilia Romagna ha aumentato da 209 a 309 i posti per il corso triennale di specializzazione in medicina generale. Ma intanto chi non ha più il proprio medico e non trova un sostituto, finisce poi a farsi visitare al pronto soccorso. Allungando inutilmente la fila. Undici ore l'attesa di una paziente di 80 anni, il record segnalato a Bologna. Negli ospedali di Bentivoglio, Budrio e San Giovanni in Persiceto il personale attende rinforzi. Ma durante il 2022 ben quattro concorsi e due avvisi per il reclutamento in pronto soccorso sono andati praticamente deserti.

Stesse scene in Piemonte. Dove, secondo l'assessorato alla Sanità e welfare, mancano 284 medici d'urgenza sui 633 previsti. Ma soprattutto, rispetto al 2010, tagli di spesa e chiusure di reparti hanno eliminato 2.600 posti letto. E poi c'è la corsa in ospedale di chi non ha un medico di famiglia: il 61 per cento dei pazienti piemontesi, sostiene la Regione, lo ha fatto per sintomi di bassa gravità. A volte, tutto questo ha conseguenze irreparabili. Come a Genova, dove a metà dicembre un paziente di 65 anni positivo al coronavirus chiede aiuto al pronto soccorso dell'Ospedale evangelico internazionale di Voltri. L'ente religioso, però, non tratta il covid. La ricerca di un posto in un altro istituto dura dalla mattina alle dieci di sera. Quando si libera un letto all'ospedale Galliera, il paziente viene trasferito. Ma in ambulanza ha due arresti cardiaci. Il secondo è fatale.

La tragedia della dottoressa

Il pronto soccorso dell'ospedale universitario di Udine arriva alle feste di Natale stremato. Quasi tutti i giorni si sfiorano i cento pazienti in attesa, a volte si superano. Hanno dovuto chiudere il day-hospital e trasferire un reparto, per non lasciare nessuno fuori. “Siamo prossimi alla paralisi – racconta un medico, che chiede l'anonimato – con pazienti stoccati in ogni angolo su barelle per giorni in attesa di ricovero, pazienti con ossigenoterapia in stanze senza personale che li possa sorvegliare. E altri pazienti che dovrebbero essere monitorati con elettrocardiogramma continuo e invece stanno in corridoio, sperando che se perdono conoscenza ce ne accorgiamo subito. Riusciamo a malapena a vedere i più gravi. Gli altri a volte sono inferociti, a volte impietositi. E qualche morto in corridoio in questi mesi c'è già stato: anziani che aspettavano visita da ore e alla visita non sono arrivati. È un quadro sovrapponibile con la seconda ondata covid. Con la differenza che non è frutto di un'emergenza sanitaria, bensì la progressione prevedibile e prevista di un lungo corso di scelte remote e recenti. Il pronto soccorso è il collettore finale di tutte le persone che si trovano scoperte dai servizi sanitari e che, a volte, presentano le conseguenze di patologie che, non trattate, progrediscono”.

Finanziamento pubblico al SSN in Italia 2010-2022 (Fondazione Gimbe)-2

Dovremmo ricordare cosa è accaduto in Italia tra il 2010 e il 2020: 111 ospedali e 113 pronto soccorso chiusi, 37mila posti letto soppressi. E nonostante le assunzioni d'emergenza per la pandemia di covid, secondo il rapporto “Sanità: allarme rosso” del sindacato Cimo-Fesmed, mancano ancora in organico 29mila sanitari, tra i quali 4.311 medici. Nello stesso decennio la Fondazione Gimbe di Bologna calcola un definanziamento "occulto" di 37 miliardi, deciso dai vari governi con tagli e variazioni di spesa per tamponare le altre emergenze del momento. La sanità come bancomat: alla fine, anche se i finanziamenti al servizio sanitario nazionale sono aumentati di 11,2 miliardi dai 113,8 del 2019 ai 125 del 2022, le risorse sono state in gran parte assorbite dalla risposta al covid e dal caro energia. Noi insomma non ne riceviamo i benefici.  Ogni turno diventa così un fronte sempre più sottile tra la vita e la morte.

La notte tra l'11 e il 12 dicembre tre persone devono la vita a Lucia Damiano, 49 anni, medico al pronto soccorso di Udine. Quattordici ore di lavoro filate. “Una notte assurda – racconta a un collega l'infermiera che le stava sempre accanto – con una folla enorme di gente e tre arresti cardiaci ripresi e salvati, in mezzo a una marea di stupidaggini. E ancora lei apriva casi e non mollava”. Va finalmente a casa a dormire, Lucia Damiano.  Più tardi la figlia di 15 anni la guarda nel letto. La chiama. Si accorge così che la sua mamma è morta.

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