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Sabato, 20 Aprile 2024
La corsa al sottosuolo / Afghanistan

Non solo oppio: ora i talebani puntano sul carbone (e sulla Cina)

In Afghanistan, il nuovo governo sta ridando slancio all'industria mineraria. Il primo passo è l'export dell'oro nero. Nell'attesa di sfruttare litio e altre risorse del sottosuolo

Da quasi mezzo secolo, i sogni di gloria dell'Afghanistan non si sono fermati allo sfruttamento delle distese di papaveri da oppio, ma hanno guardato più in basso, nel sottosuolo, dove, a metà tra stime reali e leggenda, si dice che riposino vaste risorse minerarie, mai sfruttate a dovere. E che potrebbero potenzialmente valere fino a 1 trilione di dollari. Si parla di enormi giacimenti di rame, ferro, marmo, talco, carbone, litio, cromite, cobalto, oro, lapislazzuli, pietre preziose e altro. I talebani lo sanno, e complice anche la crisi energetica globale che sta rilanciando le fonti fossili persino presso i campioni globali della transizione ecologica (si veda l'Europa), hanno deciso di puntare per il momento sul più classico dei combustibili industriali: il carbone.

Il tesoro del sottosuolo

Del resto, non eccellendo in quanto a competenze in un settore complesso come quello estrattivo, i talebani hanno potuto sfruttare da subito il lavoro fatto dall'ex governo di Kabul (e sfruttato solo in parte per via di corruzione e terrorismo): fonti del settore affermano che il nuovo regime sta onorando i contratti minerari esistenti firmati dal precedente esecutivo, "probabilmente perché il nuovo governo non ha il know-how per scrivere il proprio", sostiene Lynne O'Donnell su Foreign Policy. "E questo impedisce nuovi investimenti del tipo che potrebbero trasformare un potenziale settore in uno reale", aggiunge la giornalista.

Per il momento, i talebani sembrano accontentarsi di quello che c'è: delle miniere esistenti, che sarebbero circa un'ottantina, almeno una ventina sono tornate in attività. Il livello di sfruttamento della forza lavoro è da prima rivoluzione industriale, con bambini anche di 8 anni costretti a rischiare la vita in cave poco sicure sotto tutti i punti di vista. Nelle miniere della provincia di Baghlan, per esempio, i minori che lavorano senza macchinari o dispositivi di sicurezza, e che caricano il carbone sugli asini, fanno ormai parte del paesaggio.

Il lavoro minorile

Il lavoro minorile esiste da ben prima del ritorno dei talebani , ma il numero di bambini che lavorano nelle miniere è aumentato negli ultimi tempi poiché la crisi economica li ha costretti ad abbandonare la scuola, affermano gli analisti. "In Afghanistan, senza questo lavoro non ci sarebbe nulla", dice Atiqullah, un quattordicenne che al Financial Times racconta di aver iniziato a lavorare nella miniera all'età di 8 anni. "Dobbiamo venire qui, ma chi è felice di lavorare a centinaia di metri in fondo a un tunnel?", aggiunge.

I talebani giurano di voler affrontare il problema del lavoro minorile e più in generale della sicurezza delle miniere: Esmatullah Burhan, portavoce del ministero delle Miniere, ha affermato che l'obiettivo del governo è di attrarre più investimenti dall'estero e in tecnologia, e in questo modo reinvestire i guadagni per migliorare le condizioni di lavoro dei minatori e ridurre il lavoro minorile. A dimostrazione della loro buona volontà, i talebani hanno aumentato le paghe. Mohammad, un contadino di 55 anni che ha iniziato l'attività mineraria a Nahrain dopo che le inondazioni hanno danneggiato la sua terra, ha affermato al Financial Times che con i talebani al potere i guadagni dei minatori sono effettivamente raddoppiati: "Agli operai non importa della politica. A loro interessa solo avere un lavoro e guadagnare soldi".

Il piccolo miracolo economico

Gli aumenti in busta paga sono frutto anche del buon andamento delle vendite del carbone all'estero: secondo gli analisti, le vendite stanno andando bene e starebbero spingendo l'intero export del Paese, che potrebbe raggiungere per la fine dell’anno i 2 miliardi di dollari, quasi il doppio di tre anni fa, quando si erano fermato a 1,2 miliardi. Un cambio di passo notevole rispetto alla precedente gestione, che in un report redatto pochi giorni prima del ritorno dei talebani registrava una contrazione preoccupante degli introiti dall'estrazione mineraria.

Come hanno potuto i talebani realizzare il piccolo miracolo economico? Di sicuro, come dicevamo, ad aiutarli è intervenuta la crisi energetica dell'Occidente, che ha rilanciato i fossili come il carbone. Il governo di Kabul ne ha approfittato per aumentare i prezzi: il Pakistan, al momento il maggiore sbocco del carbone afghano, a inizio luglio si è visto presentare una fattura per le forniture di carbone salita da 90 a 200 dollari a tonnellata. Un prezzo più che raddoppiato, ma pur sempre competitivo, se si pensa che sul mercato internazionale l'oro nero viaggia attorno ai 370 dollari a tonnellata, come ricorda il Sole 24 Ore.

Il ruolo della Cina

Ci sono poi gli affari in corso con Russia e Cina. Pechino, a dire il vero, da almeno 15 anni ha messo gli occhi sul sottosuolo afghano: nel 2007, un consorzio cinese ha sottoscritto con Kabul un accordo trentennale da 3 miliardi di dollari per sviluppare il giacimento di rame di Mes Aynak. I rapporti dei talebani con Pechino in passato non sono stati dei migliori: due decenni fa, quando presero per la prima volta il potere, scatenarono l'indignazione mondiale facendo esplodere delle gigantesche statue di Buddha, accusate di essere simboli pagani e molto care ai cinesi. Più di recente, sotto il precedente governo, hanno più volte portato a segno attacchi al giacimento di Mes Aynak, tanto che gli investitori di Pechino hanno deciso di sospendere le operazioni.

Adesso, però, il quadro è cambiato. I nuovi dirigenti talebani hanno subito cercato di stringere accordi con la Cina, proprio ripartendo da Mes Aynak, e promettendo di salvaguardare un altro patrimonio del buddhismo, un antico tempio che si trova nella zona. Nel mondo musulmano, poi, in molti hanno notato con una certa indignazione il silenzio di Kabul sulla situazione della minoranza uigura in Cina. 

Il governo talebano sembra dunque orientato a rafforzare i legami con Pechino. L'interesse è reciproco: i giacimenti di litio e terre rare del Paese, ad esempio, potrebbero essere tra i più grandi al mondo ed essenziali per la produzione cinese di batterie. E di recente una delegazione cinese è stata accolta nella provincia di Helmand, per visitare una miniera di uranio. I soldi di Pechino fanno gola: Kabul deve fare i conti con una costosissima ricostruzione e una crisi economica che l’anno scorso è costata il 20% del Pil. Le ricchezze del sottosuolo sono strategiche in tal senso. E sul carbone si gioca la prima prova del nuovo corso talebano.

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