Cos'è il certificato di verginità e perché nel 2020 c'è ancora chi lo chiede

La richiesta presentata dai ministri francesi di bandire i test che attesterebbero la ‘purezza sessuale’ di una donna. Per l'Oms è una forma di discriminazione di genere

C’è un pezzo di carta che ancora oggi, nell’anno del Signore 2020, assicura come una donna sia ‘pura’, ‘illibata’ nel significato più anacronistico dei termini che fannno riferimento all'atto sessuale come criterio per determinare la caratteristica. Un pezzo di carta che accerti che sia vergine, una di quelle d.o.c., perché di denominazione di origine controllata deve essere lei, (s)oggetto di esame, su richiesta dell’esigente postulante desideroso di avere la conferma che mai fu penetrata dall’organo sessuale maschile prima di allora, mai prima di allora ha avuto rapporti sessuali. Questo quando il giuramento di castità - richiesta già assurda di per sé - non basta e serve la garanzia, un atto formale effettuato, redatto e sottoscritto da uno specialista in materia. Come se la ‘femmina’ fosse un cavallo di razza, l’esemplare bestiale di cui andare fieri al pari del più tronfio dei padroni.

Il certificato di verginità resiste all’evoluzione del pensiero anche agli esordi del ventennio di questo secondo millennio. E l’argomento che poco spazio trova tra le cronache incentrate su una parità di genere mai abbastanza rivendicata, torna attuale per la richiesta presentata dai ministri dell'Interno e della Cittadinanza francese Gérald Darmanin e Marlène Schiappa di bandire formalmente i documenti in questione e penalizzare chi li rilascia, vista la richiesta ancora persistente da parte di una certa fascia di popolazione refrattaria all’abbandono di un’usanza tanto antica quanto umiliante per la dignità di una donna.

Certificati di verginità: cosa dice l'Oms

Nel 2018 Organizzazione mondiale della sanità, insieme a Onu Human Rights e Onu Women, ne aveva già chiesto il bando, spiegando come quella dei test sulla verginità sia una tradizione che dura da molto tempo, documentata in almeno venti paesi dove donne e ragazze sono costrette a sottoporsi all’esame spesso su richiesta dei genitori, di potenziali partner in vista di un possibile matrimonio o di datori di lavoro quale criterio utile per l'idoneità a lavorare. Esecutori sono medici, ufficiali di polizia o leader di comunità e, in alcune regioni, è in uso che gli operatori sanitari eseguano la pratica su vittime di stupro per verificare se la violenza ci sia stata veramente. Ma, come precisato dall'Oms, le tecniche con cui viene eseguito il test non possono provare che il rapporto sessuale ci siano stato o meno, basate come sono sull'idea che l'aspetto dei genitali femminili possa raccontare la storia sessuale della donna. “L'enfasi sulla verginità, termine che non ha alcuna valenza medica, è una forma di discriminazione di genere”, ha rilevato l'Oms, e “non ci sono prove mediche a supporto di una simile tesi” ha ribadito l’IRC (International Rescue Committee), specificando come “l’imene (una membrana mucosa che si estende da un lato all'altro della vagina, ndr) non è un indicatore attendibile per stabilire lo status sessuale” della donna.

“Non solo una violazione dei diritti umani femminili, ma in caso di violenza sessuale, anche causa di ulteriore dolore, perché porta a rivivere l'esperienza”, è la certezza dell’istituto specializzato dell'ONU per la salute, secondo cui molte donne riportano ripercussioni a breve e lungo termine fisici, psicologici e sociali quali ansia, depressione e stress post traumatico, arrivando anche al tentativo di suicidio o al suicidio stesso in nome dell'onore. 

Cos’è il test di verginità e come viene effettuato

Come spiega l’ISSM (International Society for Sexual Medicine), il test di verginità “viene effettuato di solito attraverso il ‘metodo delle due dita’. L’esaminatore – spesso un dottore, un leader della comunità o un membro delle forze armate – inserisce due dita nella vagina di una ragazza al fine di verificare la presenza di un imene intatto” che, se non lacerato, dimostrerebbe l’illibatezza della donna. Ma la conformazione dell’imene varia da donna a donna e, in quanto tale, non può essere considerato assoluto criterio che attesti di aver avuto o meno rapporti sessuali completi. Il test della verginità viene praticato in particolare in alcune parti dell'Africa, dell'Asia e del Medio Oriente, ma anche in paesi occidentali come Canada, Spagna, Svezia e Paesi Bassi. E infatti, nel 2015 fece discutere non poco la tendenza in fatto di matrimoni fra i cristiani praticanti degli Stati Uniti che destinavano al padre della neosposa un certificato medico attestante la verginità della figlia, come da comandamento biblico (al centro delle cronache finì il post Instagram di Breyln Freeman Bowman, figlia del pastore protestante del Maryland Michael, che omaggiò il padre con l'attestato firmato dal ginecologo, incorniciato e consegnato durante il pranzo di nozze).

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Ricostruzione della ‘verginità’: l’intervento di imenoplastica

Tuttavia, l’equivalenza ‘imene intatto = verginità’ è ancora dura a morire per molti (e molte), per cui le richieste per la sua ricostruzione sono avanzate ai medici specializzati in chirurgia plastica genitale. L’intervento si chiama imenoplastica e, come spiegava a Io Donna Gianfranco Bernabei, presidente e fondatore dell’Associazione Europea di Ringiovanimento e Chirurgia Plastica Estetica Genitale (Arpleg), “secondo le stime rappresenta forse l’1% degli interventi, ma il fenomeno è difficilmente quantificabile e probabilmente sottostimato, perché riguarda soprattutto donne non occidentali, cui viene richiesto per credo religioso o appartenenza etnica di arrivare integre al matrimonio”.

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