Pedofilia, verso il vertice di Papa Francesco: "Così la Chiesa deve combattere gli orchi"

A pochi giorni dal summit in Vaticano sulla piaga degli abusi sessuali da parte del clero, abbiamo intervistato don Fortunato Di Noto, da sempre in prima linea nella lotta alla pedofilia. "Gli sforzi della Chiesa non siano solo di facciata, le coperture degli abusi sui minori sono una vergogna": la sua denuncia

Papa Francesco. Foto Ansa

Saranno quattro giorni storici, epocali. Dal 21 al 24 febbraio si terrà in Vaticano un summit anti abusi, un vertice sulla pedofilia nel clero voluto fortemente da Papa Francesco: vi parteciperanno tutti i presidenti delle conferenze episcopali del mondo. Tutti i capi della Chiesa cattolica si riuniranno per parlare di un dramma quasi sempre taciuto, sepolto, insabbiato, impunito. Protetto e coperto anche dalle più alte gerarchie della Chiesa. Un'onta.

don fortunato di noto-3Ne abbiamo parlato con don Fortunato Di Noto, presidente di Meter onlus, un'associazione che da trent'anni è in prima linea nella lotta alla pedofilia e agli abusi sessuali da parte del clero.

Don Fortunato, parliamo di un vertice unico nel suo genere, importante perché ha come tema un argomento inconsueto negli incontri che coinvolgono i vescovi. Lei come la pensa? Quali effetti produrrà un summit di questo tipo?

"Le rispondo da osservatore esterno, da sacerdote che da trent'anni si occupa di questi temi. E' certamente un evento: per la prima volta nella Chiesa cattolica ci si riunisce per parlare di questi temi. La Chiesa sta facendo sforzi importanti in questo senso, che spero però non siano solo di facciata. Occorre trovare dei protocolli comuni, norme uniformi per l'Europa, l'Asia, l'Africa e il mondo intero per intervenire qualora si presentasse il caso di un abuso di chierici. Il problema è proprio qui: le leggi oggi non sono uguali in tutti i Paesi. E basti un solo caso per rendere l'idea: 35 nazioni nel mondo non hanno ancora una legge contro la pedopornografia. Quando invece le procedure e le norme ci sono e sono chiare e vengono applicate, i riscontri dicono che si compiono meno abusi, non solo nella Chiesa ma in tutta la società in generale. Le coperture e gli insabbiamenti che la Chiesa ha messo in atto relativamente agli abusi sui minori sono una vergogna, ma questo non vuol dire che la Chiesa è una multinazionale di preti pedofili. Credo che le intenzioni di questo vertice voluto da Papa Francesco siano eccezionali, perché la Chiesa si assume le sue responsabilità, però deve farlo non solo con un segnale esteriore. Quello degli abusi è un problema enorme, globale, e per questo credo che gli effetti nella sostanza non potranno che essere a lungo termine: la macchina burocratica è gigantesca - pensiamo alle diocesi sparse all'altro capo del mondo - e quindi per l'uniformità di norme e procedure occorreranno anni".

Lei è un pioniere della lotta contro la pedofilia e gli abusi sessuali, ma non è stato invitato al summit. Perché?

"Non ne conosco le ragioni. Non mi hanno invitato e ne prendo atto".

Quali sono le aspettative che le vittime ripongono in questo vertice voluto da Papa Francesco, secondo lei?

"E' necessario che siano ascoltate. Dall'abuso non si guarisce, serve consapevolezza che chi è colpevole dell'abuso ha provocato un danno irreversibile. E' importante anche la modalità di ascolto. Anche le vittime devono fare parte integrante dei servizi nati a tutela dei minori. Le vittime non vogliono una caccia alle streghe, vogliono risposte chiare e chiedono che chi ha abusato si assuma la responsabilità e venga rimosso".

Le cronache ci raccontano che spesso un prete pedofilo viene trasferito da un luogo all'altro: può bastare? La Chiesa ha fatto e sta facendo abbastanza nella lotta contro la pedofilia?

"Assolutamente no. Se gli abusi vengono accertati, bisogna necessariamente intervenire avendo tolleranza zero: un sacerdote che compie atti sessuali su un minore deve essere spretato, seguendo quindi la massima pena per il diritto canonico. E' importante anche evidenziare il fatto che molto, troppo spesso manca una denuncia penale presso le procure dello Stato. Così i reati non denunciati subito vanno prescritti, senza che si possa aprire un processo pensale. La denuncia è l'unica via affinché si fermi l'abuso, altrimenti l'abuso si ripeterà sempre".

Il segreto della confessione è intoccabile? In altre parole, se una vittima racconta di aver subìto un abuso, o un carnefice confessa di averlo compiuto, il sacerdote-confessore cosa fa?

"Questo è uno degli aspetti intoccabili. Si possono tuttavia attuare strategie per aggirarlo: chi è vittima è vittima e non ha colpe. Se racconta qualcosa, c'è il segreto della confessione ma è anche vero che il sacerdote si attiva per la vittima. Se viene un carnefice è normale che deve pentirsi, ma il pentimento deve avere anche una soddisfazione: la consegna alla giustizia. Se io prete che ricevo la confessione percepisco il pericolo, non rompo il segreto ma con creatività devo tutelare la vittima. Si tratta di grandi questioni sulle quali stanno premendo molto negli Usa e in Australia".

Lei parla di una "banca dati" per contrastare la piaga degli abusi sessuali da parte dei preti. Ci spieghi meglio.

"Sulla piaga degli abusi a livello mondiale c'è una frammentazione di dati. Anche in Italia la situazione non è per niente chiara e definita in termini di cifre. Un conto è il sospetto denunciato, altro conto è il processo in corso, altro conto ancora la sentenza definitiva. Sta di fatto che non abbiamo una banca dati. In Italia non abbiamo contezza, piena conoscenza, di ciò che è avvenuto. Alla domanda "quanti abusi sessuali si sono registrati nel nostro Paese nella diocesi X negli ultimi 10 anni" non possiamo dare una risposta netta, chiara. Conosciamo solo i pochissimi casi emersi, quelli che leggiamo di rado sui giornali.  Il problema grave è che c'è frammentarietà delle azioni e una mancanza di coordinamento, senza dimenticare l'eccesso di burocrazia. Serve una capacità di coordinamento maggiore che ci consenta di agire con chiarezza. I vescovi sono oberati da tanti incarichi, chi coordina il servizio anti abusi dovrebbe fare solo questo servizio, a tempo pieno. Dal summit in Vaticano spero nasca la richiesta che le Conferenze episcopali possano avere una banca dati. La raccolta dei dati (denunce di abusi sessuali, processi in corso, condanne) servirebbe ad avere un quadro generale e preciso della situazione, andrebbe fatta dai vescovi a livello locale e poi convogliata a livello centrale, alla Cei. Avere dati certi aiuterebbe ad intervenire".

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