Domenica, 7 Marzo 2021
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Vivere a San Patrignano: "Ho scoperto l'eroina a 16 anni, non riuscivo a chiedere aiuto"

Le storie di chi ce l'ha fatta e le speranze di chi è appena entrato. Siamo stati a San Patrignano, la comunità di recupero per tossicodipendenti più grande d'Europa. Un'eccellenza italiana che ogni anno restituisce la vita a centinaia di ragazzi

Uno dei laboratori di San Patrignano

La prima cosa che colpisce quando si entra a San Patrignano sono le dimensioni e la portata del progetto. Qualche numero vi aiuterà a capire di cosa stiamo parlando. La comunità conta 1300 ospiti e più di 300 dipendenti; il complesso si estende su oltre 200 ettari, tra vigne, uliveti, sale riunioni, dormitori, cantine, ristoranti, attività produttive e strutture di ogni genere. Nella grande sala da pranzo possono mangiare contemporaneamente più di duemila persone e ogni giorno le cucine sfornano circa 3500 pasti. Il rito del pasto si articola in due momenti: chi mangia per primo non appena ha finito deve alzarsi a servire gli altri ospiti.

C’è anche un centro medico, che poi è una sorta di mini-ospedale strutturato in più reparti con tutto ciò che serve per la prima assistenza ai nuovi arrivati. "Sanpa" è la comunità di recupero per tossicodipendenti più grande d’Europa, e c’è chi dice anche del mondo. Tutto questo ha ovviamente un costo che si aggira sui 30 milioni di euro (sì, avete letto bene).

Circa la metà della spesa viene coperta grazie ai ricavi delle attività produttive (da San Patrignano escono vini, formaggi, articoli di pelletteria e di falegnameria, abiti, sciarpe, articoli per la casa, etc: tutto prodotto dai ragazzi della comunità), mentre il resto dei soldi arriva da donazioni di privati e organizzazione di eventi. Chi lavora a San Patrignano ci tiene a sottolineare che lo Stato di suo non mette nulla, così come zero è il costo della retta per gli ospiti.

Niente metadone, si lavora su se stessi

Ma non si può spiegare San Patrignano solo con i numeri. Dietro c’è prima di tutto un progetto e un’idea molto precisa di cosa significhi recuperare chi ha una dipendenza. Tanto per cominciare va detta una cosa: chi entra a "Sanpa" ha quasi sempre già superato la fase delle crisi d’astinenza. Ma questo non deve stupire: la disintossicazione vera e propria, spiega Antonio Boschini, responsabile terapeutico della comunità, non è che un milionesimo del percorso da affrontare per uscirne davvero. La dipendenza non viene curata usando trattamenti farmacologici (niente metadone o altri oppiacei sintetici), ma con un programma di recupero che è essenzialmente educativo e riabilitativo.

Come funziona la vita in comunità

Ad ogni nuovo ospite viene assegnato come tutor un ragazzo che è in comunità da almeno un anno e che lo segue 24 ore su 24. La ratio è molto semplice: "La persona che ha vinto la dipendenza - spiega Boschini - è il miglior educatore per chi la subisce".

Il percorso di riabilitazione dura dai 3 ai 4 anni. Il lavoro che si fa è prima di tutto psicologico: i ragazzi che entrano a 'Sanpa' devono recuperare fiducia in se stessi e imparare ad accettare le proprie fragilità. Ci sono ovviamente alcune regole: chi vive in comunità non può usare pc o smartphone, non si può bere vino a tavola, la tv è razionata e con i propri familiari si può parlare solo per via epistolare, mentre la prima visita è concessa solo dopo un anno.

Il lavoro come riscatto

Se vi state chiedendo cosa facciano gli ospiti della comunità dalla mattina alla sera c’è un’altra cosa che dovete sapere: a San Patrignano si lavora. Ai ragazzi viene insegnato un mestiere che una volta usciti gli servirà ad affrontare il mondo là fuori. Dentro la comunità c’è di tutto: dal caseificio al centro di formazione per odontotecnici, dal laboratorio tessile al "Sanpa Hair", la scuola per parrucchieri. Tutto ciò che viene prodotto a San Patrignano è di alta qualità e badate che non stiamo facendo retorica: spesso le commesse arrivano da marchi di lusso e più del 70% dei giovani che esce dalla comunità riesce poi a trovare lavoro.

Da un certo punto di vista questo complesso di edifici immersi nel verde delle colline riminesi e separati da prati, ulivi e viali alberati assomiglia a una grande unità di produzione. Ma il fine non è (e non può essere) solo quello di realizzare qualcosa da destinare al mercato: il lavoro è uno strumento di riscatto e di redenzione, un modo di imparare di nuovo a fare i conti con la vita o a farli per la prima volta.

Com’è cambiato il mondo della droga in 40 anni

La comunità di San Patrignano ha 40 anni di storia. Quando è stata fondata - da Vincenzo Muccioli, nel 1978 - l’eroina era al suo apice e il fenomeno della dipendenza ancora in larga parte sconosciuto. Negli anni ’80 il "drogato" era il tossico di strada, la dose veniva consumata per via endovenosa, lo stigma sociale nei confronti del tossicodipendente era fortissimo.

Per "farsi" ci volevano tanti soldi e spesso chi non li aveva era costretto a procurarseli in qualche modo. Oggi se non è cambiato tutto è cambiato certamente molto: l’eroina esiste ancora, così come esistono le morti per overdose, ma il mercato offre decine di droghe: l’accessibilità di molte di queste sostanze è maggiore che in passato - alcune droghe sintetiche si possono comprare anche sul dark web - l’età media del primo consumo si è abbassata e più in generale il "problema della droga" non provoca allarme come 30 o 40 anni fa.

Dalla contestazione al conformismo

La cocaina e le sostanze sintetiche (mdma, anfetamina e ketamina) hanno conquistato il mercato. Dai dati dell'Osservatorio di San Patrignano emerge che la droga più utilizzata da 9 ragazzi su 10 è proprio la cocaina. Seguono cannabis (assunta dall'87% dei neo entrati) ed eroina (57%). Poco più del 50% dei neo entrati ha inoltre fatto uso di ecstasy. Più basso ma comunque preoccupante il consumo di ketamina, anfetamina e allucinogeni.

Ma quello della droga è anche un fenomeno in costante evoluzione: negli ultimi anni ad esempio si parla di un ritorno dell’eroina e, purtroppo, anche di un ritorno della siringa tra i giovanissimi.

Negli anni ’80 la quasi totalità dei ragazzi che entravano a San Patrignano era dipendente da eroina, oggi – secondo i dati della comunità  – sono meno del 60%. E c’è un altro dato che fa riflettere: negli anni 80’ il 70% dei tossicodipendenti avevano avuto un’esperienza di carcere, oggi la percentuale è scesa al 20%, segno che chi abusa di sostanze non è più un emarginato e non ha più bisogno di delinquere per drogarsi. In buona sostanza si è passati dalla "droga della contestazione" (mi drogo per essere altro rispetto alla società), alla "droga dell’omologazione" (lo faccio perché lo fanno tutti). 

Un problema che riguarda di più gli uomini

Rispetto ai primi anni di vita della comunità è aumentato il fenomeno delle polidipendenze (dal 20 al 40%), ed è in  crescita vertiginosa anche la percentuale di tossicodipendenti che hanno confessato di aver subito abusi sessuali. Nelle donne questo dato è impressionante: il 35% contro il 5% dei ragazzi. Nei primi anni ’90 la percentuale di ex drogati vittime di abusi era prossima allo zero, ma allora parlare di violenze sessuali era ancora un tabù e il dato potrebbe essere falsato. E c’è un altro aspetto del problema che non può essere taciuto: l’80% dei casi dei ragazzi ospiti della comunità è di sesso maschile, segno tangibile che quello della tossicodipendenza – per le ragioni più svariate – è un problema soprattutto maschile.

Le storie di chi ne è uscito: "L'eroina è stata l'inizio della fine"

Gianluca è in comunità da tre anni. E’ entrato che ne aveva venti. "Ero nella solitudine più totale – racconta -. Ho iniziato a 17 anni con le canne, e da lì è stata tutta un’escalation: pasticche, mdma. Poi sono arrivato all'eroina ed è stato l’inizio della fine. Prima era una cosa diciamo così sociale, poi è diventata un'abitudine solitaria. Era insostenibile. Vivevo da parassita. Chi mi ha convinto a venire a San Patrignano? Sono stati i miei genitori a spingere. Io ero talmente fuori dal mondo che non capivo, non sapevo a cosa andavo incontro”. E adesso? "E adesso vivo. Non è un paradiso, però vivo a testa alta".

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(foto Ansa)

Laura è entrata in comunità a 18 anni. E’ al secondo anno di terapia. "Sono stati i miei genitori a spingere, in particolare mia madre. Arrivata a un certo punto mi hanno detto: o vai in comunità o non entri più a casa. O così o pomì diciamo. Io non vedevo nemmeno la possibilità di poter avere un’altra vita: per me la vita era diventata quella. Avevo dei rari momento di lucidità ma dopo tre ore tornava tutto come prima. Ce ne sono tanti qui che come me sono entrati perché spinti dalla madre, dalla sorella, dal figlio o dal fidanzato. La linea dura funziona? Sì, ma ci deve essere anche la consapevolezza personale perché mi avevano dato diverse volte l’aut aut, io però continuavo a fare come mi pareva".

Cristina è a San Patrignano da più di tre anni e per undici si è fatta di eroina. "Qui ho scoperto quanto è bello scrivere. Mio fratello mi diceva che dalle prime alle ultime lettere si percepisce il cambiamento della persona attraverso la lettera".

Dalle canne all’eroina: "Non riuscivo a chiedere aiuto"

Anche Emiliano ha alle spalle più di 20 anni di tossicodipendenza: "Quando sono arrivato qui (tre anni e mezzo fa, ndr) avevo problemi di ogni tipo, a partire dall’alcol per arrivare all’eroina. Ho cominciato a bere a dodici anni, a 14 fumavo erba, a 16 ho scoperto l’eroina. Se prima di adesso avevo già provato a smettere? Sì, due volte, in altre comunità. Ma è stato un fallimento: forse non ero ancora pronto, o non ero portato a quel tipo di comunità. Qui a San Patrignano è diverso: siamo noi che facciamo la comunità. Qui ogni minuto si fa comunità, tutti i giorni se c’è qualcosa che non va c’è qualcuno che ti viene a chiedere come stai. Come sono finito nella droga? Anche se adesso non si direbbe ero una persona molto introversa, non riuscendo ad esprimere la mia sofferenza e chiedere aiuto, io la vita la subivo e per anestetizzare si arriva lì. Poi una volta che sali su questa giostra è andata".

"Non ho mai vissuto da lucido, non so come sarà la vita là fuori"

"Non mi drogo da tre anni e mezzo - racconta ancora Emiliano -, io una vita da lucido non l’ho mai vissuta. Non ho idea di come potrà essere la mia vita fuori da qui. Qui gli strumenti me li hanno dati, li ho fatti miei, ma la comunità vera comincerà dopo. Ho sempre temuto il giudizio degli altri, ho sempre avuto paura della mia sensibilità e della mia fragilità. Qui ho capito che quello che ho è tanto e che posso regalarlo. Se ho paura di uscire? Sì, ho tanta paura, ma credo sia una cosa diffusa".

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