Mercoledì, 2 Dicembre 2020

Come eravamo messi il giorno in cui Conte decise il lockdown

Secondo il premier "siamo in una situazione nettamente differente rispetto alla prima ondata" ma guardando ai numeri di decessi e ricoveri si ha un'altra sensazione

Giuseppe Conte, ANSA

"Siamo in una situazione nettamente differente rispetto alla prima ondata: non possiamo riproporre la medesima strategia quando eravamo impreparati e ci siamo trovati costretti al lockdown per l'intero paese. Ora siamo in una situazione sensibilimente diversa". Lo ha detto oggi il presidente del consiglio Giuseppe Conte in conferenza stampa a Palazzo Chigi, ribandendo concetti già espressi domenica sera dopo l’approvazione del nuovo Dpcm.  Il premier ha aggiunto che ulteriori "misure restrittive possono essere disposte a livello territoriale dai presidenti di regione e anche dai sindaci laddove la situazione critica lo richieda".  

Ma la situazione è davvero così diversa rispetto alla prima fase della pandemia? Se è vero che i posti letto in terapia intensiva sono passati da 5.179 a 6.458 (con l’obiettivo di arrivare in breve tempo a 8.732), e che la nostra capacità di tracciamento è di gran lunga migliorata, i numeri del contagio, e soprattutto dei ricoveri, dicono ben altro.  

Come eravamo messi quando Conte dichiarò l'Italia zona rossa

Il 9 marzo scorso, nel giorno in cui Conte annunciò che tutta l’Italia era zona rossa, il bollettino della Protezione Civile faceva registrare 1797 nuovi casi di coronavirus. E a poco vale il fatto che il numero dei tamponi analizzati fosse assolutamente imparagonabile se pensiamo ai numeri di oggi. Altri e più affidabili indicatori ci dicono infatti che quel 9 marzo la situazione non era poi così disastrosa se paragonata a quella di oggi, anzi sotto alcuni aspetti addirittura migliore.

I pazienti in terapia intensiva ad esempio erano 733 contro gli 870 di oggi; i ricoverati con sintomi 4316 (oggi 8545), i decessi 97 contro gli 89 dell'ultimo bollettino. Spaventato da quei numeri, Conte decise di chiuderemo le scuole e introdusse su tutto il territorio nazionale il divieto di spostamento se non per "comprovati motivi di lavoro" oppure "gravi esigenze familiari o sanitarie".

bollettino coronavirus 9 marzo 2020-3

Il nuovo Dpcm che chiuse bar e ristoranti

Dopo quel giorno funesto ("la nostra ora più buia", disse Conte) i numeri peggiorarono ulteriormente. Solo due giorni dopo, l’11 marzo, il presidente del consiglio firmò un nuovo decreto, questa volta molto più pesante: vennero chiusi bar, ristoranti e quasi tutte le attività non essenziali. Nel frattempo i ricoverati diventarono 5.838 (comunque meno di oggi) e i pazienti in terapia intensiva 1.028. Ma fu soprattutto il balzo dei decessi (ben 196 in un giorno) a convincere il premier della necessità di una ulteriore stretta.

Il bollettino dell'11 marzo e quello di oggi 20 ottobre: le tabelle

bollettino coronavirus 11 marzo 2020-2

bollettino coronavirus oggi 20 ottobre 2020-3

I ricoveri iniziarono a calare solo a inizio aprile

Il virus stava colpendo forte in Lombardia che da sola contava 617 deceduti su un totale di 827, ma era pressoché assente in altre regioni del centro-sud. Conte decise comunque di imporre un rigido lockdown su tutto il territorio nazionale che fu allentato solo il successivo 4 maggio.

Nonostante le misure di contenimento, per un periodo di tempo non trascurabile la situazione continuò a peggiorare: il 23 marzo i ricoverati con sintomi superarono quota 20mila e nei reparti di terapia intensiva c’erano 3.204 persone. Quel giorno i morti furono 601. Solo ad aprile inoltrato il numero dei pazienti ricoverati iniziò lentamente a calare.

Perché la situazione non è migliore di quella di marzo

Rispetto ad allora, oggi i contagi non sono concentrati solo su due o tre regioni e di conseguenza lo stress sulle strutture sanitarie - anche in virtù del numero maggiore di posti letto - è più contenuto. Ma non lo sarà per molto.  

L’ammissione della Ats Milano di non riuscire a tracciare più i contagi, e la stima fatta dalla stessa regione Lombardia che prevede al 31 ottobre circa 600 ricoverati in terapia intensiva e fino a 4.000 ricoverati, non lasciano presagire nulla di buono. L’assessore alla Salute della regione Lazio Alessio D’Amato oggi ha detto al "Foglio" che "allo stato attuale i posti letto occupati per i ricoveri sono pari al 40 per cento del totale" ma che "ogni cento persone che entrano ce ne sono circa 40 che escono" e dunque "non ci vuole molto a capire che con questo ritmo la nostra regione ha un mese di autonomia". Secondo D’Amato il Lazio è una delle regioni che sta rispondendo meglio: in altre zone d’Italia gli ospedali potrebbero arrivare a saturazione già tra due settimane.

Come fa notare il virologo Fabrizio Pregliasco, quello di oggi è il maggiore aumento delle occupazioni delle terapie intensive dal 30 marzo quando aumentarono di 75 ed anche il maggiore aumento dei ricoveri dal 27 marzo quando aumentarono di 1276. Se il trend prosegue, giovedì o al massimo venerdì avremo superato il numero di persone ricoverate in terapia intensiva dell'11 marzo (giorno del lockdown nazionale).

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