Lunedì, 12 Aprile 2021
La decisione che fa discutere

L’Italia poteva avere il brevetto del vaccino di AstraZeneca, Conte disse "no" per 70 milioni

Italia fuori dalla produzione del vaccino anti Covid e costretta ad inseguire accordi per avere accesso ai brevetti. Ministro Giorgetti: "Stanziati 200 milioni per agevolazioni fiscali per investimenti nel settore bio-farmaceutico"

Giuseppe Conte - FOTO ANSA

L’Italia sarebbe potuta essere comproprietaria del brevetto del vaccino di AstraZeneca e invece l’allora Presidente del consiglio Giuseppe Conte ha reputato troppo rischioso effettuare un bonifico di 70 milioni di euro. Lo ha detto ieri sera Piero Di Lorenzo, presidente e amministratore delegato di Irbm, società che produce il vaccino anglosvedese in Italia, ospite della trasmissione Porta a Porta di Bruno Vespa.

“Io avevo invitato il governo Conte a prendere contatti con l’università di Oxford per diventare comproprietari del vaccino AstraZeneca visto che, come imprenditore, non mi conveniva fare un finanziamento perché Oxford ci aveva detto in tutte le lingue che avrebbe chiesto di vendere a prezzo industriale e quindi non c’era un utile. Abbiamo fatto un paio di riunioni in call con i rappresentanti delle istituzioni. Se avessero seguito questo consiglio, oggi saremmo comproprietari. Non c’era possibilità di finanziamento pochissimi giorni ad una università straniera. Stiamo parlando di 20 milioni di euro subito e 50 milioni in un paio di mesi”.

Conte dice "no" al brevetto sul vaccino AstraZeneca

E’ anche per questo che l’Italia si ritrova ad essere fuori dalla produzione del vaccino anti Covid e si ritrova ad inseguire accordi con le grandi case farmaceutiche per avere accesso ai brevetti. Senza contare il problema della produzione locale, di cui, tra l’altro si è discusso proprio oggi in Senato. Infatti, a mettere in dito nella piaga di un Paese fuori classifica da qualsiasi competizione industriare nel campo della scienza biomedica, è stato lo stesso ministro allo Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti, che ha spiegato come il tavolo con Aifa, industria ed esponenti del governo serva proprio a supplire ad una “carenza strategica, al totale abbandono della ricerca e dell’industria farmaceutica sui vaccini”. Dunque è stato proprio Giorgetti ad ammettere come l’Italia abbia rinunciato alla ricerca nel lungo periodo perché “servono molti investimenti per risultati incerti e non remunerativi. Ecco perché serve il ripristino della forza propulsiva dello Stato che è assente”.

Ma questo in un’ottica di lungo periodo. Oggi siamo nel pieno della pandemia e l’Italia, senza brevetti e senza ricerca scientifica, può fare una sola cosa: “Riconvertire, far sposare le attività produttive di chi i vaccini li ha già disponibili, trasferire brevetti da parte dei big della farmacologia con una partnership a livello europeo e valutare di costruire in Italia nuovi poli di produzione vaccinale”. E l’esponente del Governo Draghi non ha dubbi: fra qualche mese ci sarà una sovrapproduzione di vaccini.

Conte dice "no" al brevetto sul vaccino AstraZeneca

Ormai tanti treni sono stati persi, per cui si procede a vista e l’unica cosa possibile è farsi trovare pronti nel momento in cui si potranno produrre vaccini in massa. "Con il decreto Sostegni sono stati stanziati 200 milioni per previsioni di agevolazioni fiscali per investimenti privati nel settore bio-farmaceutico" ha ribadito sempre Giorgetti, rispondendo al Senato ad un'interrogazione sulla produzione di vaccini contro il Covid-19. Intanto però sarebbero già stati individuati i siti produttivi. Massima priorità agli impianti capaci di convertirsi velocemente. Ma attenzione a non trascurare il Sud Italia. Nell’aula parlamentare infatti ha replicato al ministro il senatore del gruppo Misto, Saverio De Bonis, chiedendo al Governo di non privilegiare le industrie del Nord perché “a me risulta che anche al Sud vi siano centri in grado di operare una veloce riconversione produttiva e di rispondere quindi con tempestività all'esigenza di produrre vaccini italiani nel giro di pochi mesi". La paura, almeno quella di De Bonis è che, anche in una partita fondamentale come quella della corsa alla produzione del vaccino, si possa rinfiammare la ferita che divide il Nord dal Mezzogiorno.

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