Lunedì, 25 Ottobre 2021
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Coronavirus, in casa 15 giorni: l'appello dei rianimatori per #iorestoacasa

"Se diciamo di stare a casa, si intende stare a casa. Non si deve andare in giro, non ci devono essere contatti". Così Antonio Pesenti, capo dell'Unità di crisi. "La gente ancora va in giro come prima e questo non va bene"

"La gente ancora va in giro come prima e questo non va bene. Se diciamo di stare a casa, si intende stare a casa". Usa parole dirette Antonio Pesenti, direttore del Dipartimento di anestesia-rianimazione e emergenza urgenza del Policlinico di Milano. .

"Non si deve andare in giro, non ci devono essere contatti. Ci sono simulazioni che dimostrano che, se si facessero 15 giorni in questo modo, la cosa si potrebbe fermare".

Il nuovo coronavirus va affrontato così, rispettando le misure di distanziamento sociale, ribadisce all'AdnKronos Salute l'esperto che in Lombardia è a capo dell'Unità di crisi per quanto riguarda la gestione delle terapie intensive. "Nella popolazione nel suo complesso non c'è ancora abbastanza consapevolezza - osserva - Basta andare alla stazione di Milano Centrale alle 8 del mattino: c'è folla. Come c'è folla sui metrò''.

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Il coronavirus spaventa tutti, tranne i ragazzi. Sembra proprio che molti giovani, in questi giorni di allarme generale, stiano continuando a fare la propria vita come se nulla fosse. L'ulteriore conferma ci arriva dagli studenti di quinta superiore. Oggi è iniziato il countdown: mancano 100 giorni agli esami, ammesso che il calendario venga confermato, vista la situazione. Un tradizionale momento di aggregazione: ci si incontra nelle piazze, si fanno riti scaramantici, si viaggia verso luoghi simbolici. Il 2020, se non fosse intervenuto il ministero dell'Istruzione, non avrebbe fatto eccezione.

Secondo un sondaggio effettuato da Skuola.net - su 5mila maturandi - poche ore prima del divieto formale a ogni tipo di manifestazione, circa 1 su 3 ancora non aveva intenzione di cambiare i propri piani; voleva festeggiare i suoi 100 giorni.

Solo il 67% dei ragazzi intervistati, infatti, diceva di aver annullato tutto di sua spontanea volontà per paura del coronavirus. Un quadro che, se isoliamo le zone d'Italia dove l'emergenza è più accentuata, non cambia di molto: al Nord, la quota di maturandi che aveva rinunciato a priori alle celebrazioni sale di poco, al 74%. Ciò vuol dire che più di 1 studente su 4 avrebbe azzardato. Meno male che il Ministero, proprio per evitare ciò, ha emanato una circolare d'urgenza in cui ha fatto rientrare gli eventi legati ai 100 giorni tra quelli vietati per contenere la diffusione del covid-19. Ciò che il virus era riuscito a cambiare già prima del divieto, semmai, era la tipologia dei festeggiamenti.

Quasi la metà di quelli che volevano celebrare lo stesso i 100 giorni - il 15% del campione - aveva modificato i programmi iniziali, per sentirsi più al sicuro. Però l'altra metà abbondante - il 18% del totale - non avrebbe cambiato di una virgola i suoi piani. Una bomba pronta a esplodere, visto che la modalità più gettonata sarebbe stata anche quella più sconsigliata dal punto di vista sanitario: il 40% avrebbe fatto serata o sarebbe uscito con tutta la classe. Tante persone assieme, tradotto: più possibilità di contagio. Altrimenti avrebbero ripiega su una festa con un gruppo ristretto di compagni o su una breve vacanza con altri maturandi: entrambe le opzioni incontravano i favori di 1 su 10. Comunque pericoloso.

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