I "fantasmi" del coronavirus, dobbiamo aver paura degli asintomatici? Cosa dicono gli ultimi studi

L'epidemiologo dell'università di Pisa Pierluigi Lopalco invita a seguire le linee guida anti-covid per far sì che i fantasmi siano costretti a comparire. Il caso Diamond Princess può aiutare a comprendere qualcosa di più sui portatori sani del Sars-CoV-2

foto archivio Ansa

Li chiamano "fantasmi": sono i portatori asintomatici del coronavirus Sars-CoV-2 ma non dobbiamo averne paura. Lo spiega l'epidemiologo dell'università di Pisa Pierluigi Lopalco che invita a seguire le solite linee guida anti-covid: identificare i sintomatici e tracciare i contatti "così anche i fantasmi saranno costretti a comparire".

"Tecnicamente - ricorda Lopalco - si definiscono 'portatori' del virus, ma nel gergo ormai consolidato della pandemia di Covid-19 sono conosciuti come 'gli asintomatici'. Portatore è chi si infetta e quindi alberga un microrganismo a sua insaputa. Il portatore, in quanto soggetto infetto, può essere variamente contagioso. Il portatore può esserlo in fase di incubazione di malattia (prima di mostrare sintomi) o durante la convalescenza (dopo che i sintomi si sono risolti). Ma lo stato di portatore può anche essere il risultato di un'infezione del tutto inapparente: il portatore, cioè, non ha e non avrà mai i sintomi della malattia".

Alla domanda "chi sono, quanti sono e che ruolo hanno i portatori nella diffusione del Sars-CoV-2" aiuta a rispondere il caso Diamond Princess, la nave da crociera ancorata nella baia di Yokohama in Giappone e teatro nello scorso febbraio di uno dei primo focolai dell'epidemia di Covid-19. Uno studio pubblicato sul 'New England Journal of Medicine' ha individuato e descritto un gruppo di 96 passeggeri asintomatici che sono risultati positivi al test e quindi trasferiti in ospedale, insieme a 32 loro compagni di cabina (negativi al test). Undici di questi 96 (11,5%) hanno dopo poco mostrato ii sintomi di malattia - illustra Lopalco - erano cioè portatori in incubazione. Gli altri sono rimasti asintomatici fino alla negativizzazione del test, che è avvenuta in media dopo 9 giorni. Dei 32 compagni di cabina, che sono stati quindi sicuramente esposti a un portatore asintomatico, 8 sono poi risultati anch'essi positivi (25%).

Cinque, secondo Lopalco, le conclusioni che si possono trarre da questa esperienza:

  1. gli asintomatici svolgono un ruolo importante nel sostenere la presenza del virus in una comunità;
  2. sono molti i portatori che non sviluppano alcun sintomo (quasi il 90% in questa casistica) e restano dunque asintomatici;
  3. la contagiosità di questi casi probabilmente non è altissima, visto che solo il 25% dei compagni di cabina di un soggetto sicuramente positivo ha poi contratto l'infezione;
  4. le persone contagiate da asintomatici sono anch'esse restate asintomatiche (pochini in questo studio per trarre conclusioni);
  5. portatori giovani adulti risolvono l'infezione inapparente entro una settimana", mentre "i portatori per periodi più lunghi hanno un'età solitamente superiore a 60 anni".

"Non dobbiamo avere paura dei fantasmi" spiega l'epidemiologo tornando su una questione spinosa. La scorsa settimana avevano fatto molto discutere le dichiarazioni di Maria Van Kerkhove, responsabile tecnico dell'Organizzazione mondiale della sanità, che aveva definito "molto rara" l'eventualità che un asintomatico possa trasmettere il virus, prima di fare una  parziale marcia indietro. 

La Fondazione Gimbe era intervenuta poi nella diatriba spiegando come le evidenze mostrassero che gli asintomatici possono trasmettere il virus anche per un periodo maggiore di 14 giorni e "portano una carica virale simile a quella dei sintomatici". Inoltre l'assenza di sintomi non equivale ad assenza di lesioni: infatti, nelle 2 coorti  che hanno sottoposto alla TAC i soggetti inclusi (Diamond PrincessCorea del Sud), sono state rilevate negli asintomatici anomalie polmonari subcliniche di incerto significato che richiedono ulteriori studi.

Proprio in merito al dibattito sugli asintomatici, un nuovo studio pubblicato su 'Nature Medicine' mostra come le persone che sono state infettate da Sars-CoV-2 ma non sviluppano alcun sintomo di Covid-19 potrebbero aver avuto una risposta immunitaria più debole al virus. Ma perché il virus può dare manifestazioni tanto diverse? Un team cinese guidato da Ai-Long Huang ha studiato 37 persone asintomatiche con Sars-CoV-2 provenienti dal distretto di Wanzhou identificati in un gruppo di 178 persone positive al virus. Gli autori hanno scoperto che questi pazienti avevano una durata media di diffusione virale di 19 giorni, rispetto ai 14 giorni di un gruppo di 37 pazienti sintomatici.

I livelli di anticorpi IgG specifici per il virus erano significativamente più bassi nel gruppo asintomatico rispetto al gruppo sintomatico durante la fase acuta dell'infezione, quando il virus poteva essere rilevato nel tratto respiratorio.

Otto settimane dopo la dimissione dall'ospedale, i livelli di anticorpi neutralizzanti sono diminuiti nell'81,1% degli asintomatici, rispetto al 62,2% dei pazienti sintomatici. Inoltre, i primi presentavano livelli più bassi per 18 citochine pro-antinfiammatorie.

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Ciò indica che i pazienti asintomatici "potrebbero aver avuto una risposta immunitaria più debole all'infezione da Sars-CoV-2", suggeriscono gli autori. Gli studiosi hanno anche osservato che i livelli di IgG hanno iniziato a diminuire entro 2-3 mesi dall'infezione in una grande proporzione di pazienti asintomatici, scoperta rilevata grazie a un test immunologico con enzima a chemiluminescenza magnetica. Ebbene, i ricercatori sostengono che proprio questa scoperta, insieme alle precedenti analisi degli anticorpi neutralizzanti nei pazienti che si stanno riprendendo da Covid-19, evidenzia i potenziali rischi associati all'uso di "passaporti di immunità" e sostiene l'importanza di proseguire con gli interventi di sanità pubblica e i tamponi. Ulteriori studi su gruppi più ampi di pazienti sintomatici e asintomatici sono necessari per determinare la durata dell'immunità ottenuta grazie agli anticorpi, concludono gli autori.

Dopo due mesi torna a crescere il numero di pazienti in terapia intensiva

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