Il coronavirus non ferma il cancro: “Così assistiamo i pazienti e portiamo avanti la ricerca”

Con i contatti in ospedale rimandati a dopo l’emergenza, l’impegno dei medici continua con l’invio dei referti a casa e la massima disponibilità per chiarire il più possibile, mentre proseguono gli studi di ricerca: la testimonianza del dottor Cristiano Simone

Immagine di repertorio

“L’orologio dei pazienti oncologici continua a correre, il Covid-19 non ha certo fermato le lancette” e anche la ricerca va avanti. A parlare così è Cristiano Simone, professore associato di genetica medica all’università di Bari e in quanto medico coordinatore di due ambulatori, uno presso il policlinico di Bari e uno presso l’IRCSS Saverio De Belli di Castellana Grotte, dove è a capo di un gruppo di ricerca finanziato dall’Airc. Il virus purtroppo non ferma il cancro, ovviamente, e ogni giorno il dottor Simone e le persone che lavorano con lui sono impegnati per mantenere la continuità assistenziale dei pazienti oncologici e delle famiglie con predisposizione neoplastica, mentre prosegue parallelamente l’attività di ricerca oncologica. “Per quanto riguarda la ricerca infatti noi stiamo andando avanti, anche se i laboratori al momento sono chiusi. Quello di Bari lo abbiamo messo a disposizione dell’azienda nel caso possa servire per incrementare i test di valutazione per i tamponi Covid. La parte di staff di quello di Castellana Grotte che si occupa di ricerca è in lavoro agile, mentre i collaboratori che si occupano della parte assistenziale sono in servizio perché stiamo garantendo l’attività assistenziale per i pazienti oncologici”, racconta Simone a Today

Il coronavirus non ferma la ricerca né l’assistenza ai pazienti oncologici

L’impegno con i pazienti continua. “Da un lato facciamo valutazioni sul tumore, assicuriamo la possibilità di avere le migliori terapie adeguate facendo test per vedere se un dato farmaco chemioterapico può essere dato o meno a un paziente così come se è eleggibile per quelli cosiddetti ‘biologici’, i farmaci a bersaglio molecolare. Dall’altro lato ci occupiamo di familiarità neoplastica, cioè tutte quelle sindromi di predisposizione neoplastica familiare”, spiega. Finché l’ambulatorio è stato aperto ha raccolto campioni di sangue di familiari o di contatti nuovi, avviando indagini genetiche che lo staff sta portando ora a compimento; ora che è chiuso non c’è più il contatto diretto con i pazienti. “Sappiamo bene che son pazienti fragili e più a rischio di infezione, ma non possiamo lasciarli soli”, afferma Simone. Ogni contatto con l’ospedale è stato rimandato mentre al momento è possibile l’invio di prelievi di sangue tramite corriere senza che il paziente debba venire lì e di risultati di test via mail con relazioni dettagliate e una lettera di accompagnamento con i contatti dei medici e la disponibilità a discutere e spiegare i dati, rimandando l’appuntamento per la consulenza post test per tutti loro non appena l’emergenza sarà finita o la situazione si allenterà. Un modo per mantenere vivo quel contatto essenziale tra paziente e medico, in attesa di potersi ritrovare in quello che ormai in tanti definiscono, paradossalmente, “l’ambulatorio del sorriso”. 

“L’ambulatorio del sorriso”

“Questa definizione è un po’ curiosa, visto quello che facciamo, ma questo è il nome che hanno dato i pazienti, in maniera assolutamente non correlata”, dice Simone, spiegando cosa succede in questo “ambulatorio del sorriso”. 

“Le nostre consulenze durano tanto. Il tempo che noi dedichiamo, calcolandolo sulle prenotazioni, è circa un’ora e mezza, ma spesso ci vuole di più. A volte succede che fuori dalla porta, dove spesso ci sono anche pazienti nuovi che non ci conoscono, ci sia gente in attesa con il proprio carico di dolori e preoccupazione, che vive quest’ansia in maniera molto pesante. Per di più siamo anche in Italia, dove ogni secondo in più in attesa davanti alla porta di un medico crea normalmente malumori, figuriamoci in casi di questo tipo”, ricorda. I pazienti in attesa però vedono aprirsi le porte dell’ambulatorio e uscirne persone sorridenti e sono portati a distendersi immediatamente. “In genere i pazienti sono sempre accompagnati dai familiari, è raro che vengano da soli. Tre, quattro familiari, in alcuni casi anche dieci o dodici. La prima cosa che fanno uscendo è tranquillizzare quelli che stanno aspettando. Danno la colpa dell’eventuale ritardo non ai medici ma a loro stessi, giustificandosi di essere così in tanti. E poi lasciano frasi rassicuranti su come sarebbe andata la consulenza. Da qui il riferimento al sorriso, più di un paziente lo ha chiamato così e da allora lo facciamo anche noi”. 

Foto Dr Simone Work-2

La ricerca è fondamentale, anche in tempi come questo

Nel frattempo, Cristiano Simone e i suoi portano avanti i loro studi. “Negli anni sono riuscito a mettere su uno staff multidisciplinare: nello stesso laboratorio lavorano biotecnologhe, biologhe molecolari ma anche bioinformatiche. Fin dalle prime avvertenze di Covid in Cina era abbastanza chiaro che potesse arrivare da noi e avere gli effetti deleteri che sta avendo anche lì. Quindi già da febbraio noi abbiamo iniziato a raddoppiare e triplicare i turni di lavoro per cercare chiudere quanti più esperimenti cellulari e molecolari possibile”, ricorda Simone. Prosegue anche il lavoro con le bioinformatiche sui dati resi pubblici su migliaia di tumori grazie ad un database internazionale, con tutte le caratteristiche dei pazienti.

Il progetto di ricerca finanziato da Airc guidato da Simone ha vinto quest’anno il finanziamento, dopo esserselo visto rifiutare in quello precedente per alcuni commenti (“utili”, sottolinea) da parte dei revisori e averlo quindi ripresentato rispondendo ai rilievi che erano stati fatti. “Durante quest’anno abbiamo lavorato per rispondere a tutte le domande che ci erano state fatte e per aggiungere le parti che ci erano state suggerite e abbiamo lavorato per implementare i risultati preliminari e addirittura completare anche i primi obiettivi di progetto che avevamo presentato”, dice Simone, che ha appena inviato una prima parte dei risultati, frutto di questo finanziamento, alla prestigiosa rivista internazionale Cancer Cell, giornale di punta dell’oncologia molecolare. Il testo è in revisione e Simone e i suoi sono in attesa degli esiti.  

Il dottor Simone è impegnato da molti anni nello studio dei meccanismi molecolari responsabili dell’insorgenza del cancro del colon per identificare nuovi bersagli molecolari da impiegare in terapie oncologiche sempre più specifiche ed efficaci. Nell’ambito del progetto sostenuto da Airc è stato individuato target terapeutico molto attivo nella farmaco e chemio resistenza e sono state disegnate delle molecole in grado di inibirlo, permettendo così di avere un’arma in più per circa il 25% di tutti i principali tumori (mammella, colon, pancreas, ovaio…), che può favorire il lavoro della chemioterapia, abbassando le dosi e i tempi di somministrazione, e quindi riducendo gli effetti collaterali, e quello dei principali farmaci biologici già in clinica oggi.

“La ricerca non si ferma, la ricerca Airc tanto meno. Anzi, da un altro punto di vista, un periodo del genere dà possibilità di recuperare una serie di dati che magari si avevano nel cassetto perché si stava dando priorità al lavoro di laboratorio”, dice Simone. “Ognuna delle nostre ricercatrici è impegnata nella scrittura di un proprio paper perché meno oberate di lavoro al bancone o da pratiche amministrative e di gestione del laboratorio. Paradossalmente questo periodo si renderà ancora più fruttuoso perché nel giro di un mesetto potremmo inviare altri sei paper”. 

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