Domenica, 24 Gennaio 2021

Tutto quello che oggi sappiamo in più sul virus rispetto a inizio epidemia

È passato un anno esatto da quando il primo paziente mostrò i sintomi di quella malattia poi denominata Covid-19 a Wuhan. Nel corso di questi mesi abbiamo imparato a conoscere meglio il Sars-CoV-2: tante certezze in più, ma anche zone d'ombra non ancora illuminate su contagio, isolamento, stagionalità, farmaci e sintomi

Agli albori della pandemia. Ricercatori esaminano i campioni raccolti da una donna cinese colpita da una misteriosa polmonite a Suwon, in Corea del Sud, il 9 gennaio 2020. La 36enne era stata a Wuhan nella provincia di Hubei nel dicembre 2019 ANSA / EPA / YONHAP

Trecentosessantacinque giorni che hanno sconvolto il mondo in modo impronosticabile. Chi avrebbe mai potuto immaginare a dicembre dell'anno scorso che una pandemia, la prima da 100 anni a questa parte, avrebbe cambiato radicalmente le nostre vite? Nessuno. È passato un anno esatto da quando il primo paziente noto mostrò i sintomi di quella malattia poi denominata Covid-19 a Wuhan, la megalopoli cinese. Era l'inizio di dicembre 2019. Il virus ha raggiunto tutti i paesi del globo. In base ai dati della Johns Hopkins University, oggi a livello globale sono quasi 64 milioni i casi di Covid-19 e 1,4 milioni di decessi registrati.

Che cosa abbiamo imparato in più sul virus nel corso del 2020

Solo a gennaio, quando venne registrata la prima vittima "ufficiale", le notizie su quella polmonite misteriosa causata da un nuovo coronavirus iniziarono a circolare all'estero. Il primo articolo di Today sul Sars-CoV-2 è dell'11 gennaio 2020. In questi mesi il mondo della ricerca scientifica ha accelerato come mai in passato, oggi scienziati e medici di malattie infettive sanno di più sul coronavirus, molto di più rispetto a quell prime settimane. Tanto, ma non ancora tutto.

I funzionari sanitari avevano in principio solo un'idea approssimativa di come si diffondeva il nuovo coronavirus. I messaggi erano a volte contrastanti e confusi. La prima cosa che è stata accertata è che il nuovo virus si diffondeva nell'aria. Il coronavirus Sars-CoV-2 riesce facilmente a diffondersi perché può essere trasmesso da una persona infetta che respira e parla vicino ad altre. Già dalla scorsa primavera varie prove scientifiche hanno dimostrato che il virus può viaggiare attraverso goccioline trasportate dall'aria che si formano quando una persona con sintomi di Covid-19 tossisce, starnutisce, canta, parla o respira. Le particelle del virus possono rimanere sospese nell'aria per un po' di tempo. Gli spazi chiusi senza una buona ventilazione sono gli ambienti più rischiosi, ed è per questo che sin da subito si è iniziato a parlare di distanziamento fisico come arma imporante per frenare la diffusione del virus.

Gli esperti di salute pubblica esortavano chiunque già a febbraio/marzo a lavarsi le mani frequentemente. Le goccioline di saliva infatti possono rimanere sulle superfici ed essere contagiose se persone non infette vi entrano in contatto con la bocca, il naso e gli occhi. Su quanto il virus resista sulle superfici non ci sono invece dati certi: dipende da troppe variabili (temperatura, carica virale, tipo di superfici). 

Capitolo mascherine. Che cosa sappiamo oggi sulla loro efficacia? Ci sono stati messaggi contrastanti su questo argomento all'inizio della crisi, soprattutto in quei paesi i cui leader politici a lungo si sono rifiutati di indossarle in pubblico, come Donald Trump negli Usa e Jair Bolsonaro in Brasile. Oggi il consenso sul fatto che le mascherine giochino un ruolo importante per arginare la trasmissione  è ampio. Alcuni esperti di salute pubblica inizialmente non ne incoraggiarono l'uso. Si temeva anche che una corsa alle mascherine avrebbe lasciato gli operatori sanitari senza attrezzature adeguate. Poi la produzione massiccia a livello mondiale di mascherine ha risolto il problema. Ma non è passato chissà quanto tempo da quando persino il direttore dei Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie Robert Redfield diceva che le persone sane non avrebbero dovuto indossare mascherine. Lo disse davanti a una sottocommissione del Congresso a febbraio. Poi la sensibilità sull'argomento è mutata radicalmente, e le mascherine sono state unanimemente ritenute efficaci anche nella vita di tutti i giorni soprattutto perché possono impedire alle persone che hanno il virus ma non lo sanno di infettare gli altri.

Covid-19: quali sono le vere fonti di contagio

Nonostante i dubbi dei primi tempi, il cibo non è una fonte di contagio. Oggi gli esperti ritengono che il rischio di ammalarsi mangiando o maneggiando il cibo sia basso. Da settimane i giornali governativi in Cina stanno dando spazio alle ipotesi che il coronavirus non sia nato a Wuhan ma che sia arrivato dall’estero attraverso cibi surgelati. Secondo l’Oms si tratta di una ricerca "altamente ipotetica"

Va rimarcato come nessun caso di Covid-19 sia mai stato ufficialmente ricondotto al contatto con alimenti, imballaggi alimentari o borse della spesa. Nel corso della prima ondata molti italiani avevano addirittura preso l'abitudine di disinfettare la spesa una volta tornati a casa. Precauzione probabilmente eccessiva. Gli esperti di sanità pubblica continuano a raccomandare alle persone di lavarsi bene, col sapone, le mani dopo aver fatto la spesa e aver maneggiato confezioni di cibo a causa della bassa possibilità che goccioline respiratorie infette trasportate dall'aria si siano depositate su quelle superfici. Ma insomma, pare difficile credere che ci sia qualcuno che non si lavi le mani dopo essere stato al supermercato in questi mesi. Buonsenso. 

Sui test per uscire dall'isolamento le cose sono cambiate, e non poco. Non c'è sempre bisogno di un test negativo per uscire dall'isolamento. All'inizio della pandemia, si riteneva che una persona precedentemente infetta dovesse avere il risultato negativo di un test per il coronavirus prima di rientrare nella società o tornare al lavoro. In questi mesi però gli epidemiologi sono arrivati alla conclusione che i pazienti possono continuare a risultare positivi al virus per molto tempo dopo essere stati contagiosi. Tutta colpa di frammenti di virus inattivi che rimangono nell'organismo.

In molti paesi gli esperti di salute pubblica invitano le persone a seguire una strategia basata sul tempo o sui sintomi per determinare per quanto tempo restare in isolamento. La ricerca mostra che il periodo contagioso di una persona può variare da uno a due giorni prima della comparsa dei sintomi a sette o otto giorni dopo. Per i casi lievi di coronavirus, negli Usa si raccomanda ai pazienti di isolarsi per 10 giorni dopo l'inizio dei sintomi. In Italia da un paio di mesi c'è la quarantena breve, ridotta da 14 a 10 giorni. La Circolare del ministero della Salute del 12 ottobre 2020 aggiornava le indicazioni riguardo la durata e il termine dell’isolamento e della quarantena, in considerazione dell’evoluzione della situazione epidemiologica, delle nuove evidenze scientifiche, delle indicazioni provenienti da alcuni organismi internazionali (Oms ed Ecdc) e del parere formulato dal Comitato Tecnico Scientifico. In pratica se una persona risulta positiva ma non ha mai avuto alcun sintomo, secondo gli esperti dovrebbe isolarsi a casa per 10 giorni dopo il primo test positivo.

In una prima fase si riteneva che i bambini fossero quasi "immuni" dal virus. Non è così, anche se è rarissimo che un bimbo sviluppi una forma grave della malattia. I bambini e gli adolescenti possono invece ammalarsi, ed essere contagiosi. Nel corso dei mesi sono stati segnalati alcuni casi di complicazioni serie. Pubblicazioni scientifiche descrivono una sindrome infiammatoria acuta multisistemica in età pediatrica e adolescenziale, associata a positività per il Sars-CoV-2 o presenza di anticorpi anti Sars-CoV-2. Questa sindrome sembrerebbe condividere alcune caratteristiche cliniche con la malattia di Kawasaki ma, secondo le indicazioni dell’European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC) e della World Health Organization (WHO), si tratta di una forma clinica che va differenziata dalla malattia di Kawasaki e studiata ancora più a fondo.

Oggi siamo certi del fatto che i primi confronti tra Covid e influenza erano fuorvianti. "Poco più di un raffreddore", diceva qualcuno anche in Italia. I numeri raccontano però una realtà diversa. L'Organizzazione Mondiale della Sanità stima che tra le 290.000 e 650.000 persone muoiano ogni anno nel mondo per cause legate all'influenza. In meno di un anno, ci sono stati invece circa 1,4 milioni di morti per il coronavirus in tutto il mondo. La letalità del Covid è fino a 10 volte superiore a quella dell'influenza in base alle più recenti evidenze scientifiche.

A quasi un anno dai primi casi, si è arrivati anche a un accordo su quale sia la definizione di contatto stretto, o contatto a rischio. Si parla di “contatto stretto” (esposizione ad alto rischio) quando una persona:

  • vive nella stessa casa di un malato di Covid-19
  • ha avuto un contatto fisico diretto con un malato (per esempio la stretta di mano)
  • ha avuto un contatto diretto non protetto con le secrezioni di un malato (ad esempio toccare a mani nude fazzoletti di carta usati)
  • ha avuto un contatto diretto (faccia a faccia) con un malato, a distanza minore di 2 metri e di almeno 15 minuti

Secondo il CDC statunitense, una persona può essere considerata un contatto stretto anche se indossava una mascherina quando ha incontrato la persona infetta.

Che cosa sappiamo in più sui sintomi Covid?

A inizio 2020 per diverse settimane gli esperti erano rimasti fermi all'idea che i tre unici sintomi riconoscibili del Covid-19 fossero febbre, tosse e mancanza di respiro. Ma mese dopo mese i medici hanno riconosciuto un nuovo sintomo dopo l'altro: dolori muscolari, nausea e diarrea, anosmia, possibili infezioni cerebrali che causano vertigini e confusione, una grave reazione del sistema immunitario che porta a coaguli di sangue. Poche malattie causano una così ampia varietà di sintomi. Anche per questo non è stato semplice arrivare a una cura condivisa dalla comunità medica e scientifica: sono (pochi) i farmaci efficaci e molti quelli bocciati nella lotta al coronavirus fino a oggi.

Gli asintomatici trasmettono il virus? Il ruolo della trasmissione presintomatica e della trasmissione da persone che sono solo lievemente malate è stato a lungo messo in dubbio, ma anche persone con sintomi assenti o molto lievi possono contagiare i contatti stretti. La probabilità di trasmettere il virus è correlata alla carica virale e non alla severità della malattia. Anche i soggetti cosiddetti “debolmente positivi” e gli asintomatici non escludono affatto l'infettività in un numero non trascurabile di casi. Anche perché forse non sono mai del tutto asintomatici. Giova qui ricordare cosa raccontava qualche mese fa il direttore di Malattie Infettive dell’Aou di Sassari Sergio Babudieri: "Dalla mia esperienza non esistono pazienti del tutto asintomatici: esistono solo pauci sintomatici. Perché, se poi vai a sondare nel dettaglio, tutti hanno accusato il dolorino muscolare, il brividino, il piccolo raffreddore".

Ultimo punto: chi sperava che il virus fosse stagionale è rimasto deluso: lo si è detto e ripetuto e auspicato a lungo in primavera in Italia: "In estate sarà tutto finito"; poiché il calore e l'umidità riducono la virulenza dell'influenza e di alcuni altri virus, rallentando la loro diffusione in estate, si era ipotizzato che il nuovo coronavirus potesse diminuire allo stesso modo, ma focolai a marzo nell'emisfero meridionale, quando c'era caldo, avevano già in gran parte deluso quelle speranze. Se il calore e l'umidità hanno un effetto di smorzamento stagionale su questo virus, è chiaramente minore.

 

Si parla di
Sullo stesso argomento

In Evidenza

Potrebbe interessarti

Tutto quello che oggi sappiamo in più sul virus rispetto a inizio epidemia

Today è in caricamento