Venerdì, 16 Aprile 2021

Coronavirus, la denuncia di una dottoressa: "Colleghi positivi stanno infettando mezzo mondo"

La storia raccontata in una lettera inviata al sito MedicalFacts.it, fondato dal virologo Roberto Burioni, firmata dalla dottoressa Renata Gili. La sua esperienza e l'allarme: "Ho capito da sola di avere il coronavirus, ma dovevo tornare a lavoro non appena fosse passata la febbre..."

Personale sanitario indossa tute e mascherine protettive nel reparto Covid-19 dell'Istituto Geriatrico Milanese, Milano, 9 marzo 2020. ANSA/FABRIZIO CASSINELLI

A lavoro come guardia medica nonostante i sintomi del coronavirus, senza nessuna sorveglianza o il tampone da parte dell'azienda sanitaria. Un autoisolamento volontario e il ritorno al lavoro con il rischio di infettare i colleghi e i pazienti. E' la storia raccontata in una lettera inviata al sito MedicalFacts.it, fondato dal virologo Roberto Burioni, firmata dalla dottoressa Renata Gili che racconta la sua esperienza e lancia un allarme: "So di tantissimi colleghi, di diverse Asl, che sono andati a lavorare nonostante la comparsa di sintomatologia - scrive Gili, originaria di Bra in provincia di Cuneo - magari subito il giorno dopo la scomparsa della febbre, su indicazione dei servizi di igiene o della medicina del lavoro".

Una testimonianza, la sua, che ribadisce ancora una volta l'importanza dei tamponi e di un isolamento tempestivo. La dottoressa denuncia: "Il paradosso, infatti, consiste in questo: per farti stare a casa o per decidere di farti il tampone, devi avere avuto un contatto con un caso di Covid-19 accertato, altrimenti sostengono che sia influenza. Ma come si può sapere se uno ha avuto un contatto con un caso di Covid-19 accertato, se sul territorio praticamente il tampone non lo si fa a nessuno? Chissà quanti medici e infermieri sono positivi e stanno infettando mezzo mondo".

La dottoressa Renata Gili ricostruisce nella lettera quanto le è accaduto: "Il 9 marzo sera ho avuto i primi sintomi, febbricola e mal di gola, seguiti da tosse e perdita del gusto e dell'olfatto. Dall'Asl dove faccio guardia medica mi hanno dato l'ok per tornare a lavorare appena passata la febbre: quindi avrei potuto riprendere il 12 marzo, secondo loro. Visti i sintomi molto tipici ho, però, deciso autonomamente di fare mille cambi di turno e autoisolarmi per 14 giorni. Non hanno voluto farmi il tampone subito - ricorda - io ho insistito, dicendo che la sintomatologia era molto tipica e si sono decisi a farmelo solo il 20 marzo, ovviamente positivo".

Dato che l'esito del tampone sarebbe arrivato il 24, la dottoressa ha chiesto se poteva rimanere a casa il 23 marzo: "In quel giorno avevo un turno, ma non mi sono arrivate disposizioni ufficiali di isolamento, nonostante fossi in attesa di esito tampone. Quindi, quel turno non l'ho potuto in nessun modo evitare e l'ho fatto. Era in centrale operativa e ho condiviso con tre colleghi una stanza chiusa per 12 ore. Avevo mascherina, ma non vuol dire molto. Così, adesso, tre miei colleghi sono stati a contatto con un Covid-19 positivo e, nonostante la mia segnalazione immediata, probabilmente continueranno a lavorare per la lentezza delle indagini di sorveglianza - conclude Gili -. La cosa grave è che se non mi fossi auto-isolata dal 12 marzo in poi avrei normalmente lavorato e avrei messo a rischio di infezione decine di persone (quasi tutti anziani e malati cronici, visto che sono questi che per lo più chiamano la guardia medica)".

La dottoressa Renata Gili è intervenuta anche in diretta a "Che tempo che fa" per raccontare la sua storia. Qui sotto, il suo intervento tratto dalla pagina Facebook ufficiale della trasmissione condotta da Fabio Fazio.

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